Georgia: Le fatiche della crescita

C’ero stato tre anni fa, in Georgia, un secolo o poco meno. Avevo conosciuto un Paese che a fatica stropicciava gli occhi dopo la lunga notte sovietica, che esponeva le sue piaghe e le sue miserie per suscitare commiserazione e avere accesso ai crediti facilitati dalle alleanze politiche. Ora, abbandonata l’epoca della equidistanza voluta dall’ex-braccio destro di Gorbaciov, Shevarnadze, la politica georgiana gioca decisamente la carta filo-occidentale, per opera dello spregiudicato Saakashvili sostenuto dai pochi industriali del Paese e da buona parte della società civile. Il presidente e gli inutili vezzi Di modi spicci e devoto della religione dell’efficienza a tutti i costi, il nuovo leader della politica georgiana si è lanciato con l’impeto di un treno in corsa alla ricerca di una rinnovata identità nazionale, alternando prese di posizione ardite (come il braccio di ferro col gigante russo a proposito della bolletta del gas) a gesti simbolici (come la presenza nella bandiera delle croci di san Giorgio), e anche a violente sterzate, come le liberalizzazioni (che hanno aumentato la disoccupazione al 19 per cento) o la guerra alla corruzione (secondo i maligni per sostituire a un sistema clientelare da dilettanti uno da professionisti). Fatto sta che i dati macroeconomici si sono messi a funzionare: crescita del Prodotto interno lordo del 7,9 per cento; l’aeroporto di Tbilisi (la necessaria vetrina) ha raggiunto gli standard europei occidentali con i soldi versati da George W. Bush, grande amico del presidente; e il rubinetto russo alla fine non è stato chiuso, anche perché il vicino ha bisogno del gasdotto che attraversa la Georgia per distribuire il proprio gas. Scorgo un grande cantiere in pieno centro di Tbilisi, e una catapecchia che occupa un angolo del terreno su cui costruire. Il proprietario, un vecchietto dalla barba bianca e gialla, non se ne vuole andare. Sembra il simbolo di una società in movimento, ma con tante resistenze. In effetti, attraversando la capitale – ma anche tante strade nella povera campagna georgiana -, si nota l’apertura di tanti cantieri, mentre le cadenti ma deliziose ca- se in legno alla turca, che caratterizzano il centro delle città, ad una ad una conoscono le cure del restauro pagato dai privati. Il che vuol dire che le risorse crescono. I mastodontici fuoristrada e le auto di grossa cilindrata aumentano anche qui, ma (e questo è un segnale ben più sano per l’economia) crescono soprattutto le auto piccole e medie. I salari aumentano più dei prezzi, e così si sviluppa quella classe media che rende possibile un capitalismo liberista non sfacciatamente ingiusto. Una società in marcia Mi capita di visitare un palazzone in cui sono ancora lasciati a marcire dei profughi dell’Abkhazia: debbono rimanere così, ben evidenti, per denunciare la piaga aperta della regione che rimane collegata con Mosca persino nell’uso del passaporto russo. In effetti i bubboni politici (retroterra ceceno, minoranza armene e musulmane al sud, ma soprattutto Abkhazia e Ossezia meridionale) non hanno ancora trovato una soluzione; ma almeno le armi non fanno troppo rumore: il governo sventola l’arma della identità nazionale, ma si guarda bene dallo spingere fino al punto di non ritorno le minacce proferite. E con ogni probabilità sotto banco qualche accordo per lo status quo viene stretto col vicino russo… Altro aspetto in movimento, la religiosità. Essa trova una valida spalla nella politica alla disperata ricerca di valori nazionali che possano coagulare una popolazione sottoposta alla violenta pressione consumistica. Così, pur professandosi areligioso ed equidistante tra le diverse forme religiose, il potere politico non disdegna sbandierare le forti vicinanze con le cose dello spirito, quelle legate alla ipernazionale Chiesa di Georgia, ortodossa e autocefala, perché l’interesse per i valori ortodossi e georgiani è comune. Il che non vuol dire necessariamente attestarsi su posizioni di chiusura: Il dialogo è un paradigma della globalizzazione – mi dice il ministro della Cultura Gabashvili -; la preservazione delle tradizioni si fa con esso, che però non può funzionare senza un radicamento culturale. Approfittando delle nuove aperture, anche la società civile cresce, e l’informazione pare, nei fatti, godere di libertà, anche se l’autocensura di sovietica memoria è ancora virtù diffusa. Anzi, sembra aumentare, anche perché l’opposizione non ha grande spazio nella stampa.Mentre la proverbiale generosità georgiana si coniuga nella crescita di Ong georgiane e straniere. Il sistema sanitario fatica a raggiungere standard europei, mentre l’educazione s’è rimessa in moto, soprattutto per le iniziative private, cosicché ora la nazione può contare su alcune decine di università di buon livello. Che poi si approfondisca il fossato che separa chi si può pagare gli studi privati (35 mila giovani e ragazzi) e chi invece non può permetterseli (circa 600 mila), questo è il prezzo da pagare, anche se lo Stato sta facendo sforzi incredibili per assicurare a tutti i figli dei suoi cittadini un’educazione e un’istruzione adeguata – ammette il ministro della Educazione Lomaia -. Servono dieci anni per giudicare la bontà del nostro piano di sviluppo, perché dobbiamo ricostruire le infrastrutture adeguate e trovare insegnanti preparati . E lo capisco: a Marneuli, sulla