I compiti a casa

“Siamo due semplici operai e abbiamo due figli che frequentano la terza e la quinta elementare. Quando tornano a casa sono stanchi per le tante ore a scuola e hanno sempre da fare i compiti. A parte questo inconveniente dello spazio famigliare rubato, spesso ci fanno domande (specie il più grandicello) alle quali non sappiamo rispondere. Le sembra giusta questa violenza della scuola?”. Genitori indignati No, non mi sembra affatto giusta e l’ho sempre sostenuto; ma oggi, per una strana combinazione, sul giornale Avvenire leggo il parere autorevole del direttore dell’Istituto nazionale francese di ricerca pedagogica, Philippe Merieuche, che addirittura ha scritto un libro, I compiti a casa, condannando questa pessima abitudine degli insegnanti. Egli mette in evidenza che la famiglia deve poter assolvere ai suoi compiti formativi, mentre la scuola a quelli educativi. Questa distinzione dovrebbe legare i compiti e la spiegazione delle difficoltà incontrate dagli alunni alla scuola, lasciando spazio alla famiglia con i suoi “compiti a casa” basati sul calore affettivo, sul dialogo, sul parlare scherzoso. Poche volte però gli adulti riescono a vedere il mondo e la giornata con l’occhio dei bambini. Così, quasi impercettibilmente, la scuola ha privato i bambini delle ore all’aria aperta, così necessarie al loro sviluppo psichico e motorio. Il traffico delle automobili in città e il lavoro di ambedue i genitori hanno fatto il resto. Come può un bambino oggi guardare con gioia alle sue giornate? I genitori che scrivono avrebbero desiderio di stare un poco con i figli. Ma cosa succede in quelle famiglie in cui, al loro ritorno, gli scolari non trovano genitori o, se li trovano, questi sono stanchi, assorbiti, la mamma dalle faccende domestiche, il papà dalla tv? E se invece si riuscisse a vedere la giornata dalla parte dei bambini? La società che li priva dei loro diritti non pensa che domani proprio loro la sosterranno?

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