Fraternità, motore di sviluppo integrale

Severa nelle analisi, innovativa nelle prospettive, ricca di indicazioni. Accoglienza decisamente positiva per l'enciclica sociale di Benedetto XVI.
«È un’enciclica, non un’enciclopedia», ha dovuto precisare, con felice battuta, mons. Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio consiglio della giustizia e della pace. Nella conferenza stampa di presentazione della nuova enciclica, alcuni giornalisti lamentavano l’assenza di un dato argomento o di un certo particolare di un problema.

 

Le aspettative sul testo papale erano infatti enormi per diversi motivi. Veniva reso noto alla vigilia dello svolgimento del G8, in cui i capi di Stato e di governo stavano per definire interventi in merito alla crisi economica e finanziaria. Proprio in relazione alla crisi – che aveva comportato uno slittamento della presentazione dell’enciclica per una necessaria riscrittura – mass media ed esperti erano desiderosi di conoscere i possibili pronunciamenti di Benedetto XVI. Altro motivo di attesa era il fatto che l’ultima enciclica sociale, la Centesimus annus di papa Wojtyla, risaliva al 1991, quasi un’era geologica fa, considerate l’entità e la velocità dei mutamenti avvenuti nel frattempo sul pianeta.

Il titolo, Caritas in veritate, potrebbe apparire singolare per un testo di natura sociale. E può sorprendere, ma i due termini e la relazione tra loro costituiscono il fondamento di tutta la riflessione. «La carità nella verità – scrive Benedetto XVI in apertura – è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’intera umanità», ma è anche «una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva globalizzazione».

Tutti sono interpellati dalle crescenti disuguaglianze e dalle molteplici crisi – non dimentichiamo quelle alimentari e ambientali. Il mondo si è fatto terribilmente complesso, l’economia e la finanza hanno perso il controllo delle loro decisioni, il tumultuoso sviluppo tecnologico comporta enormi rischi, mentre manca un quadro di riferimento per le scelte di ogni tipo. L’umanità sta avanzando velocemente, ma non sa verso dove.

 

Benedetto XVI fa presente che «il mondo soffre per mancanza di pensiero» e chiede apertamente «una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini». È un richiamo coraggioso rivolto non solo a credenti e non credenti, ma anche a pensanti e non pensanti. Chiede di scrollarsi di dosso il diffuso senso di impotenza e un pensare preda del  fatalismo, che portano a ritenere inevitabili o non aggredibili gli ostacoli che impediscono lo sviluppo integrale di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.

Consapevole della complessità dei problemi e degli egoismi strutturati guidati dall’avidità, dalla corruzione e dall’illegalità, Benedetto XVI non di meno invita alla speranza, precisando che il mondo può ancora essere cambiato in meglio, che nulla è perduto, ma che non c’è tempo da perdere.

La speranza è vana se non ha una meta chiara e un preciso progetto per raggiungerla. Ed ecco che papa Ratzinger interpella economia e finanza, politica e saperi a riscoprire la direzione di marcia e il senso profondo della loro ragion d’essere.

È una lezione alta che presenta un brano mirabile del divenire storico, di quella Storia a cui ricondurre la trama di tutte le storie e le vicende. Indica che il pur lento e contrastato cammino dell’umanità ha come traguardo la costruzione dell’unica famiglia planetaria: «Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia». E avverte che non è un processo automatico: l’umanità può implodere – e, visto il presente, ce la sta mettendo tutta per riuscirci – o invece progredire verso il suo pieno sviluppo. A tale fine, la globalizzazione sta dando una mano, ma non basta. Scrive lapidario: «La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli».

 

Ed ecco il punto. Anzi, il motore dell’enciclica: la fraternità. Il papa invita a porla come faro e paradigma nelle scelte personali e collettive, aziendali e istituzionali, politiche ed economiche. «Il sottosviluppo ha una causa ancora più importante della carenza di pensiero: è la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli».

