«Gesù, oggi? Elettrotecnico, come te»

L’addio a Marco Tecilla, primo giovane a seguire Chiara Lubich agli inizi del Movimento dei Focolari. Una testimonianza

Marco, finito di sistemare dei cavi elettrici al soffitto, era sceso dalla scaletta e Chiara Lubich lo aveva invitato a sedersi un attimo e riposare. Timidamente e in silenzio, si era seduto al lato opposto della tavola. «A quel tempo – racconta Marco, correva il 1945 – era molto sentita la separazione fra la classe operaia e quella intellettuale. Sapevo che Chiara, oltre ad essere una maestra, era iscritta alla facoltà di filosofia: anche per questo motivo di fronte a lei mi sentii assai imbarazzato. Mi parlò di Gesù, di quel Gesù in cui io credevo, ma che avevo sentito sempre molto lontano pur ritenendomi un fervente cristiano». Dopo aver spiegato a Marco che molti si truccano da cristiani la domenica, Chiara concluse: «Gesù, se venisse oggi, sarebbe Gesù 24 ore su 24. Forse, oggi, sarebbe un Gesù elettrotecnico, come te». Marco uscì stordito da questa inusuale visione della vita cristiana.

Appoggiato a un muricciolo cercò nel cielo stellato il misterioso sguardo di Dio che gli si era manifestato come amore. Quella notte non chiuse occhio.

Al mattino, un pensiero gli martellava nella mente: «Essere Gesù 24 ore su 24». A quel punto non poteva aspettare per passare dalle parole ai fatti: al lavoro, in officina, lo attendeva l’irritante e sistematica contestazione dei suoi colleghi atei. Cercò di cambiare atteggiamento: non più reazioni polemiche, ma silenzio e ascolto.

«Non riuscii a chiudere la giornata senza ricadere nella polemica: la mia volontà era tutta da formare, stavo muovendo appena i primi passi. Quella lotta contro me stesso durò parecchio tempo». L’episodio della sua conversione da cristiano fervente a cristiano attirato irresistibilmente a vivere, nel quotidiano, momento per momento, le parole del Vangelo, lo ha raccontato centinaia di volte. Chissà se era consapevole che in quel racconto, apparentemente così semplice e lineare, era racchiuso tutto il profilo di un uomo buono come il pane, un umile operaio senza studi alle spalle, un trentino chiuso e riservato, che, grazie a quell’immediato e convinto “sì” a un Dio che gli si svelava improvvisamente amore, sarebbe diventato non solo il primo focolarino maschio accanto a Chiara Lubich e alle sue compagne, ma un testimone autentico del Vangelo e della spiritualità dell’unità in tutto il mondo, nell’Est europeo dell’allora Oltrecortina come in Sud America, Uruguay, Argentina, Cile e soprattutto Brasile, e poi accompagnatore e guida spirituale per un numero inimmaginabile di persone e di comunità, formatore appassionato alla vita cristiana di uomini e donne di ogni lingua, tradizione e cultura.

Eppure era stato disponibile, ispirato dall’obbedienza alla gerarchia che Chiara gli aveva inculcato, a chiudere il primo focolare maschile di Trento, quando il vescovo De Ferrari ricordò a lui e a Livio, suo compagno di focolare, che l’enciclica Provvida Mater Ecclesia (nemmeno sapevano che esistesse!) esigeva che una comunità fosse formata da almeno tre persone. Gli risposero che erano pronti a tornare a casa propria. Alla fine il vescovo, prendendo Marco per la guancia con due dita, disse in trentino: «Va là, va là, ninòti (bambino, in termini trentini molto affettuosi), andate avanti che intanto il terzo ve lo faccio io!».

Si contano a centinaia di migliaia le persone che hanno conosciuto e stimato Marco Tecilla e che potrebbero raccontare episodi, fatti, situazioni in cui da lui si sono sentite accolte. Sarà forse anche merito della sua candida innocenza (Omnia munda mundi) e della sua inesauribile umiltà, ma, quando si passava qualche momento con Marco, il mondo sembrava fermarsi. Metteva il pugno sotto il mento, come fece quando ascoltò Chiara per la prima volta in Sala Massaia a Trento, cancellava ogni altro pensiero, e ascoltava in silenzio, curioso e attento, come se al mondo esistesse solo il suo interlocutore. Quella che descrisse come «la lotta contro me stesso» lo accompagnò tutta la vita: severo e rigoroso con sé, sapeva coniugare con sapienza il rigore a cui invitava anche gli altri, senza troppi mezzi termini, con un generoso supplemento di misericordia verso ciascuno.

Ricordo quando gli raccontai i risultati, modesti, del mio impegno alle pratiche religiose (messa, preghiere, meditazione…). Invece di farmi la morale, accentuando il mio disagio, mi confidò, invece, il suo sforzo a costruire giorno per giorno quell’uomo “nuovo” che cresce in noi vivendo il Vangelo. Più volte ebbe a dire, in privato e pubblicamente, di non aver mai avuto dubbi di fede. Non era superbia. Chi l’ha conosciuto, sa che quelle parole testimoniavano ben altro: consapevole della propria persistente inadeguatezza, avrà avuto le sue oscurità, ma le riteneva irrilevanti rispetto alla scoperta di un Dio che è amore.

Chi ha avuto la fortuna, io fra migliaia, di essere oggetto della sua cura spirituale, conosce la perseveranza, non disgiunta dalla discrezione, del suo accompagnamento. Gli chiesi di essere mio testimone di nozze: da quel giorno, anno dopo anno, il giorno dell’anniversario si faceva vivo, di persona, a pranzo, o almeno al telefono, se era lontano, per accertarsi che il castello fosse ancora in piedi.

Marco ha sempre descritto il suo rapporto con Chiara come «da figlio a madre che mi ha generato ad una vita nuova, che mi ha nutrito con la luce della sapienza». In un momento di crisi personale, posso testimoniare di aver vissuto anch’io la stessa esperienza nei suoi confronti. Non è difficile immaginare la delicata “intimità” racchiusa nella scena che lui stesso più volte ebbe modo di raccontare: «Tante volte mi sono trovato a mangiare da solo con Chiara in piazza Cappuccini. Ero giovane e l’appetito non mancava: “Ma non la mangi, Chiara, quella carne?” “No”. “Allora la mangio io?”. E la passava a me. “Non lo finisci il vino?”. E mi offriva il suo bicchiere». E lo ha sempre chiamato Marchetto. La sua confidenza con Chiara e la sua docilità a farsi forgiare, parola per parola, dal Vangelo, non devono dare affatto l’immagine di un uomo mite, quasi subordinato.

Ricordo quando davanti a un tentennamento del Movimento di fronte a scelte imprenditoriali da prendere, mi confidò, in dialetto trentino: «Ghe vol qualchedun co le braghe!», intendendo che nella vita bisogna fare delle scelte ed essere coerenti con esse. Determinato, disciplinato, serio, rigoroso, ha sempre ricercato, senza chiasso, nel suo intimo, di cogliere quale fosse la volontà di Dio, attimo per attimo: «Qualunque essa sia, qualunque cosa lui mi chieda, io la voglio fare», sono state fra le sue ultime parole prima di lasciarci.

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