Guerra in Ucraina, domande difficili sulla resistenza nonviolenta

Guerra e diritto della rivolta. Quale spazio per la nonviolenza attiva? Intervista ad Anselmo Palini tra i maggiori conoscitori del pensiero intransigente contro la guerra di don Primo Mazzolari e della storia dei “ribelli per amore”, i partigiani cattolici che combatterono il nazifascismo.  
Guerra in Ucraina (AP Photo/Mindaugas Kulbis)

La questione della guerra in Ucraina e la partecipazione dell’Italia come Paese della Nato pone domande difficili che cerchiamo di condividere con diversi interlocutori su cittanuova.it come percorso di discernimento sull’attuale momento storico. Anselmo Palini rientra tra i massimi conoscitori del pensiero di Primo Mazzolari e anche della resistenza al nazifascismo da parte dei cattolici, ribelli per amore, partigiani che usarono pure le armi per contrastare il nazifascismo. Pubblichiamo l’intervista mentre ci giugono le immagini della disobbedienza civile della giornalista russa Marina Ovsiannikova che sul primo canale del suo Paese ha esposto un cartello per dire «Fermate la guerra. Non credete alla propaganda, qui vi stanno mentendo». Allo stesso tempo il generale Luca Goretti, capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, ha detto alle commissioni Difesa di Camera e  Senato: « I nostri caccia sono a pochi chilometri dalla guerra. Dobbiamo prestare attenzione perchè potrebbero esserci tentativi di farci entrare in territorio ucraino e sarebbe la fine». 

Cosa pensare davanti a quanto sta accadendo in Ucraina? Il popolo ucraino non ha il diritto di difendersi?
Innanzitutto due premesse. Ci troviamo di fronte ad una guerra di aggressione della Russia di Putin contro l’Ucraina. Una guerra che, come tutte quelle dopo la prima guerra mondiale, comporta in prevalenza vittime civili, tra cui in maggioranza donne, bambini e anziani. Le guerre moderne, infatti, si basano sui bombardamenti che prendono di mira certamente obiettivi militari, ma spesso, per piegare la resistenza, anche obiettivi civili: abitazioni, insediamenti industriali, infrastrutture, ma pure scuole, ospedali, centri culturali, chiese. È ciò che sta accadendo in Ucraina. Prendere di mira i civili rientra nella categoria dei “crimini di guerra” e i responsabili andrebbero chiamati a risponderne davanti alla Corte Penale Internazionale.

Detto questo, serve una seconda premessa. Dopo la caduta del muro di Berlino, ossia con la conclusione della guerra fredda e lo scioglimento dell’Unione Sovietica e, nel 1991, del Patto di Varsavia, anche l’alleanza militare occidentale, ossia la Nato, in base agli accordi dell’epoca doveva ridimensionarsi, se non addirittura sciogliersi. E invece non solo ha continuato ad armarsi ad un ritmo superiore a quello della Russia, ma si è allargata verso Est fino a coinvolgere diversi Paesi dell’ex Unione Sovietica. Dai 12 membri del 1989 la Nato è arrivata ai 30 attuali.

Veniamo ora alle domande. Una prima risposta è netta: il popolo ucraino ha diritto a difendersi dall’aggressione che sta subendo. La scelta che è stata fatta fin da subito è quella della difesa armata ad oltranza, con tutti i mezzi a disposizione e con il forte richiamo rivolto anche alla popolazione civile ad armarsi per combattere contro l’invasore russo. E l’Occidente, senza alcuna esitazione, ha sostenuto fermamente questo diritto fornendo armi di vario tipo all’Ucraina, affinchè possa contrastare lo strapotere dell’esercito russo. Un modo insomma per fermare il conflitto rendendolo più sanguinoso. Soffiare, dal nostro comodo divano di casa e dalle cancellerie occidentali, sul fuoco della resistenza armata ucraina significa mettere nel conto migliaia di vittime di resistenti ucraini. Una risposta militare all’aggressione, come insegna la storia, comporta infatti devastazioni, morti, feriti, mutilazioni, distruzioni, odio crescente, massacri. La risposta armata ha come conseguenza un prezzo altissimo in termini di vite umane e di costi economici. Un prezzo altissimo pure per gli aggressori, che infatti, anche in Ucraina, vanno incontro a perdite gravi. Le immagini che giungono nelle nostre case ci mostrano devastazioni immani, vittime civili, profughi disperati, in particolare donne e bambini, che con tutti i mezzi cercano di fuggire dalla guerra, migliaia di persone ammassate nei bunker per ripararsi dai bombardamenti, condizioni igienico-sanitarie e di vita quotidiana sempre più difficili e critiche, in ambienti privi di riscaldamento e che di notte hanno temperature sotto lo zero. L‘altra arma messa in campo dall’Occidente per piegare la Russia è rappresentata dalle sanzioni draconiane in campo economico, finanziario e commerciale. Anche qui la storia insegna, ad esempio nel caso dei lunghi anni di embargo americano a Cuba e in quelli delle sanzioni contro il regime iraniano e contro la Corea del Nord, che a pagare sono state le popolazioni spesso ridotte alla fame, mentre i governanti e gli oligarchi sono rimasti al loro posto. Perciò anche su questo punto andrebbe fatta una riflessione più approfondita.