 Insomma, una rivoluzione culturale, che sola può ridare senso e significato pieni – in tempo di logiche rapaci – alla giustizia e al bene comune, all’economia e alla politica. Benedetto XVI auspica una riforma dell’Onu, ma va oltre: «Urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale», «riconosciuta da tutti e con potere effettivo per garantire sicurezza, giustizia, rispetto dei diritti».

In questo scenario, il papa rilancia, valorizzando la Populorum progressio di Paolo VI, il ruolo della società civile, da porre sempre più come terzo, indispensabile soggetto al pari dello Stato e del mercato, e sottolinea il principio di sussidiarietà: «È un aiuto alla persona, attraverso l’autonomia dei corpi intermedi».

Nella prospettiva della fraternità, il papa tira giù un altro asso: la logica del dono, che muove le scelte dopo aver tenuto conto della giustizia. I poveri non sono da considerarsi «un fardello, bensì una risorsa anche dal punto di vista economico». Il pontefice incalza: «Lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità». Da qui, l’attenzione del papa verso l’economia civile e di comunione, quali innovative modalità di intendere l’impresa in rapporto alla comunità.

Per Benedetto XVI lo sviluppo o è integrale o non è. L’ecologia umana (il rispetto della vita) e quella ambientale, pertanto, il rispetto delle generazioni future, il senso dei doveri sono fattori costitutivi del processo. A cui non possono mancare la libertà religiosa e una crescita spirituale.

 

La Caritas in veritate è un testo ricco e ampio nei suoi sei capitoli, che sta innescando riflessioni in ogni parte del pianeta. Indica al mondo cattolico, compreso quello italiano, il patrimonio unitario e indivisibile della dottrina sociale della Chiesa. Un segnale implicito ma chiaro per superare la contrapposizione tra valori considerati troppo spesso semplicisticamente di centro-destra (vita, famiglia, sicurezza, sussidiarietà) e quelli di centro-sinistra (equità sociale, solidarietà, pace, intervento pubblico).

L’enciclica di Benedetto XVI sollecita a maturare una consapevolezza aperta verso quei valori nel loro complesso in modo che ciascuno di loro debba risultare complementare e indispensabile agli altri. Una consapevolezza che costituirebbe il fondamento di una testimonianza univoca e potrebbe incentivare una proficua collaborazione con le persone di buona volontà in vista del bene comune planetario. 

 

La centralità della persona

 

La Caritas in veritate usa una formula straordinariamente efficace per definire la dottrina sociale cristiana: è «annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società» (n. 5), per cui «la carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa». È con ciò una teoria speciale, perché fa riferimento al progetto storico più alto che sia mai stato escogitato: il disegno di Dio sull’umanità. Quest’ultimo è spesso riconosciuto come «civiltà dell’amore», e la Caritas in veritate ne offre una traccia luminosa.

Essa riesce a centrare le cause delle crisi che oggi attanagliano uomini e donne di tante parti del mondo, e arriva a configurare lo schema dei valori irrinunciabili sui quali ricostruire la pienezza della vita. Riesce a far tutto questo forte di una tradizione che, dal punto di vista letterario, ha avuto inizio 118 anni fa con la Rerum novarum, ma la cui origine è naturalmente negli insegnamenti sociali del Vangelo, nelle ispirazioni dei padri dei primi secoli cristiani, nelle teologie politiche medievali. Una tradizione plurisecolare, ma che costruisce «un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo» (n. 12), giacché fondato sulle verità della Rivelazione, imperniate sull’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio.

La Chiesa è anche «esperta di umanità» (Populorum progressio, n. 13), e la sua sapienza, frutto dell’incontro fra Rivelazione e storia, le consente di entrare fra le pieghe delle sofferenze economiche e sociali, con lungimiranza e passione. Così, l’enciclica passa in rassegna la crisi dei sistemi di welfare, le sfide interculturali, la fame nel mondo, il rispetto per la vita, la libertà religiosa, senza rimanere ostaggio delle soluzioni ideologiche contingenti, ma ricordando agli uomini che sono fatti per amare.

