Familyfest 2005, la famiglia che c’è

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Sabato 16 aprile è stata una giornata importante per le famiglie: una grande festa ne ha coinvolto centinaia di migliaia, nel ricordo di Giovanni Paolo II, il papa della famiglia; una festa di vita condivisa, di emozioni profonde e di ricerca sui suoi temi specifici: era il Familyfest, o meglio erano i 200 Familyfest che nel giro di 24 ore si sono accesi in tutto il pianeta. Perché uno dei primi slogan che ha lanciato il progetto diceva: Il Familyfest non avverrà a Roma o in un qualsiasi altro luogo, ma nel mondo. Un elemento li legava tutti: una trasmissione televisiva in diretta. Aperta da una portabandiera che guidava le famiglie ad invadere la stupenda piazza del Campidoglio in Roma, si è chiusa con un vibrante messaggio di Chiara Lubich a tutte le famiglie del mondo. Sua era stata l’idea di partenza, quando, nel settembre del 2002, aveva detto che era l’ora di dare visibilità alla famiglia che vive i valori ideali del vangelo, valori fondamentali e preziosi per la società e che la cultura corrente sta dimenticando. L’invito alle famiglie era quello di uscire nelle città, di guardare alle attese e ai bisogni del tessuto sociale, di essere presenti e visibili, promuovendo uno sviluppo ideale ed integralmente umano della società. Da qui la scelta di un pro- getto nuovo di manifestazione, che coinvolgesse tutte le famiglie del mondo, attraverso quei media che hanno il potere di trasformarlo in un unico villaggio planetario, anche se virtuale. La trasmissione (diffusa da Raiuno e da oltre cinquanta emittenti di altri paesi, servendosi di 52 canali satellitari) era solo uno degli elementi in gioco, e rappresentava un punto d’incontro e di coesione tematica tra tutti i congressi che si stavano svolgendo in contemporanea. Ha ottenuto un ottimo indice di ascolto (inizio con uno share dell’8 per cento e arrivo col 20 per cento; media di oltre il 15 per cento). Le idee-forza, proposte con messaggi suggestivi da noti attori, si sono intessute col vissuto delle famiglie, provenienti da varie nazioni, culture e religioni. Ciò rendeva viva e credibile la proposta. La solidarietà si è fatta concreta, con il lancio di un nuovo progetto per togliere le famiglie dagli slum nelle Filippine. Importante la presenza dei bambini sulla piazza, non solo espressione della freschezza e dell’apertura al futuro, non solo spettacolo nello spettacolo, ma in dialogo propositivo con le proposte di vita. La dimensione della poesia e del gioco, le danze, la musica e i cantanti di grido hanno dato all’evento il carattere e la bellezza della festa. Ma l’aspetto più coinvolgente era rappresentato dai collegamenti twoway con qualcuno dei 200 Familyfest che avvenivano in contemporanea nel pianeta, momenti di assoluta emozione dove il mondo unito da sogno si faceva inizio di esperienza, come stesse componendosi una nuova famiglia umana. Insomma, al di là delle crisi di identità, dei dati allarmanti sul progressivo deteriorarsi della prima cellula del tessuto sociale, al di là della sua ininfluente presenza nella convivenza civile, la famiglia c’è. Basta che possa mostrarsi. Basta volerla vedere. Le storie Ricominciare sempre. Aiutati da altre famiglie. Questo il filo rosso che ha attraversato le tante storie raccontate in mondovisione dal palco del Campidoglio di Roma. I baschi Isaias e Rosana hanno mostrato come è possibile rimettere in carreggiata un rapporto che sembra deragliare. All’esperienza cinquantennale di Annamaria e Danilo Zanzucchi, testimoni dei primi tempi del Movimento Famiglie Nuove, si è affiancato l’entusiasmo giovanile dei neosposi piemontesi Ilaria e Paolo Bertola, protagonisti di un viaggio di nozze all’insegna della solidarietà. La vicenda di Ester e Therese ha messo in luce lo sforzo per la pace di due mamme, israeliana e palestinese, unite dalle preoccupazioni per i rispettivi figli. Un pezzo di mondo unito in un interno romano è stato raccontato da Waris e Giuseppina Umer. Lui è pakistano. Lei è coreana. Insieme hanno mostrato che l’amore è capace di superare tutti gli ostacoli. La barriera più insormontabile resta però quella del dolore. E il Familyfest ha avuto il suo momento più toccante nel racconto di Pietro e Kitty Cocco. Lei è stata colpita da un male incurabile. Insieme dicono di aver scoperto in questa prova così dura, la presenza misteriosa di Dio e di aver sperimentato in questi anni con i figli una successione di milioni di attimi vissuti come se fossimo nell’eternità, ricchi di bellezza e di gioia. (Gianni Bianco) Lo show