Giuseppe come Lorenzo, studenti morti sul lavoro

La tragedia degli studenti morti sul lavoro in Italia. Due tragici episodi, a distanza di poche settimane, in Friuli e nelle Marche. Le prese di posizione dei sindacati, le richieste degli studenti, il monito del capo dello Stato Mattarella ed il ricordo di Antonio Gramsci, che, nei suoi “Quaderni dal carcere”, scriveva di scuola e lavoro
Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse

Giuseppe come Lorenzo. Avrebbe compiuto 17 anni il prossimo 17 maggio Giuseppe Lenoci, morto in un incidente stradale mentre si recava in azienda per uno stage legato ad un corso di formazione professionale che stava frequentando. Oltre alle lezioni teoriche era prevista la pratica in azienda.
Il giovane era originario di Monte Uranio (Fermo), il conducente della vettura è rimasto ferito e si trova ricoverato in ospedale.

L’incidente che è costato la vita a Giuseppe è avvenuto a breve distanza da quello in cui è morto Lorenzo Parelli, proprio nell’ultimo giorno di stage in fabbrica a Lanuzacco, in provincia di Udine, stage collegato ad un corso di formazione, in provincia di Udine. Lorenzo è stato colpito da una putrella: per lui non c’è stato nulla da fare. Due incidenti diversi, uno sul luogo di lavoro, l’altro durante il tragitto, ma per la legge italiana si considera comunque incidente sul lavoro.

Il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, è intervenuto con una frase pesante. «La sicurezza sul lavoro deve essere sempre garantita, a maggior ragione quando sono coinvolti dei ragazzi in formazione». Ed ha aggiunto: «Credo sia urgente ritrovarci anche insieme alle Regioni per un percorso che porti a una maggiore sicurezza in tutti i percorsi di formazione dove sono previsti contatti dei nostri giovani con il mondo del lavoro».

La morte sul lavoro in Italia è in emergenza. Il tema della sicurezza, per vari motivi, è in primo piano. Troppi incidenti, troppi morti, e non sempre solo «incidenti». Tante, troppe volte, quell’incidente si sarebbe potuto evitare se si fossero applicate adeguatamente le norme sul lavoro. Anche il presidente Mattarella, nel suo discorso di insediamento davanti al Parlamento ha toccato il tema della sicurezza e delle morti sul lavoro.

E torna in primo piano anche la tanto discussa legge sull’alternanza scuola lavoro, anche se la morte di Lorenzo e Giuseppe è avvenuta in situazioni diverse: i due ragazzi frequentavano dei corsi di formazione professionale che prevedevano anche gli stage in azienda.

Prendono posizione i sindacati, si fa sentire anche la voce degli studenti, protagonisti di numerose iniziative, manifestazioni negli ultimi giorni. In un crescendo di consapevolezza che diventa anche riflessione forte e punta ad incidere sulle scelte normative e, prima tra tutte, sulla dibattuta legge sull’alternanza scuola – lavoro. Che oggi torna in discussione per le sue finalità, per le modalità di svolgimento, per l’effettiva utilità, ma anche e soprattutto per la sicurezza.

Perché lo studente non è un lavoratore e non dovrebbe mai morire «di lavoro». L’Usb (unione sindacale di base) chiede la fine dell’alternanza scuola lavoro, della scuola azienda e punta a rivedere in toto il modello della formazione professionale in Italia. Una nota diffusa alla stampa la definisce «un calderone in cui sguazzano le aziende che piegano la formazione alle loro esigenze, con tutto quel che ne consegue per la sicurezza e la salute dei giovani. Non è più tollerabile che la salute e l’incolumità dei ragazzi siano trattate con la stessa noncuranza con la quale ogni giorno in Italia si procede alla sanguinosa registrazione contabile dei morti di lavoro».
la legge sull’alternanza scuola – lavoro si basa sull’idea secondo cui la scuola non può limitarsi a dare solo formazione teorica, ma deve accompagnare gli studenti verso il mondo del lavoro. L’attuazione pratica, poi, crea condizioni, modalità ed obiettivi diversi seconda che si tratti di istituti tecnici o professionale, o di formazione umanistica, sociale o scientifica.

Una circolare del ministero dell’Istruzione, nel maggio scorso, citava addirittura Antonio Gramsci ed una sua frase, negli ormai celebri «Quaderni dal carcere». Sono passati più di 90 anni, ma la lezione del celebre pensatore comunista sono di grande attualità «Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.  La partecipazione di più larghe masse alla scuola media porta con sé la tendenza a rallentare la disciplina dello studio, a domandare “facilitazioni”. Molti pensano addirittura che le difficoltà siano artificiose, perché sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale».

Giordano Bruno, magistrato italiano, da alcuni mesi alla guida dell’Ispettorato nazionale, affida ai social una sua riflessione. E lo fa accanto ad una foto di un cartello piazzato nei pressi di un cantiere: «Al mercato del Capo di Palermo, a pochi metri dal palazzo di giustizia, è stato messo oggi un cartello con scritto: “La sicurezza è un diritto. Basta morti di lavoro“.
Non più lenzuola bianche, non più scritte antimafia.
La legalità è il potere dei senza potere.
La legalità del lavoro è il potere dei più deboli».

 

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