In tal senso, il primato morale dell’uomo lo pone al centro dei processi sociali ed economici. Questo significa che l’uomo non può essere pensato solo come uno stomaco da riempire (materialismo), un singolo da insuperbire (individualismo), una unità indistinta di un collettivo piegato al prurito dello Stato (collettivismo), ma va concepito come essere incastonato in un autentico sviluppo integrale, in nome del quale l’umanità potrà scrivere un brano del suo percorso verso la fraternità universale, imperniata sul principio di gratuità, in nome del quale la Caritas in veritate invita tutti gli uomini di buona volontà a creare un mondo economicamente più equo (n. 34).

Alberto Lo Presti

 

 

La novità: gratuità e mercato

 

L’ultima enciclica di Benedetto XVI deve essere salutata con gioia e speranza da chi opera nell’ambito civile, economico o politico. Essa rappresenta, allo stesso tempo, una continuità con l’insegnamento sociale della Chiesa, e una importante innovazione (sulla quale si dovrà riflettere molto nei prossimi anni).

Innanzitutto il papa invita già nelle prime righe della lettera a superare una delle contrapposizioni più radicali delle nostra società, quella cioè tra l’ambito o la logica del dono e della gratuità, e l’ambito o la logica del mercato. Questo bisogno di unità è il cuore del messaggio della Caritas in veritate e ne rappresenta un punto di
straordinaria forza profetica. Niente come la gratuità è assente oggi dal dibattito economico, dai mercati e dalle imprese. Chi parla di gratuità in economia viene preso per ingenuo, mistificatore («che ci sarà sotto?»), e in ogni caso dannoso per il funzionamento dei mercati e delle imprese.

E, infatti, la gratuità, da una parte, viene confusa (snaturandola) con il “gratis” o con la filantropia. Dall’altra, il dono è scambiato con il regalo o con il gadget delle imprese. In realtà, come ci ricorda il papa, la gratuità rimanda a charis, grazia (altro che gratis: la gratuità è pesante!), all’agape, la parola greca che i latini hanno tradotto con caritas a sottolineare ancor di più lo stretto legame tra l’amore cristiano e la charis, la grazia.

La gratuità è infatti grazia, poiché è dono non solo per chi riceve atti di gratuità, ma anche per chi li compie, poiché la capacità di amare gratuitamente è sempre qualcosa che accade in noi e ci sorprende sempre come quando siamo capaci di ricominciare dopo un grosso fallimento o di perdonare davvero gravi errori degli altri. È questa gratuità che il mercato capitalistico non conosce, e che invece questa enciclica ci chiama a mettere al centro anche dei nostri rapporti economici, politici, sociali, dove sembra impossibile, ma dove già sono in tanti a viverla, nell’economia «civile e di comunione» (n. 46).

 

Si capisce quindi come il papa inviti fortemente a superare la distinzione tra non-profit e for-profit: non esistono ambiti o settori della gratuità, ma ogni impresa, al di là della sua forma, è chiamata alla gratuità, che è la cifra dell’umano: se un’impresa, sia essa for-profit o non-profit, non è aperta alla gratuità non è un’attività umana, e quindi non può portare frutti di umanità. E si comprende anche perché: Benedetto XVI ci ricorda che il profitto non può e non deve essere lo scopo dell’impresa, ma solo uno tra tanti elementi, non certo il più importante.

Rilanciando la gratuità nell’economia, l’enciclica richiama il mercato alla sua vocazione d’incontro tra persone libere e uguali ed è una critica radicale al capitalismo (proprio per questo il termine non è mai citato nel testo). Salveremo il mercato e il suo portato di civiltà solo superando questo capitalismo, verso un’economia civile e di comunione.

Dopo la prima enciclica sulla carità e la seconda sulla speranza, potevamo attenderci la terza sulla fede. Ed in effetti così è stato, poiché solo una visione dell’uomo, un’antropologia che crede la persona fatta a immagine di un Dio comunione, con impresso made in trinity nel suo essere, può raccogliere l’invito alla gratuità anche in questo mondo, in quest’economia. Su questa scommessa antropologica risiede anche la speranza che l’economia annunciata possa non essere un’utopia (un non luogo), ma un eutopia (un buon luogo), il luogo dell’umano.

Luigino Bruni

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