Vedo un’utopia realizzarsi: l’unità della famiglia umana. Sul palco di piazza del Campidoglio, l’attore napoletano Enzo De Caro non nasconde la sua emozione. Invitato a dar voce ad un testo di Igino Giordani, il compagno di Troisi e Arena ai tempi della Smorfia, conferma che lo spirito del Familyfest ha toccato anche la qualificata truppa di artisti coinvolti nell’evento. Dà il meglio di sé anche Cristiana Capotondi, chiamata a leggere una lettera di Chiara Lubich alla sorella Liliana. La giovane attrice resa celebre dal ruolo di Aurora nella fiction Orgoglio mette cuore e anima nella recitazione, fornendo una interpretazione toccante. La stella del pop italiano Alexia canta You need love (Hai bisogno d’amore) e rende un omaggio a Giovanni Paolo II, il simpatico Povia sforna il suo hit in testa alle classifiche Quando i bambini fanno ooh davanti ad una piazza gremita di bimbi e rilancia sulla solidarietà. La voce intensa di Antonella Ruggiero si inserisce in punta di piedi e solleva lo spirito con i suoi Echi d’infinito preparando il terreno all’intervento di Chiara Lubich. Anche la Family Ensemble è all’insegna dell’unità. Mette insieme i talenti del Genrosso e di Chiara Grillo, di Katya Kelly e dell’ex Operazione Trionfo Ilario Bettinotti, guest star Rosalia Misseri, già vedette de Il Gobbo di Notre Dame di Cocciante e ora al fianco di Pippo Baudo nel Sabato italiano. Ad arricchire i contenuti spettacolari dell’evento le coreografie del Laboratorio Accademico Danza di Montecatini e del Ballet Philippines. Il tutto nel contenitore affascinante dello spettacolo di piazza, ideato e diretto da Max Fenaroli e Marcello Nicoli della Compagnia Teatrodaccapo. (Gianni Bianco) In giro per il mondo… Un unico palco planetario ha unito città dei cinque continenti grazie alla diretta via satellite e via Internet con piazza del Campidoglio. Su di esso sono sfilate culture e generazioni a confronto in un intreccio coinvolgente, come solo sa essere la vita quando viene donata. Lo confermano i tanti messaggi arrivati dopo la trasmissione, come da Bamenda in Cameroun dai 500 partecipanti al Familyfest: Vi abbiamo sentito e seguito in diretta benissimo in questo toccante programma che ci ha fatto vivere un’esperienza di fraternità universale. L’alternanza tra vita locale e dimensione internazionale – scrivono dal Familyfest di Parigi – ha dato una forte nota di universalità. E una giovane parigina: L’insieme delle testimonianze mi ha convinto che con la fraternità nulla è impossibile. Una luminosa giornata di primavera ha accolto gli oltre 600 partecipanti al Familyfest svoltosi vicino a New York con famiglie provenienti anche da Boston e Philadelphia. Tra i presenti, c’erano ebrei, musulmani, cristiani e buddhisti. Sei le lingue in traduzione simultanea. Nel Familyfest dell’Olanda, molto forte la coreografia finale che, con una infinità di nodi, ha creato da molti un unico nastro. È stato per tutti il simbolo della realtà che aveva legato le famiglie presenti e quelle del mondo intero. Realtà che riecheggia anche dai Caraibi, dove Ermán e Walkiria scri- vono: È stato un evento meraviglioso, ci siamo sentiti parte di questa grande famiglia… Vogliamo subito realizzarla anche qui in Jamaica. Da Cordoba, in Argentina, una coppia scrive sul sito: Abbiamo scoperto la vita vera che avevamo ammazzato con tre mesi di separazione . Ed una signora ha confidato: Non ho genitori, non ho marito, ma qui ho trovato una famiglia Attraverso Internet, molti anche i messaggi di chi, pur non collegato, ha seguito… col cuore: Sono al pronto soccorso. Anche se non posso partecipare personalmente – scrive Martin di Praga – cerco di fare di ogni gesto coi pazienti un gesto da Familyfest. In diversi luoghi del pianeta, dove non c’erano Familyfest o si svolgevano in differita per motivi tecnici e di orario, molti sono stati i gruppi di ascolto allestiti nei luoghi più vari. Così in Nigeria, nella città di Jos, il proprietario di un cyber café ha messo a disposizione il suo locale, mentre nell’ospedale più grande di Onitsha pazienti e staff hanno potuto seguire in corsia il Familyfest in diretta. Il punto di ascolto di Washington era allestito nella hall dell’ambasciata italiana, dove c’erano famiglie cristiane di varie confessioni, insieme ad alcune musulmane e a persone provenienti da vari paesi. Da Savitaipale, nel nord della Finlandia, una famiglia con cinque figli scrive alla fine della diretta: Ci ha fatto una grande impressione il pensiero di stare insieme con tutto il mondo allo stesso tempo, su un tema così importante, il più importante… Non siamo