Giuseppe Freinademetz il linguaggio che tutti possono comprendere

“L’amore è il solo linguaggio che tutti possono comprendere”. Nella babele di messaggi che ci assalgono ogni giorno sembra sempre più utopico credere ancora in un linguaggio universale. Per questo le parole pronunciate da padre Giuseppe Freinademetz, appena proclamato santo da papa Wojtyla, fanno riflettere. Nato nel 1852 in una famiglia contadina ladina della Val Badia a 27 anni partì missionario per la Cina per non tornare più. “È un santo che ha anticipato la globalizzazione “, scrive il vescovo della diocesi di Bolzano-Bressanone, Wilhelm Egger: percorse a piedi vasti territori della Cina, annunciando ovunque il vangelo, non senza una buona dose di inventiva, servendosi anche di un grammofono, all’occorrenza, per attirare l’attenzione della gente. Dopo un primo difficile impatto con una cultura così diversa, capì che se voleva avvicinarsi alla popolazione doveva accettarne e valorizzarne gli usi e i costumi: studiò il cinese, indossò abiti locali, si fece crescere la barba; ma, oltre all’aspetto esteriore, seppe cambiare soprattutto il suo cuore, facendosi cinese con i cinesi. “In cielo vorrei essere cinese”, ha lasciato scritto: una frase che dà la misura della profonda identificazione con il popolo che si sentiva affidato. Nel suo testamento aveva persino chiesto (invano, perché i suoi resti riposano in Val Badia) di essere sepolto nel cimitero cinese. La sua testimonianza appare ancor più significativa se si considera il periodo storico in cui ebbe a vivere, quel delicatissimo passaggio tra Otto e Novecento, che vide il destino della missione intrecciarsi con quello delle potenze coloniali. Mentre il superiore della sua congregazione sposava uno stile imperialista (arrivando a dire che l’unica mèta dei suoi sforzi era di issare il vessillo di Cristo proprio ad Yanzhou, città natale di Confucio), Freinademetz mostrò un volto ben diverso della missione, fatto di rispetto, solidarietà, sobrietà, inculturazione, estraneo ai giochi politici e agli interessi nazionalistici. Questa abitudine al confronto non lenì in lui la sofferenza nell’aver lasciato “nostra bella Ladinia “, come la chiamava lui. Le sue lettere sono pervase di profonda nostalgia per la sua valle, “il posto più bello del mondo “, dove “è facile salvarsi l’anima”. E questo amore per la sua terra è stato ed è da sempre ricambiato dagli abitanti della valle. La vita e le opere di Giuseppe Freinademetz sono “una lettera di Dio per noi”, ha scritto ancora il vescovo Egger. OCCHIO AL SITO Vajont rivive Alle 22.39 del 9 ottobre 1963 una enorme valanga d’acqua, di pietre e fango, scavalcò la diga del Vajont seminando morte e desolazione: 1909 persone della cittadina di Longarone e di altre comunità limitrofe persero la vita. Le pagine di www.vajont.net ricostruiscono, a 40 anni di distanza, seguendo la cronologia dei fatti, i progetti della costruzione della diga, le analisi idrogeologiche fatte con colpevole superficialità, le proteste dei cittadini, gli espropri, fino al fatidico e prevedibile crollo di una enorme fetta del monte Toc nel lago artificiale. Un lungo processo ha riconosciuto le responsabilità umane del disastro. Negli anni Longarone e gli altri paesi colpiti sono stati ricostruiti, ma la valle del Vajont, anche attraverso questo sito, continua a parlare alla coscienza di quanti la visitano. IN LIBRERIA Baghdad Café Tra i tanti libri sulla recente guerra in Iraq usciti in questi mesi, il reportage di Lorenzo Cremonesi, autorevole firma tra gli altri del Corriere della sera, ci presenta un unico e drammatico reportage che racconta in presa diretta la vita quotidiana a Baghdad, prima, durante e dopo il conflitto. Descrivere la vita quotidiana degli iracheni era un modo per riuscire a sfuggire alle maglie della censura del regime al suo capolinea. In queste pagine emerge un giornalismo di interni, di vita nei caffè, di pieghe inaspettate: barbieri, giocatori di domino e antiquari” (m.z.)

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