Le controversie fra Paesi vanno gestite per tempo, senza lasciarle incancrenire, ricorrendo ad esempio alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Onu, che tra l’altro ha sede in Europa, all’Aja, ed è stata costituita all’indomani della seconda guerra mondiale proprio per dirimere le dispute fra gli Stati.

L’unica strada da percorrere è quella di una pressione morale il più forte possibile per arrivare ad un cessate il fuoco immediato, ad un tavolo della Pace dove Russia e Ucraina possano sedersi e trovare un accordo. Per questo però serve che le armi tacciano. E qualcuno deve prendere l’iniziativa. Certo non lo farà la Russia che ha avviato la guerra.

Come sappiamo la posizione del “Tu non uccidere” di Mazzolari è assoluto, si estende anche alla ipotesi di lotta rivoluzionaria, ma l’ex interventista democratico affermava che è necessario resistere. In che modo? E si può chiederlo in queste condizioni agli ucraini? Quanto sta accadendo in Ucraina non è un caso estremo in cui è doveroso resistere in tutti i modi, comprese le armi?
Don Mazzolari, dopo l’esperienza drammatica di due guerre mondiali, era giunto alla conclusione, in “Tu non uccidere”, che la guerra è sempre un fratricidio, un oltraggio a Dio e all’uomo, e di conseguenza, tutte le guerre, anche quelle rivoluzionarie, difensive, ecc, sono da rifiutare senza mezzi termini, appunto perché comportano solamente morti e distruzione. È quanto aveva detto anche papa Benedetto XV nel pieno della prima guerra mondiale, indicandola come “una follia, un’inutile strage”, mentre papa Francesco ha definito “una pazzia” la guerra in corso in Ucraina.

Detto questo, sempre don Mazzolari indicava la necessità di scegliere un’altra strada per difendersi, ossia quella della nonviolenza, che si pone su un piano diverso rispetto alla logica delle armi e della guerra, e proprio per questo toglie ogni motivazione ai bombardamenti e ai massacri indiscriminati. Si tratta di non rispondere al male con il male, alla guerra e alla violenza con le stesse armi. In questi giorni si moltiplicano, accanto alle immagini di morte e di distruzione, anche quelle di cittadini ucraini che, senza paura e senza odio, si pongono a mani nude e alzate davanti ai carri armati. Si tratta di azioni nonviolente cui dovremmo prepararci tutti per non farci travolgere dalla logica della risposta armata e che dovremmo sostenere. Da tempo la “Comunità Papa Giovanni XXIII” propone, ad esempio, che si istituisca un Ministero della pace, che educhi alla pace e alla difesa nonviolenta, che potenzi i Corpi di pace e il servizio civile, che promuova la cooperazione e il dialogo.

Una risposta diversa da quella delle armi è certamente la diplomazia, che va coltivata e promossa con tenacia, senza aspettare che i problemi divengano ingestibili e le contrapposizioni radicali. Il grande sogno all’indomani della seconda guerra mondiale, ossia quello di creare un luogo in cui discutere tutti assieme per dirimere i conflitti e sviluppare uno spirito di collaborazione e di cooperazione fra gli Stati, si è concretizzato nella nascita delle Nazioni Unite. La loro impotenza anche di fronte alla guerra in Ucraina indica la necessità non più differibile di una radicale riforma dell’Onu che superi la logica dei veti incrociati che bloccano ogni decisione. Le Nazioni Unite vanno rese veramente un luogo di confronto e di composizione degli attriti, con una propria polizia internazionale, i caschi blu, con una propria riconosciuta Corte Internazionale.

