Gkn e non solo, una legge contro le delocalizzazioni

I lavoratori che la multinazionale Gkn vuole licenziare chiedono di poter incidere sul contenuto del decreto anti delocalizzazioni in arrivo dal ministero del Lavoro. Conflitti interni al governo e forti critiche da Confindustria. Il nodo europeo e il coinvolgimento di Stellantis
Gkn . Visita a sorpresa del ministro Orlando Foto Ufficio Stampa Ministero del Lavoro/LaPresse

Gkn e le altre. Neanche il caldo torrido di questa estate 2021 è riuscito a fermare la mobilitazione dei lavoratori della sede fiorentina di Campi Bisenzio della multinazionale Gkn che i vertici della società, leader internazionale dei sistemi di guida, hanno deciso di licenziare in tronco ad inizio di luglio. Una scelta comunicata per le vie spicce, via mail,  piombata come un fulmine al ciel sereno ma che, come ricostruito in un precedente articolo, è stata evidentemente programmata da tempo nelle stanze del fondo finanziario Melrose.

La novità del caso Gkn sta tutta nella solidarietà che i lavoratori hanno ricevuto da diverse realtà della società civile toscana oltre che dagli enti locali che in questi casi scoprono, tuttavia, di avere le armi spuntate verso le gradi società di capitali in grado di delocalizzare la produzione a seconda dei criteri di redditività degli investitori.

La sfida dell’Italia, alle prese con un Piano nazionale di ripresa che comporta l’aumento significativo del debito pubblico, è quello di non perdere attività strategiche in grado di far crescere la produzione interna.

Ma ogni tentativo di porre un freno alle delocalizzazioni selvagge viene bollato come un attentato alla libertà dell’impresa e un messaggio ostile verso gli investitori stranieri. Il copione, già noto, si è ripetuto dal palco del meeting di Rimini dove il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha criticato duramente la bozza del decreto anti delocalizzazioni predisposto dal ministro del Lavoro Andrea Orlando e dalla sottosegretaria Alessandra Todde.

Come già avvenuto su altre questioni del lavoro, il governo di larga maggioranza guidato da Mario Draghi vede una continua contrapposizione tra la linea portata avanti dal ministro competente, sostenuto dalla Cgil e dagli altri sindacati, e quella dei ministri di centrodestra, in primis il ministro allo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, rafforzato dall’azione molto decisa di Confindustria. In questa dinamica si arriva poi ad un compromesso mediato direttamente dal presidente del consiglio.

La bozza Orlando riprende alcuni punti della cosiddetta legge Florange, adottata in Francia al tempo della presidenza del socialista Hollande come risposta alle pressioni per scongiurare la chiusura dell’acciaieria controllata da Arcelor Mittal  situata nella cittadina di Florange, nel  nord est di quel Paese. Una normativa dagli esiti incerti e contraddittori, adottata dopo prime dichiarazioni che puntavano alla nazionalizzazione dell’impresa.

In sostanza si tratta di imporre dei vincoli procedurali con la comunicazione anticipata ( 6 mesi prima) alle istituzioni della volontà di chiudere un sito produttivo  con la nomina di un advisor delegato a cercare altri soggetti interessati a continuare l’attività. In caso di violazioni di queste regole è prevista, come ristoro per gli incentivi ricevuti, una sanzione pecuniaria pari al 2% del fatturato annuale e l’inserimento in una lista nera di società escluse da future agevolazioni e contrassegnate da una perdita di reputazione.

Secondo alcuni queste misure andrebbero a compromettere, ad esempio, la scelta della statunitense Intel pronta a creare un polo di avanguardia di produzione di semiconduttori, necessari per il settore auto, a Torino.

Non si comprende, in base a tale tesi, quale sarebbe il danno presunto da misure antifuga così minimali per una grande società disposta ad investire miliardi di dollari e quindi con una prospettiva di lungo periodo, lontana dalla logica del “mordi e fuggi”.

Così dicasi per la Faw (First atomobile works), produttrice di auto controllata dallo stato cinese, che ha deciso di investire un miliardo di euro, promettendo la creazione di mille posti di lavoro, nella Motor valley dell’Emilia Romagna,  prestigioso distretto automobilistico di alta qualità (Ferrari e altri).

