Fermate la guerra in Ucraina: basta morti!

A un anno dall'attacco della Russia, intervista a Donatella Rafanelli, italiana residente in Ucraina. «Credo - afferma - che sia molto difficile trovare in questo momento un punto di incontro e soprattutto fare dei trattati di pace giusti, e sottolineo giusti. Bisogna fare una distinzione tra popolo aggressore e popolo aggredito». Dopo un anno di guerra «auguro a Ucraina e Russia una pace duratura»
Guerra in Ucraina
Guerra in Ucraina: Nina Nikiforovа, 80 anni, piange per la morte del figlio Volodymyr (AP Photo/Emilio Morenatti).

«Ricordo molto bene la sensazione che abbiamo provato quando ci hanno telefonato, il 24 febbraio di un anno fa, e ci hanno detto che era iniziata la guerra. L’Ucraina era stata bombardata e l’aeroporto non era più agibile. Abbiamo provato sgomento e ci siamo messe a pregare. Avevamo però chiaro il desiderio di non lasciare il Paese». Donatella Rafanelli è italiana, di Pistoia, ma vive dal 2019 in Ucraina. I precedenti 24 anni li aveva trascorsi in Russia, a Mosca, ed è grande l’amore che prova per entrambi i Paesi. Donatella è insegnante di italiano. Prima lavorava con i bambini. Adesso, spiega, insegna online sia agli adulti che ai piccoli. Dopo anni trascorsi a Kyiv, la capitale ucraina, dopo lo scoppio della guerra Donatella si è trasferita a Mukachevo, a ovest del Paese, con le compagne con cui viveva: Gloria Mascellani, Mira Milavec e Katalin Molnar, tutte consacrate del Movimento dei Focolari. Oggi due vivono ancora lì, altre due sono tornate a Kyiv.

Donatella, un anno fa scoppiava la guerra in Ucraina. Cosa hai provato?
All’inizio c’era una sensazione di sgomento, di grande preoccupazione, di paura, ma subito ci siamo messe a pregare e abbiamo affidato tutto a Gesù. I membri della comunità ci hanno consigliato di fare le valigie e di cercare il rifugio più vicino. Siamo uscite a cercare un rifugio e ci hanno indicato un parcheggio sotterraneo. Poi siamo andate a messa nella parrocchia greco cattolica e lì un vescovo che ha fatto un’omelia molto forte, dicendo che non bisognava lasciarsi schiacciare da queste situazioni, che si doveva continuare ad amare. Dopo abbiamo avuto la possibilità di partire.

Com’è stato il viaggio?
Il viaggio è durato 29 ore ed è stato molto forte. Abbiamo messo insieme poche cose, all’inizio non eravamo sicure di poter uscire da Kyiv. Abbiamo cercato i biglietti del treno, ma era tutto pieno. In aereo non potevamo spostarci, c’era anche la prospettiva di rimanere a Kyiv: non si sapeva cosa avremmo fatto. Del viaggio ricordo che eravamo in macchina, rilasciavamo interviste, ma non ci sembrava possibile che fosse scoppiata davvero la guerra. Nessuno poteva immaginare che questa realtà così crudele e drammatica durasse così tanto, non lo credevamo. Ricordo anche la grande accoglienza ricevuta a Mukachevo. Un sacerdote ci ha accolto e ci ha messo a disposizione i locali della parrocchia.

Guerra in Ucraina
Edifici distrutti dalle bombe russe a Borodyanka, a nord di Kyiv, Ucraina (AP Photo/Thibault Camus).

Le truppe russe erano ammassate ai confini, i soldati ucraini si addestravano. Davvero non vi aspettavate un attacco?
Che la situazione fosse grave lo sapevamo. Che succedesse qualcosa ce l’aspettavamo. Io ero stata da poco a casa ed ero rientrata il primo febbraio. In Italia già si parlava di quello che poteva accadere. Ricordo che la mia famiglia mi diceva di non partire. Io rispondevo: state tranquilli, perché fino al 20 di febbraio sicuramente non succede nulla. C’erano le olimpiadi a Pechino e sapevo benissimo – ho abitato tanti anni in Russia – che Putin non avrebbe fatto brutte sorprese alla Cina. E difatti la guerra è poi scoppiata il 24 febbraio. Tanti, tuttavia, non se l’aspettavano.

Tu hai vissuto tanti anni in Russia, hai molti contatti, come hanno reagito a Mosca alla notizia della guerra?
Il primo che mi ha scritto quando è scoppiata la guerra è stato un sacerdote ortodosso. Noi eravamo già in contatto, ma in quei giorni ci sentivamo in modo particolare perché volevamo organizzare una preghiera insieme che poi non stato possibile realizzare, perché non era prudente. Lui mi ha scritto: “Perdonateci”. È stato molto forte per me, mi commuovo anche oggi quando ci penso. Lui è italiano, ma è completamente inserito nella realtà russa, non a caso è un sacerdote ortodosso. Alcuni volevano uscire dalla Russia: c’era la grande preoccupazione di dover entrare nell’esercito. Io amo molto il popolo russo. A Mosca penso di aver toccato quella che si chiama l’anima russa. Un popolo accogliente che mi ha accolta con tanto amore, tanto rispetto, tanta generosità.

