Guida ad un voto informato

Entriamo nelle pieghe del meccanismo complesso della legge elettorale e sugli effetti collaterali del nostro voto al partito e alla eventuale coalizione      

Anche se abbiamo già un’idea chiara su ciò che faremo il 4 marzo in cabina (perché ci andremo, in cabina), non è superfluo approfondire tutti gli effetti, diretti e collaterali, del nostro voto. Riflettiamo intanto su un elemento che può essere determinante nella scelta, il programma elettorale. Ormai possiamo conoscerli tutti e 14, perché tanti saranno i simboli ci troveremo sulla scheda, così distribuiti:

  • raggruppamento di centro-destra con 4 liste: Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia;
  • raggruppamento di centro-sinistra con 4 liste: Partito democratico, Più Europa, Civica Popolare e Insieme. In Trentino Alto-Adige si aggiunge poi la quinta lista, il Sudtiroler Volkspartei;
  • altre 6 liste che si presentano da sole: Movimento 5 stelle, Liberi e Uguali, Potere al popolo, Il Popolo della Famiglia, CasaPound e il Partito Comunista che non sarà presente in Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia.

La questione del programma

Come si sa, tra tutte queste liste Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia si sono accordati su una comune base programmatica, mentre tutti gli altri hanno un programma individuale. Poiché non è possibile ora passare in rassegna le singole proposte, ci limitiamo a una considerazione di fondo. Nei sistemi proporzionali, quale in sostanza è il “rosatellum”, i programmi non possono essere presi per oro colato, perché non è possibile per nessuna lista garantire la maggioranza necessaria per attuarli, neppure per quelle che sono collegate a causa della contraddittorietà dei programmi stessi. Il centro-sinistra ad esempio dovrebbe mettere assieme il rigore contabile della lista PiùEuropa (che propone di congelare per cinque anni la spesa pubblica) con gli aumenti di bonus del Pd; nel centro-destra, la pur lodevole iniziativa della base comune tra i tre maggiori partiti, dovrebbe fare i conti con il programma della “quarta gamba” centrista che cozza frontalmente su alcuni punti cruciali (la legge Fornero, ad esempio). E come non tenere in conto che alcune delle liste “minori” sono esse stesse il risultato di micro-coalizioni che eleggeranno un pugno di parlamentari tutti diversi, che potrebbero essere decisivi per la maggioranza? Pertanto, se scorrendo questi programmi ci capita di provare massima soddisfazione, teniamo in conto che non vi è certezza sulla loro attuazione, per via della indeterminatezza della maggioranza che si formerà in Parlamento. Dobbiamo pertanto affidarci a un calcolo probabilistico.

A chi va il nostro voto?

Tornando agli effetti del nostro voto, forse conosciamo già i candidati nei collegi uninominali di Camera e Senato e magari (speriamo) siamo contenti; pensiamo perciò di barrare solo quel nome sulla scheda: daremo un voto valido. La cosa finisce lì se quel candidato è espresso da una sola lista; ma se è sostenuto da un raggruppamento, dobbiamo sapere che il nostro voto verrà trasferito alle liste del raggruppamento. La legge infatti prevede che l’insieme dei voti dati solo al candidato nel collegio uninominale siano ripartiti tra le liste che lo sostengono, in proporzione ai voti ottenuti. Che riflessione fare? Siccome ogni eletto al collegio uninominale mediamente si porta dietro altri tre eletti col proporzionale, andiamo a leggere bene chi sono gli altri candidati delle liste collegate: potrebbe essere più intelligente barrare la lista che ci convince di più, ottenendo due risultati: votare il nostro prediletto dell’uninominale e circoscrivere l’effetto-consenso alla lista che ci convince di più. Anzi, ad abuntantiam, potremmo anche barrare entrambi, nome e lista, purché all’interno dello stesso raggruppamento (il voto disgiunto rende nulla la scheda!). Parossismo elettorale? Penso di no; è consapevolezza che fa da argine all’uso del nostro voto che va oltre le nostre reali intenzioni.

Il rapporto tra le liste dei raggruppamenti

Sempre a questo scopo, vi sono altri due elementi di cui tenere conto. Uno è il rapporto tra liste minori e liste maggiori nei raggruppamenti. L’abbiamo già detto, ma ora le cose non le valutiamo più in teoria, bensì nella pratica concretezza dei nostri orientamenti elettorali: la questione delle soglie di sbarramento che sono tre: due hanno valore intra-raggruppamento e l’altra vale per tutti. Quella generale è la soglia del 3% cento, necessaria per conquistare dei seggi per le liste che corrono da sole; tra le liste collegate, invece, è necessario che almeno una arrivi al 10% per rendere effettivo il collegamento, mentre per le altre che dovessero restare sotto il 3% ma superano l’1% si produce un altro effetto-trasferimento. I loro voti infatti andranno a sommarsi a quelli delle liste più grandi. Un effetto particolarmente favorevole si crea per il Pd, che potrebbe sommare alla propria percentuale quella delle altre tre liste collegate che raccogliessero più dell’1%. Più complicata la situazione del centro-destra, che vede 3 liste poste in zona sicurezza oltre il 3% e una quarta incerta; se questa non ce la fa, la sua percentuale sotto al 3% sarebbe ripartita tra le altre, in proporzione ai voti di ciascuna (chi ne ha di più ne prende di più, quindi). È questa la ragione delle “candidature Frankenstein”. Un raggruppamento, cioè, si fa carico di trainare, attraverso il collegio uninominale, l’elezione del candidato di una lista piccola che nulla ha a che fare con le tradizioni di quel collegio, sapendo che quella lista ricambierà cedendo i propri voti che valgono dall’1 fino al 2,99% e che si trasformeranno in seggi per la/le lista/e più grande/i.

Gli effetti delle pluricandidature

Il secondo elemento di cui tener conto è la possibilità di pluricandidature. La legge infatti permette 5 candidature nei collegi proporzionali, anche per chi fosse eventualmente candidato nell’uninominale: un’opportunità ampiamente sfruttata dai partiti per fornire il “paracadute” a coloro che non sono sicuri di vincere il collegio. Ma anche sfruttare la popolarità dei “big” e trainare voti è un motivo che porta a più candidature; sarà buona norma perciò verificare se i candidati del partito che vogliamo scegliere sono presenti anche in altri listini, perché potrebbe darsi che l’elezione avvenga in altro luogo e quindi cerchiamo di conoscere chi verrà eletto al suo posto. Tra l’altro, questo scorrimento di lista ha ripercussione diretta sulla parità di genere. La legge prevede che i due sessi devono alternarsi nell’ordine delle liste e che un sesso non può superare il 60% delle candidature su base nazionale. Se, ad esempio, una donna è candidata in un collegio uninominale “blindato” e capolista in 5 liste proporzionali, è certo che rinuncerà in tutte e 5 perché l’elezione uninominale non è rinunciabile, quindi entreranno 5 uomini al suo posto. Naturalmente il discorso vale anche per i capolista maschili, ma il saldo finale non è certo a vantaggio delle donne. E comunque, uomo o donna che sia, è importante valutare la qualità di coloro che seguono nella lista le personalità di primo piano.

Proviamo insomma a votare con consapevolezza, scegliendo fino in fondo ed evitando così di ridurre le elezioni a una specie di burocratica ratifica di quanto deciso altrove.

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