Ma il riferimento a Torino permette di poter parlare di una questione rimossa generalmente nel caso Gkn ma ben presente nell’analisi prodotta dal collettivo dei lavoratori di Campi Bisenzio e cioè il legame stretto del loro sito produttivo, un tempo della Fiat ma ancora dipendente in gran parte dalle commesse di Stellantis (il nome assunto dalla fusione tra Psa e Fiat Chrysler).

I lavoratori chiedono esplicitamente «che Stellantis torni ad assegnare allo stabilimento di Firenze le commesse che ci sono state sottratte. Che metta in lista nera Gkn e che si esprima pubblicamente sul vantaggio competitivo di avere un fornitore provvisto di uno stabilimento a Firenze».

Richieste destinate a restare inascoltate, anche perché quanto sta avvenendo a Campi Bisenzio appare un segnale  del fatto che «l’intero gruppo Stellantis si prepara a un ulteriore disimpegno dall’Italia» e pertanto «il futuro di Gkn Firenze è la prova del nove del futuro dell’intero automotive in questo Paese».

Nell’analisi prodotta dai dipendenti Gkn si contesta la tesi che collega la dismissione della loro fabbrica con il “bagno di sangue” previsto con il passaggio alla mobilità elettrica, dato che tale transizione della mobilità in senso ecologico «non impatta direttamente la produzione, visto che i semiassi continuano ad esistere anche nelle macchine elettriche».

La novità, come detto, della vertenza toscana risiede sul sostegno diffuso che finora si è mostrato intorno al destino dei lavoratori, diretti e indiretti, e delle loro famiglie, tenendo conto che la procedura per giungere al licenziamento collettivo scatterà dal prossimo 22 settembre e quindi il varo del decreto anti delocalizzazioni appare una corsa contro il tempo.

Ma cosa si può fare oltre ad esprimere solidarietà e finanziare la cassa di resistenza come avviene in tanti latri casi del genere?

Prima di tutto il collettivo chiede che la legge non sia «scritta sulle nostre teste ma con le nostre teste» chiamando a raccolta i giuristi disponibili a sostenerli assieme al mondo dell’università. Appello raccolto dai giuristi democratici che hanno promosso un’assemblea davanti ai cancelli della fabbrica per giovedì 26 agosto con l’obiettivo di una grande manifestazione da tenere a Roma, dopo aver collegato tutte le numerose vertenze che presentano le stesse caratteristiche. L’obiettivo esplicito è quello di «cambiare i rapporti di forza generali nel Paese», l’unico modo per «sperare di salvarci».

Per avere un’idea della situazione in campo bisogna infatti tener presente che ciò  che  Confindustria, così come l’associazione dei  “fondi di private capital” presieduta da Innocenzo Cipolletta, considera un atto ostile per le imprese è valutata come inefficace dai lavoratori Gkn che bocciano la versione italiana della legge Florange e invitano a considerare tutti i casi di fallimento delle procedure di reindustrializzazione tentate in Italia a  partire da quanto avvenuto con la chiusura della Electrolux in Toscana nel 2005 così come con Blutech , nell’ex Fiat di Termini Imerese, con l’apertura a imprenditori che non erano tali ma semplici avventurieri.

Sono le stesse maestranze della Gkn a promuovere una conversione del prodotto:  «abbiamo noi stessi progetti di miglioramento ambientale dello stabilimento, possiamo prototipare semiassi per la costruzione di mezzi pubblici per progetti di reale mobilità pubblica ed ecologica».

Resta il nodo di una legge anti delocalizzazione che non può applicarsi senza un coordinamento a livello europeo perché sarebbe inapplicabile ogni sanzione in caso di trasferimento della produzione in altri Paesi Ue.

Sulle pagine di Avvenire l’economista Leonardo Becchetti propone di approvare a livello europeo un Border Adjustment Mechanism, cioè di applicare un’imposta aggiuntiva ai prodotti extra Ue che non rispettano criteri di sostenibilità ambientali e sociali.

Ma quali sono tali criteri condivisi a livello europeo per evitare quella che Becchetti stesso definisce una «corsa al ribasso su tutela dei diritti dei lavoratori che ci porta fuori dal percorso della sostenibilità ambientale e fiscale» e sociale?

«Non sulla nostra testa ma con la nostra testa» chiedono i lavoratori in un’ottica di partecipazione reale alle scelte strutturali del nostro Paese.

 

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