strada verso Yerevan, vengo fermato da una mandria di vitelli secchi e nodosi. Un giovinetto li sta guidando: Non vado a scuola perché tanto non imparo nulla, mi dice con un discreto inglese imparato a casa da solo. Sua Santità e Sua Efficienza In margine a un convegno promosso dall’Unesco e dalla presidenza georgiana, con il contributo del patriarcato georgiano, sul dialogo tra civiltà e religioni, ho modo di incontrare l’anziano e saggio patriarca Ilia II, difensore della autonomia religiosa della Georgia (dalla Russia), e il giovane e impulsivo presidente Saakashvili, difensore della autonomia politica della Georgia (sempre dalla Russia). Nulla li unisce nel temperamento, ma tanto li avvicina nella concretezza. La Georgia è un corridoio, come accade per il gas e il petrolio – mi spiega Sua Efficienza, il presidente- che-corre-sempre -, ma è anche un incrocio, un luogo di dialogo e collegamento: prenda l’esempio degli armeni, che per recarsi in Turchia o Azerbaijan debbono passare da noi, a causa del Nagorno- Karabakh. La nostra nazione è benedetta, il clima è ottimo, la campagna è fertile, siamo europei ma anche asiatici, siamo frammessi tra i mondi musulmano e ortodossorusso… E potrei continuare. Ma, pur avendo questa funzione di ponte, siamo alla ricerca di una nostra identità dopo il periodo comunista e dopo aver riconquistato a fatica l’indipendenza. Scende poi sul piano personale per rafforzare l’idea di equidistanza: Mi accusano di non essere attaccato alla mia terra perché sarei mezzo armeno: abbiamo tutti sangue misto, ma ciò non mi impedisce di essere georgiano da capo a piedi. Talvolta lei viene accusato di essere troppo ottimista sui risultati della sua gestione… Non voglio nascondermi dietro i buoni risultati. Il fatto è che partiamo da una situazione molto degradata. Ad esempio, ancor oggi l’80 per cento del nostro territorio non ha energia elettrica, e la sicurezza non è assicurata in alcuni lembi della Georgia, mentre l’analfabetismo è sopra il 20 per cento. Ma il reddito pro capite è passato da 700 a 2500 dollari all’anno e gli investimenti stranieri in tre anni sono cresciuti di otto volte, mentre la corruzione arretra. Tutt’altro tipo è Sua Santità, il patriarca Ilia II: calmo, pesa ogni parola, non conosce l’emozione. Nessuno può fermare la globalizzazione che sta prendendo nella sua rete anche la nostra Georgia – mi spiega -, ma nessuno può nemmeno annullare il desiderio dell’uomo di comprendere l’altro e di condividere le proprie esperienze spirituali e sociali. Un’affermazione di principio un po’ generica, che il patriarca s’affretta a chiarire: Sempre più gente in Georgia capisce che deve difendere coi denti la propria identità, i valori culturali, linguistici e religiosi.Mostriamo questi valori e capiremo che condividerli vuol dire offrire le proprie ricchezze e arricchire gli altri popoli. Non si tratta di mettere in comune solo idee, ma piuttosto dei valori che formano la vita della gente. Ottimista? Non solo ottimista, ma sicuro che i miei concittadini sapranno essere all’altezza dei loro grandi predecessori, come san Giorgio e santa Nino. Saakashvili e Ilia II vanno di pari passo. Partecipano insieme alle manifestazioni pubbliche, come la sfilata militare per la festa dell’indipendenza georgiana cui assisto: mentre il presidente saluta le truppe, Ilia II benedice i blindati di stanza in Abkhazia e i soldati di ritorno dall’Ossezia. Per significare il riavvicinamento con la Chiesa, il presidente ha voluto costruire proprio accanto alla nuova ed immensa cattedrale della Trinità il nuovo palazzo presidenziale, che scimmiotta il Palazzo del Congresso di Washington, ma con la cupola in cristallo trasparente… Un po’ kitsch. Problemi aperti Nino Chavchavadze, psicologa, è figlia del massimo filosofo georgiano del XX secolo. Con la sua dolce parlata francese (è principessa, parla la lingua dei nobili) mi spalanca un universo di sofferenza: Per gli uomini la difficoltà sta nel non riuscire a ridare un senso all’autorità; per le donne invece è la precarietà della vita che fa i maggiori danni. Per tutti – e per i giovani in particolare – va anche considerata la frustrazione provocata dalla disponibilità di prodotti impossibili da permettersi. Con la disoccupazione ufficiale al 19 per cento, ma effettiva oltre il 30, si può intuire come la popolazione stia vivendo qualcosa di complicato anche dal punto di vista psicologico. La famiglia ancora tiene, anche perché le pressioni sociali non sono piccole e la famiglia tradizionale è comunque rassicurante. Vengo accolto in una casa di Mtskheta, centro originario attorno a cui si è sviluppata la Georgia: padre, madre, nonna, tre figli, in una casetta di legno verdognolo, decorosa ma precaria: I miei figli riescono a malapena a studiare – mi spiega il capofamiglia -, ma debbono lavorare quando possono, altrimenti non arriviamo a fine mese. Ma a casa ci vogliamo bene, anche se siamo sempre stanchi per la vita grama che conduciamo. Insomma, anche la Georgia vive tempi di globalizzazione e di nazionalismi: nel globale, nel bene e nel male, c’è anche il locale. Un locale che non può non considerare nei georgiani le due qualità caratteristiche di san Giorgio (il coraggio) e di santa Nino (la perseveranza). Sono le due qualità che alimentano l’ottimismo sul futuro del Paese.

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