Giuseppe, a che servono i sogni

Il rapporto di Giuseppe con uno dei modi di comunicare da parte di Dio è mettersi in contatto con la luce che abbiamo dentro per interpretare il vero messaggio
sogni

Giacobbe aveva 12 figli. E fece quello che un genitore non dovrebbe mai fare. O almeno, non apertamente. Preferiva uno di loro, Giuseppe, agli altri. Arrivò pure a regalargli una tunica a strisce, con le maniche lunghe. A lui solo. Una tunica che Lloyd Webber, nel suo Broadway musical, chiamerà technicolor dreamcoat. Per l’epoca era una bellezza, un capo firmato di oggi. Ai fratelli questo non andò proprio giù. Per di più Giuseppe era sveglio, intelligente, bello, la Bibbia dice che in lui era lo spirito di Dio… insomma le aveva proprio tutte! Come non essere invidiosi di lui? Inoltre faceva la spia, riportando al padre le «chiacchiere maligne» che, tra i figli delle serve, giravano sul conto dei fratelli (e che probabilmente erano più che giustificate). Insopportabile? I fratelli ne erano convinti. Oltre alla tunica, erano poi furibondi con Giuseppe per via dei suoi sogni. Avere dei sogni non è un peccato. Sono al di là del nostro controllo, sono frutti dell’inconscio. Però, essendo materia evanescente e multiforme, è bene raccontarli solo a persone fidate. Giuseppe, non si sa se per vanità o per ingenuità, ebbe la cattiva idea di raccontarli ai fratelli e al padre. Si trattava di due sogni. Nel primo, in un campo di grano i covoni dei fratelli si inchinano davanti al suo. Nel secondo, il sole, la luna e le stelle si prostrano davanti a lui. «Che cosa vuol dire quel presuntuoso – dissero tra loro i fratelli -, che dobbiamo inchinarci di fronte a lui come fosse il nostro re?». Anche il padre Giacobbe, sentendosi rappresentato nel sole (e la madre nella luna), fu irritato dai quei racconti. Ma tenne per sé la cosa. Forse aveva intuito che quel figlio aveva una marcia in più. Ci vedeva lungo Giacobbe. E i fatti dimostreranno che aveva proprio ragione.

I fratelli presero a odiare Giuseppe sempre di più e non riuscivano più a parlargli in pace. Futuri rabbini insegneranno che quando non si riesce e «parlare in pace» con una persona è bene non parlargli affatto. Meglio accettare che si è umani, in preda a reazioni che non sempre riusciamo a controllare. E se non si riesce a superare l’odio, è bene starsene in silenzio o cambiare aria. Aspettando tempi migliori che permettano di amarci. I fratelli invece presero la situazione di petto. La faccenda è saputa e risaputa. Si vendicarono di Giuseppe prima cercando di ucciderlo, poi vendendolo come schiavo a mercanti che lo portarono in Egitto. La Bibbia racconta tutto in poche pagine, Thomas Mann ne farà una lunga trilogia. Giunto in Egitto come schiavo, Giuseppe, dopo una partenza alla grande, finì in prigione. Era andata così. Una donna sposata, la moglie del suo padrone, lo desiderava e ogni giorno gli chiedeva di giacere con lei, ma lui non cedeva alle sue avances. Così, per vendetta, sentendosi offesa nella sua vanità, lei lo accusò di averla violentata. In galera Giuseppe si trovò con il panettiere e il coppiere del faraone. Una notte questi fecero dei sogni. Lui riuscì a decifrarne il significato, che puntualmente si avverò. Il coppiere fu restituito al suo incarico, il panettiere fu impiccato. Esattamente come aveva predetto Giuseppe. Qualche tempo dopo anche il faraone sognò. Ebbe due sogni, che nessuno tra i sapienti e i maghi di corte riusciva a spiegare. Fu così che il coppiere, ormai libero, si ricordò di Giuseppe e suggerì al faraone di farlo chiamare dalla galera. Il faraone seguì il suo consiglio. Di fronte a Giuseppe, tra lo stupore dei maghi e dei sapienti, raccontò che aveva fatto un sogno. «Ma non erano due, si dicevano l’un l’altro. Come di fronte a un buon psicoterapeuta, il faraone aveva compreso da sé che i due sogni in realtà erano uno. E pose quindi a Giuseppe la domanda giusta. «Che significato ha il mio sogno?». Ogni psicoterapia parte col piede giusto solo quando ci si pone la domanda corretta. Giuseppe confermò al faraone che i due erano in realtà un unico sogno e ne svelò il significato: a 7 anni di abbondanza sarebbero succeduti 7 anni di carestia. Cosa che puntualmente si avverò.

L’antichità dava molta importanza ai sogni. Nel mondo egiziano e mesopotamico esistevano manuali di interpretazione dei sogni, ben prima che Freud scrivesse le sue opere. Nell’antica Grecia si credeva che Asclepio, dio della medicina, apparisse ai malati in sogno durante il sonno per guarirli. Così molti si recavano nei suoi santuari per ricevere quei sogni terapeutici. La Bibbia ha una posizione ambivalente riguardo ai sogni. Da un lato li vede come un mezzo di cui Dio si serve per comunicare con l’uomo, dall’altro li sminuisce e nega loro validità. Eppure la Scrittura è piena di sogni, da quello di Giacobbe, della scala tra cielo e terra con gli angeli che salgono e scendono, a quelli di Giuseppe marito di Maria e padre di Gesù. Il Talmud, più di un migliaio di anni fa, sosteneva che i sogni dovessero essere interpretati: «I sogni seguono la loro interpretazione». Perché, afferma il testo, sono come la mietitura del grano, contengono un messaggio vero (come la spiga che si mangia) e una parte superflua (come la pula da gettare via). Sono pieni di distrazioni, ma sono anche veicoli di riparazione e guarigione di se stessi. Tutto questo Giuseppe non poteva saperlo. Al suo tempo non esisteva né il Talmud né L’interpretazione dei sogni di Freud. Lui andava a istinto. E si fidava della luce di Dio dentro di sé. Diceva: «Non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni?». Se con i sogni Giuseppe si era messo nei guai, con i sogni si tirò fuori dai guai. E tirò fuori anche i suoi fratelli. Come avvenne? La storia è così bella, intrigante, che conviene leggerla nella Bibbia.

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