Finanza e armi. La “strana” forza della società civile

Davvero non si può fare niente davanti al potere dei soldi? Intervista a Giorgio Beretta, coordinatore della campagna di pressione sulle “banche armate”. 
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Venti di guerra, dalla Siria alla Corea, e fortune immense che emergono, finora nascoste nei paradisi fiscali. È il momento giusto per approfondire il legame tra sistema bancario e il grande giro degli affari costituito dal commercio degli armamenti. Come ha riconosciuto il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, in occasione dell’approvazione del primo trattato internazionale sul controllo delle armi convenzionali, le organizzazioni della società civile responsabile risultano determinanti per la loro competenza e impegno a raggiungere risultati altrimenti impensabili. Ne è una conferma la Campagna di pressione alle “banche armate che ha documentato il legame tra attività finanziaria e commercio degli armamenti. Pochi mezzi, ma un grande patrimonio di conoscenza dei gangli dell’economia che a mano a mano sta scardinando tanti luoghi comuni facendo riprendere coscienza del ruolo decisivo che un sistema bancario slegato dalla finanza speculativa e irresponsabile può svolgere al servizio della società. Altro esempio del crescente grande interesse dei cittadini in questo campo è anche la maggiore attenzione che viene rivolta alla Banca Etica.
Rivolgiamo alcune domande a Giorgio Beretta, coordinatore della Campagna di pressione alle “banche armate”.

Cosa è una “banca armata”? Quali sono le sue caratteristiche?
«In generale, ogni banca che finanzia l’industria militare o offre servizi alla produzione e al commercio di armi è una “banca armata”. Per quanto riguarda i finanziamenti è spesso difficile, dato il segreto bancario, conoscere l’esatta entità degli importi che un istituto di credito eroga all’industria militare o allo specifico settore militare di un’azienda con produzione sia civile che militare. È possibile, invece, conoscere con una certa precisione sia l’entità dei servizi finanziari (azioni, obbligazioni, linee di credito, ecc.) emessi da una banca per un’industria militare sia, soprattutto in Italia, gli incassi assunti da una banca per conto di una ditta militare per le vendite di armamenti a paesi esteri. Nel nostro paese, infatti, grazie alla legge n. 185 del 1990 tutte le operazioni di esportazioni di armamenti devono essere autorizzate dal governo alle aziende produttrici e, conseguentemente, anche gli incassi per queste vendite devono essere autorizzati dal ministero del Tesoro alle banche. Tutte queste operazioni devono, per legge, essere poi riportate in una relazione che la Presidenza del Consiglio è tenuta a inviare al Parlamento ogni anno: è da questa relazione che sappiamo quali banche sono operative nel settore»

Quali risultati in concreto avete raggiunto?
«I risultati vanno valutati in base agli obiettivi. La campagna è stata lanciata nel 2000 in occasione del Grande Giubileo da tre riviste del mondo missionario e pacifista (Missione Oggi dei saveriani, Nigrizia dei comboniani e Mosaico di pace di Pax Christi) e si è data due obiettivi: da un lato, promuovere un controllo attivo delle associazioni e dei cittadini sui servizi offerti dalle banche al commercio delle armi; dall’altro, abbiamo chiesto alle banche di definire direttive rigorose e trasparenti riguardo ai finanziamenti all’industria militare e all’export di armi. L’attività è tuttora in corso ma, in buona parte, entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti almeno per quanto riguarda i gruppi bancari italiani. Tutte le maggiori banche italiane hanno infatti reso note le proprie direttive per questo settore. Alcune hanno deciso di sospendere definitivamente tutte le operazioni di servizi all’export di armi (tra queste IntesaSanpaolo, Monte Paschi Siena, Banca Popolare di Milano, Banco Popolare, Credito Valtellinese, ecc.). Altre hanno delimitato le proprie operazioni sulla base di criteri riguardo ai Paesi destinatari e/o alle tipologie di sistemi d’arma (UniCredit, UBI Banca, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, BNL, Cariparma, ecc.). Altre ancora, invece, pur non avendo emesso delle direttive, non hanno assunto operazioni nel settore (tra queste ad esempio le banche di Credito Cooperativo e Banco Posta). Teniamo conto che in questi 13 anni ci sono stati processi di fusione, acquisizione e internazionalizzazione delle banche italiane che hanno portato i gruppi bancari a dover ridefinire le proprie direttive nel settore: per questo diciamo che l’attività è tuttora in corso».  

Ma può una banca restare esente del tutto dai traffici di armi considerando il grande flusso incontrollato di denaro che avviene con strumenti tra i più sofisticati?
«Attenzione. Fin qui abbiamo parlato di “commercio” (legale e autorizzato dagli Stati), non di “traffici” di armi che sono illegali. I due ambiti vanno chiaramente distinti e non va fatta confusione. L’attività illegale è perseguita dalle autorità competenti e in questo, soprattutto i grandi gruppi bancari, hanno una chiara responsabilità nel mettere in atto tutte quelle misure di prevenzione e controllo definite a livello europeo e internazionale per evitare di “riciclare” denaro che proviene da traffici illeciti. Ma, come ho detto, anche l’attività legale e autorizzata di finanziamento e servizi al commercio di armi può – e noi diciamo deve – essere meglio regolata sulla base di criteri che ogni banca definisce nell’ambito della propria responsabilità sociale d’impresa. Non è una questione di poco conto se si pensa che quasi la metà delle esportazioni legali di armamenti sia dell’Italia che degli stati dell’Ue è diretta ai paesi del Sud del mondo e principalmente al Medio Oriente e alle aree di maggior tensione del pianeta».

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