I due volti del Venezuela

Paese ricco e popolazione emarginata per metà. Violenza e impunità. I rischi per la democrazia. Per i giovani un riscatto con la musica.
Caracas
Quando l’esploratore Amerigo Vespucci, che accompagnava il conquistatore spagnolo Alonso de Ojeda, il 24 agosto 1499 è entrato nel lago di Maracaibo, ha trovato indigeni che abitavano capanne costruite su palafitte. Avrebbe allora chiamato quel luogo Venezuela (piccola Venezia), perché gli richiamava la città lagunare italiana. Nome che poi è passato a poco a poco a denominare tutto il territorio dell’attuale nazione adagiata sulle sponde del mare dei Caraibi. Che però si addentra fino alla foresta amazzonica e le estreme propaggini delle Ande. Un Paese molto diversificato, quindi, sia geograficamente come a livello di popolazione e di culture.

Si dice che a Maracaibo, la seconda città del Paese, la gente passa dall’aria condizionata della casa a quella dell’auto per resistere ai costanti 35-37 gradi estivi con punte fino ai 40 gradi. L’inquinamento ha provocato l’aumento brutale della temperatura negli ultimi dieci anni. La colpa è del giacimento di petrolio in fondo al lago, il maggiore del Paese, la cui estrazione e lavorazione influisce sull’ambiente con conseguenze pesantemente negative. Il petrolio è la maggiore e praticamente unica ricchezza del Paese. Lo si percepisce subito quando si fa il pieno della benzina: costa poco più di 3 centesimi di euro al litro. Un litro d’acqua costa il triplo!

 

Opportunità e minaccia

 

Il petrolio è un’opportunità e una minaccia, perché è indubbiamente un’enorme ricchezza, ma i governi che si sono succeduti da un secolo a questa parte non hanno saputo diversificare le fonti di produzione con tutte le conseguenze ai vari livelli: la dipendenza dell’economia dall’oscillazione dei prezzi del petrolio sul mercato mondiale, la necessità di importare molti prodotti industriali e alimentari, la corruzione, il clientelismo, il paternalismo, l’offerta limitata di lavoro…

Così ci sono un Paese ricco (almeno potenzialmente) e un popolo per la metà emarginato, perché la classe politica ha fatto e fa un discorso a favore dei poveri, restato in gran parte sul piano della retorica.

Sono stato con amici salesiani a Petare, quartiere povero di Caracas, dove abitano: una casa semplicissima, un pranzo frugale. Attorno centinaia di abitazioni in mattoni ammonticchiate una sopra l’altra sulla costa della collina. Con uno di loro che mi accompagna (per prudenza…) percorro alcune delle anguste scalette, che intersecano il quartiere. In alto, però, vedo case che ostentano condizioni di vita agiate. «Sono dei trafficanti», mi dice la mia guida. «Nella zona domina la violenza, che è cresciuta vertiginosamente con il presidente Chavez, come in tutto il Paese – spiega l’accompagnatore –. Ne siamo testimoni quotidianamente e coinvolge soprattutto i giovani. Il problema è che vige l’impunità, perché lo Stato mette poliziotti all’entrata dei quartieri, ma è per creare l’illusione di controllo e di sicurezza. Dentro avvengono furti, sparatorie, omicidi e le guardie arrivano sempre in ritardo. Se prendono qualcuno, si paga ed è lasciato libero».

 

Violenza giovanile

 

Il professore universitario esperto di sicurezza Andrés Antillano in una conferenza ha rivelato che, diversamente da quanto si pensa, questa violenza giovanile non è organizzata: «I giovani usano la violenza perché si sentono esclusi: ragazzi che non sono stato messi in condizione di realizzare un progetto di vita, non studiano, non lavorano e usano la violenza come un mezzo disperato, estremo, di farsi sentire».

«Questo quadro crea una caratteristica che accomuna la maggioranza dei venezuelani: la paura, perché nessuno si sente sicuro in nessun luogo», afferma tristemente Angel Lombardi, rettore dell’Università cattolica Cecilio Acosta di Maracaibo.