Invece di inviare armi, i leader europei e la Commissione dell’Unione europea avrebbero potuto fissare un loro incontro a Kiev, invitandovi le autorità russe. E così avrebbero potuto fare anche i leader religiosi mondiali, invitando il patriarca di Mosca, Kirill. E sempre i Paesi europei, per dare una precisa indicazione della propria volontà di pace, avrebbero potuto sottoscrivere il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari in risposta alla minaccia nucleare adombrata da Putin. Tutto questo rappresenta un’altra strada che la storia da tempo ci indica per evitare guerre e massacri.

Negli anni Ottanta del Novecento in Polonia il sindacato Solidarnosc guidato da Lech Walesa sfidò in modo nonviolento, con la forza delle proprie idee e con l’appoggio di milioni di lavoratori, i carri armati del gen. Jaruzelski e del Patto di Varsavia. Solidarnosc evitò sempre l’uso della violenza e delle armi. Molti leader sindacali polacchi, e in primis lo stesso Walesa, furono arrestati, ma il Paese non finì in un bagno di sangue. E col tempo Solidarnosc vinse, i diritti sindacali furono riconosciuti e Lech Walesa, oltre al Nobel per la Pace, venne anche eletto alla Presidenza della Repubblica. Lo stesso accade nel 1989: il muro di Berlino e i regimi comunisti nell’Est europeo caddero a seguito del fatto che milioni di persone scesero in piazza senza impugnare le armi per protestare in modo nonviolento contro le dittature e per chiedere libertà. Non ci furono bagni di sangue, ad eccezione che in Romania, e i governi dittatoriali vennero abbattuti. Questa è la strada da percorrere.

Nella risposta alla lettera al giovane aviatore del 1941 Mazzolari risponde che esiste il dovere della rivolta agli ordini ingiusti come fecero Franz Jagerstatter e  Mayr Nusser. Cosa è cambiato oggi? Papi e patriarchi possono invitare a pregare e scongiurare le parti affinché si arrivi a cessare il fuoco, ma non possono prudentemente invitare alla diserzione di massa. Romero fu ucciso il giorno dopo aver pronunciato l’invito ai soldati a non uccidere. Alla fine resta solo la coscienza personale come criterio di scelta davanti allo scandalo della guerra fratricida che coinvolge ora popoli di tradizione cristiana?
La Chiesa cattolica in questi anni ha beatificato Franz Jagerstatter e Mayr Nusser che si erano rifiutati di arruolarsi nell’esercito tedesco. Questo sta a significare che ha beatificato due obiettori di coscienza, come a dire che la scelta giusta è stata la loro, non quella del vescovo che cercava di convincere Franz a arruolarsi o quella dei tanti altoatesini che consideravano Mayr Nusser un vigliacco per non avere scelto la Germania nazista o l’Italia fascista. Allo stesso modo ha canonizzato Oscar Romero, quel vescovo che quando era in vita era considerato comunista da molti suoi confratelli e anche da alti prelati in Vaticano perché osava opporsi alla brutalità di una dittatura militare e parlava di giustizia. Jagerstatter, Nusser e Oscar Romero, al pari di tanti altri testimoni di giustizia e di pace, hanno scelto di non opporsi al male con la violenza e con le armi, ma con la nonviolenza e con l’offerta della propria vita.

Il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, che finirà impiccato a Flossemburg per avere partecipato all’attentato contro Hitler del 20 luglio 1944, da un lato sognava di poter andare in India per apprendere da Gandhi la pratica della nonviolenza e utilizzarla contro Hitler, dall’altro operava a livello ecumenico affinché tutte le Chiese sottoscrivessero un appello per la pace al fine di porre un freno ai venti di guerra. Questo appello non vide mai la luce e le Chiese nazionali di fatto appoggiarono le autorità politiche dei rispettivi Paesi durante la seconda guerra mondiale. In questo modo, come accaduto già durante la prima guerra mondiale, anche nella seconda vi erano cristiani che si combattevano su fronti opposti. E tutti pregavano lo stesso Dio. Purtroppo questo accade anche oggi in Ucraina: i cristiani ortodossi ucraini combattono contro i cristiani ortodossi russi. Ma la strada non è questa. La strada è quella tracciata da papa Francesco e prima di lui dagli altri pontefici, ossia quella di fare incontrare le religioni nel nome della pace e di condannare in modo assoluto la guerra. Perciò, come ci insegnano i primi cristiani, non si imbracciano le armi, ma si percorre la strada della nonviolenza, che certamente è più difficile e più esigente.

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