soli. Grazie. Da Noumea, in Nuova Caledonia, così scrive il gruppo di famiglie che, dopo la mezzanotte, ora locale, ha seguito il Familyfest: Ci ha ridato la speranza di tenere la luce dell’amore accesa e di poter sempre ricominciare. Grazie di farci sentire parte di questa grande famiglia universale . E dalla vicina Nuova Zelanda: Abbiamo seguito benissimo. Sono le due del mattino. Le esperienze sono arrivate in fondo ai nostri cuori. (Anna Lisa Innocenti) In giro per l’Italia In Italia, le feste dedicate al papa della famiglia sono state 26. Al Pala- Casoria di Napoli erano presenti 3500 famiglie provenienti dalla Campania e da Potenza. Abbiamo voluto dare una speranza… – dicono gli organizzatori -. L’episodio, avvenuto poco tempo prima, di un ragazzo dell’oratorio dei salesiani assalito da malviventi, ci ha spinto a lanciare un progetto in sostegno a bambini e alle famiglie disagiate di un quartiere del centro storico. Com’è andata a Milano? Si è voluto far vedere che la rete di famiglie è una realtà anche locale – dice Maria Salerno -. In concreto, abbiamo lanciato un’iniziativa per promuovere la cultura dell’accoglienza e dare un contributo alla realtà dell’affido, in vista dell’attuazione della legge sulla chiusura degli Istituti entro il 2006. Il palazzetto dello sport era gremito da 6 mila persone, compresi i bambini e i ragazzi. E a Taranto? Nel Meridione, la famiglia costituisce ancora un forte punto di riferimento – dice Giuseppe Barbaro -, ma non è soltanto un luogo privato. È un punto di riferimento per le politiche sociali. Oggi abbiamo dimostrato che se il male si organizza, anche il bene può farlo. Com’è andata a Modena? In Emilia Romagna – dice Ermes Rigon – si è sottolineata l’incidenza della famiglia costituita da matrimonio nelle realtà locali. Modena ha inoltre il più alto numero di immigrati. Per questo occorre rafforzare la famiglia di tipo costituzionale perché sia capace ad accogliere. A Loreto, al Familyfest delle Marche, si è fatto un manifesto in cui si chiede una casa alle coppie giovani della regione. Serve un intervento della regione perché non si privilegino gli affitti per turismo nei mesi estivi. Aver presente il costituirsi delle famiglie è aver presente il futuro. (Giovanna Pieroni) Tre domande a Lorena Bianchetti Che cosa ha significato per te l’esperienza del Familyfest, che hai presentato? Una gioia grande per essere stata lo strumento di un messaggio così importante e in cui credo fortemente. La famiglia è un pilastro indispensabile per la società e va riproposta nella giusta maniera. Ci sono tante difficoltà però anche tanti lati positivi, come hanno mostrato le testimonianze . Che prospettive si aprono per i media con trasmissioni di questo tipo? I mezzi di comunicazione devono essere funzionali per promuovere il bene comune, la dignità della persona, l’amore tra i popoli, messaggi che il papa ci ha lanciato anche nelle giornate mondiali delle comunicazioni e che noi con grande umiltà oggi abbiamo messo un po’ in pratica. Abbiamo dato un messaggio diverso per la famiglia e per il dialogo con le altre religioni, secondo la linea di Giovanni Paolo II e condivisa e vissuta da Chiara Lubich. Il suo messaggio di amare per primi è un seme importante. Avevi già un rapporto personale con Chiara Lubich. È stato anche questo che ti ha spinto ad accettare? Assolutamente sì. Chiara è una donna di grande coraggio, di un carisma di cui il mondo ha fortemente bisogno. Paolo VI diceva che la nostra è un’epoca in cui sono necessari testimoni più che maestri. Credo che Chiara sia testimone e maestro allo stesso tempo. (Giovanna Pieroni) Con Cristiana Capotondi Che impressione hai avuto leggendo la lettera di Chiara Lubich? Mi sono un po’ emozionata perché aveva dei passaggi molto commoventi. Io ho una sorella più grande di me ed ho immaginato di parlare a lei. E poi aveva appena finito di piovere e si era aperto il sole. Il Campidoglio era meraviglioso vestito a festa. L’amore che fa riferimento alla misura di Dio è una proposta un po’ troppo ardita in una piazza? No, è quello che poi ha fatto papa Giovanni Paolo II nella sua vita. La Lubich ci raccomanda di amare l’uomo che Dio ti ha messo accanto nella vita. E di farlo con il rispetto e l’affetto che si deve a tutti gli esseri umani, ma in modo particolare all’uomo che scegli. È una proposta bellissima che si lega molto bene all’altra di Giordani nel testo letto da Enzo De Caro, ossia al fatto di evitare a tutti i costi la rottura di quel rapporto . (Giovanna Pieroni) a cura di Nedo Pozz

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