Come ha reagito la tua famiglia allo scoppio della guerra?
All’inizio si sono preoccupati tanto, ma hanno vissuto con me ogni momento, anche quando in macchina stavamo lasciando Kyiv, io mandavo i messaggi e loro mi sostenevano con la preghiera e in tutti i modi possibili.

Ti hanno chiesto di tornare in Italia?
Subito dopo lo scoppio della guerra mi hanno chiesto di tornare. Mentre eravamo in viaggio ci hanno telefonato in tanti e ci hanno offerto un posto dove andare. Noi però non volevamo lasciare l’Ucraina. Mentre eravamo in macchina spontaneamente ci siamo confrontate e abbiamo capito che nessuna di noi se la sentiva di lasciare il Paese. Avevamo lasciato Kyiv, ma per tornarci. Sentiamo la stessa cosa anche adesso: ci sembra importante stare qui ed è una delle poche cose che possiamo fare: essere una presenza. Anche adesso i miei mi sostengono molto, ci aiutano, pregano…

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Manifestazione a favore dell’Ucraina in Turchia. Foto Ap.

In quest’anno ci sono stati piccoli tentativi di pacificazione, adesso sembra che la Cina sia interessata alla pace, ma gli attacchi continuano. Che ne pensi?
Io credo che sia molto difficile trovare in questo momento un punto di incontro e soprattutto fare dei trattati di pace giusti, e sottolineo giusti. Bisogna fare una distinzione tra popolo aggressore e popolo aggredito, bisogna tenerne davvero conto. Io dico sempre che l’unica cosa che ci può salvare è un miracolo, bisogna pregare perché Dio intervenga, anche perché la popolazione ucraina non si arrende.

Si è dimostrata davvero molto tenace…
Tenace è proprio la parola giusta. Gli ucraini sono perseveranti, tenaci, forti. Mi colpisce tanto la loro dignità nell’accogliere il dolore: ho molto da imparare da questo popolo che mi ha accolto con tanto calore. Affrontano tutto con grande dignità e non si lasciano scoraggiare. Faccio un esempio concreto: sono state colpite varie centrali elettriche e per questo nei mesi passati bisognava risparmiare elettricità. Anche qui nella Transcarpazia si è fatta grande economia: avevamo poche ore di elettricità al giorno, e questo comprendeva luce, gas e acqua, riscaldamento. Anche lavorare era un bel problema. Io mi lamentavo un po’, ma se ne parlavo con qualcuno mi dicevano: «Questo è niente in confronto a tutto ciò che vivono i nostri per difenderci…». Questo mi ha aiutato tantissimo a non lamentarmi, ad andare oltre, a donare le difficoltà a Gesù.

Com’è l’umore della popolazione dopo un anno?
L’umore è come prima: sono persone che lottano, vanno avanti e credono nella pace, nella libertà e nella difesa del proprio popolo e dei propri confini. Una cosa che mi ha fatto molta impressione riguarda la lingua. Quando sono arrivata a Kyiv, in città molti parlavano russo senza problemi e anche io lo facevo. Da quando è scoppiata la guerra è diverso: la lingua esprime la cultura e l’identità di un popolo. Adesso tutti parlano ucraino e ho capito che per rispetto a questo popolo che mi accoglie anche io devo parlare ucraino. È un popolo che lotta per la propria libertà, anche se c’è la paura.

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Manifestazioni a sostegno dell’Ucraina a Londra in occasione dell’anniversario della guerra (AP Photo/Kin Cheung).

Tu hai parlato della fede. Ogni giovedì in varie lingue pregate per la pace…
Questa preghiera è nata alcuni anni fa in occasione di grandi disordini nel Myanmar e per tutti i conflitti. Quando è scoppiata la guerra in Ucraina, questa preghiera si è intensificata. Preghiamo insieme una mezz’ora, ogni giovedì, attraverso Zoom: possono collegarsi tutti quelli che vogliono. Per me è un momento molto importante, in cui sento la forza della preghiera. Partecipano tante persone dai Paesi dell’Europa orientale, dalla Germania, dall’Italia, dall’Olanda… Anche per questa ricorrenza della guerra ci sono tante preghiere in tanti Paesi. In particolare mi ha colpito molto che oggi i collaboratori della Caritas Spes di Kyiv hanno organizzato una via crucis che è possibile seguire su YouTube. L’hanno chiamata la via Crucis degli ucraini, la 366sima stazione. Ho tradotto dall’ucraino all’italiano i testi e mentre lo facevo mi commuovevo perché è intensa, forte, viva. C’è un desiderio intenso di vivere tutto questo per Dio, si implora la pace, si parla della vittoria della luce, della pace.

Cosa ti auguri per il futuro dell’Ucraina e, visto il tuo amore per la Russia, anche per questo Paese?
Io mi auguro per entrambi che al più presto – per il bene di un Paese e dell’altro – ci sia la pace. Quanti morti! Non c’è persona qui che non abbia un parente al fronte. Si nuota in un mare di sofferenza: basta morti! Auguro a tutti la pace. Una pace duratura perché questo Paese si possa ricostruire e possa tornare a vivere nella pace e nella libertà, perché la ricostruzione sarà difficilissima, ma io ho tanta speranza.

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