Come soluzione, Andrés Antillano propone programmi di inclusione. Come “El Sistema”, che insegna a bambini e ragazzi delle classi povere a suonare musica classica. Fondato negli anni Settanta dal professore di economia e musicista dilettante José Antonio Abreu, il programma ha raggiunto circa 200 mila bambini e ragazzi. Ognuno riceve uno strumento ed entra a far parte di una delle orchestre infantili, passando con l’età e la tecnica a una delle giovanili. In Venezuela ce ne sono 200. I migliori sono confluiti nell’Orchestra sinfonica Simon Bolivar, diretta da uno dei giovani usciti dal Sistema, Gustavo Duhamel, 27 anni. Egli ha già portato l’orchestra in tournée internazionali e a incidere per case discografiche prestigiose come la Deutsche Grammophon ed è stato nominato direttore dell’Orchestra di Los Angeles. Vari di questi giovani musicisti hanno lasciato la violenza, l’hashish e la cocaina per il violino, il violoncello e l’oboe.

 

Il presidente Chavez

 

Quando ho detto che sarei andato in Venezuela, molti scherzavano: «Salutami Chavez». Senza dubbio è un personaggio questo presidente. Venuto dalla caserma, ha approfittato della perdita di prestigio dei due partiti politici principali (Copei e Ad), che si erano alternati democraticamente al potere dal 1961, per conquistare la presidenza nelle elezioni del 1998, presentandosi come l’uomo della lotta contro la corruzione, della partecipazione popolare e della giustizia sociale. Uscito indenne da un colpo di Stato nel 2002 durato due giorni, ha condotto in quegli anni una lotta contro la povertà che ha avuto alcuni risultati positivi, aiutati dal prezzo alto del petrolio. Quando però questo è sceso, anche i programmi sociali hanno cominciato a essere cancellati o almeno a venire ridimensionati. Il 2007 ha segnato una dura sconfitta per Chavez, rieletto con grande maggioranza l’anno precedente: viene sconfitto in un referendum sulla riforma della Costituzione, con la quale voleva che fosse decretata l’elezione illimitata alla presidenza e la radicalizzazione del “Socialismo del XXI secolo”, già in atto, con misure più rigide di tipo statalista.

Quello che è uscito dalla porta è però rientrato dalla finestra. Chavez, approfittando del suo potere di emettere leggi speciali, è riuscito a recuperare attraverso l’Assemblea nazionale quello che non era riuscito a far passare col referendum.

«Il Venezuela si trova davanti a un progetto totalitario, che si propone di cambiare il Paese nell’economia, nella politica, nella cultura, seguendo il modello di tipo marxista di Cuba, che è fallito». Chi parla è mons. Ovidio Perez Morales, arcivescovo emerito di Maracaibo. «Un progetto che non va d’accordo con la nostra identità nazionale e la nostra migliore memoria storica democratica». Nel 1999 Chavez ha cambiato il nome del Paese, chiamandolo Repubblica Bolivariana di Venezuela, usando il mito popolare del Libertador Simón Bolivar come copertura del suo progetto totalitario. Egli afferma di essere il Messia salvatore con la retorica che lo caratterizza nei lunghi discorsi e nel programma televisivo domenicale Alô, Presidente con durata record fino a otto ore, nel quale parla di tutto, perfino di gastronomia. La stessa libertà non concede agli altri mezzi di comunicazione indipendenti: ha chiuso 34 radio e la televisione Rctv ed esercita forti pressioni economiche sui giornali, vari dei quali sono stati costretti a chiudere.

In politica estera Chavez si atteggia a protagonista di un’alleanza fra nazioni latinoamericane antiimperialiste (Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Honduras, Cuba) contro la vicina Colombia (appoggiando la guerriglia narcotrafficante delle Farc) e gli Stati Uniti. Ha fondato così l’Alternativa bolivariana per le Americhe (Alba) in contrapposizione all’Alca patrocinata dagli Usa. Ostenta anche la sua amicizia con l’iraniano Ahmadinejad.

«In Venezuela abbiamo perso la politica – dice Angel Lombardi –, siamo caduti sul piano psicologico, passionale, coltivato da due estremi, chavistas e anti-chavistas: per i primi Chavez è il Messia, per gli altri il demonio. Dobbiamo recuperare la politica, il senso comune, l’equilibrio». Operazione di non poco conto, perché anche l’opposizione non offre progetti alternativi validi. In questo contesto «la Chiesa si offre come fattore di unità, di intesa – afferma mons. Ovidio Perez Morales –, anche se non è facile, perché da parte del governo non si vuole il dialogo e il presidente ci attacca pubblicamente arrivando fino all’insulto. Tuttavia la Chiesa non può rinunciare alla sua vocazione di fattore di comunione».

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