Giorgione, il mistero continua

Una grande rassegna nella città natale, Castelfranco Veneto. Poche certezze, molti dubbi. Ma il fascino della sua arte continua.
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La realtà di Giorgione è la sua irrealtà. Ed oggi, in cui viviamo ossessionati dal tempo, incontrarsi con un artista per il quale nessun tempo sembra esistere, da quello personale (quando è nato, chi sono i suoi maestri, chi era veramente?) a quello delle opere (le sicure, un mazzo di cinque dita), sembra trovarsi con un essere strano, fuori dal nostro mondo.

Eppure, il suo, di mondo, ci affascina, direi che “perseguita” l’arte occidentale da 500 anni, da quando, nell’autunno del 1510 un inviato di Isabella d’Este le scriveva che, pochi giorni prima, era morto di peste appunto “maistro Zorzi da Chastelfranco”.

Si diceva del tempo. Le opere di Giorgione non lo conoscono. Non perché lui fosse il bel ragazzo romantico, musicista e frequentatore di circoli misterici, come è stato più o meno favoleggiato, libero dallo scorrere inesorabile delle ore. Semplicemente, perché Giorgione vive in un presente inafferrabile, che è già futuro e già passato. Come Leonardo o Perugino o Giovanni Bellini, a ben vedere. La sua, infatti, è la dimensione dell’eternità.

 

La Madonna e santi di Castelfranco, rimasta nella chiesa per cui fu concepita, è una tavola strana. Si sente che Giorgione conosce gli emiliani, Lorenzo Costa e Francesco Francia, i lombardi, il Bellini. Ma il loro equilibrio compositivo, l’armonia prospettica, c’entra poco con la Vergine malinconica in cima ad un trono altissimo, col bambino sonnacchioso, e i due santi Francesco e Liberale, distantissimi, ognuno chiuso in pensieri suoi. Una “sacra conversazione” davvero originale.

Ma quando, dietro la Madonna, Giorgione apre l’aurora di una paese immenso, di cavalieri, greggi, case e montagne, riscaldati da quella luce velata che l’amore per la natura sa rendere viva, allora ci si rende conto che la sua arte è, come diceva Giuseppe Fiocco, «la primavera del mondo». Dove il tempo non esiste.

Giorgione contempla la natura come prima di lui nessuno in Occidente ha fatto. Nemmeno i fiamminghi, che pure conosce, troppo perfezionisti per trascendersi e “superare il tempo”, forse solo il Bellini. Ma Giorgione osa di più. La ama per primo, la natura, appassionatamente, e la fa diventare protagonista assoluta.

 

La Tempesta dell’Accademia di Venezia è un «paesetto in tela», come la definiva il collezionista Michiel. Una donna che allatta un bambino, un giovane che l’osserva, un temporale. Tutto qui. Eppure è l’atto di nascita del paesaggio moderno in Occidente. La natura è un cosmo vivente e parlante, dove l’uomo è accanto, non “sopra” le cose. Oggi non sappiamo più – nonostante gli studiosi suggeriscano le ipotesi più varie – che cosa il quadro rappresenti. Conta perciò quello che dice a noi e diceva ai primi che se lo godettero, ai quali già sfuggiva il soggetto (e siamo verso il 1530 appena).

È appunto solo un «paesetto in tela con la cingana et soldato». Ma quel temporale, che fa risentire in testa la musica folle di un Vivaldi o di un Tartini, è la porta da cui usciranno Tiziano, Lorrain, i fiamminghi, gli Impressionisti ed oltre. È poco? Basta il giallo denso di un lampo e il colore si scatena attraverso le foglie, il ponte, le pozzanghere, i sassi fino ai tetti della case, con un uccello appollaiato. Questo colore è scintillante e morbido, costruisce la zingara che ci guarda e tratteggia il riso ineffabile del giovane. Scorre rapido, ma denso, fa sussultare ogni cosa e dice che la creazione è viva. Ma misteriosa.

 Non si sa dove siamo, in che stagione (forse l’estate), chi siano le persone. Il mistero rimane. E affascina. Anche in un frammento. Per esempio, foglie e alberi in controluce nei Tre filosofi a Vienna. C’è tutto: il paesaggio veneto e il paesaggio dell’anima. Siamo nel primo decennio del Cinquecento e sembra sia stato detto molto, se non tutto, sulla natura in arte. 

 

Poi, Giorgione s’interessa dell’uomo. Nei ritratti. Come nella cosiddetta Laura (firmata addirittura 1506…), oggi a Vienna. Una ragazza in salute, come piaceva allora, gli occhi chiari, il seno appena scoperto sotto la pelliccia calda, un ramoscello d’alloro, lo sguardo lontano. Una novella sposa, una poetessa cortigiana? Chissà. Laura è una bella ragazza veneziana, ma quello sguardo perso in un orizzonte che non si vede, ma si avverte, dice che la sua fisicità è più apparente che reale: lei è qui, ma potrebbe essere altrove. E lo dice col colore flessuoso, con la luce che l’accarezza.

Giorgione porta le sue creazioni ancora una volta fuori dal tempo. Sembra tutto irreale, eppure è così vero. Chi osserva il Cristo portacroce da San Rocco (Venezia) che oggi molti attribuiscono a Tiziano, resta soggiogato dalla mestizia bellissima di quegli occhi. La tela è consumata, i colori ridotti allo stremo, ma lo sguardo rimane indimenticabile. Sembra un passaggio dell’anima che poi fugge via, lasciandoci una grande nostalgia. Non può che esser di Giorgione, maestro di pensieri dipinti. E di nostalgie.

Quali siano stati i suoi, ci sfugge. L’Autoritratto come David (se è suo) ci mostra una gran zazzera e uno sguardo deciso e fuggitivo. Un attimo e poi si nasconde nel mistero. Ma a noi bastano le sue poche, preziose tele, a dirci cos’è la poesia della vita.

 

Giorgione, l’enigmatico

 

Quattro sezioni, 124 opere di artisti dell’epoca, da Tiziano a Sebastiano al Bellini al Campagnola, e poi alcuni autografi come La Tempesta, Il tramonto, Le tre età, La Madonna col bambino dall’Ermitage. Un tentativo di ricostruire la vita di un artista (1477?-1510), un mistero già poco dopo la sua morte, ma notissimo, citato dal Castiglione nel Cortegiano e due volte dal (confusionario) Vasari. Un’occasione per fare il punto sul catalogo dell’artista, da sempre diviso tra espansionisti e restrizionisti.

 

 Giorgione. Castelfranco Veneto (Treviso), Museo Casa di Giorgine, fino all’11/4/10 (catalogo Skira).

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