Famiglia. Venti anni di scelte economiche punitive

Non si possono scaricare i costi sociali sulle famiglie. Il sistema non può reggere e gli effetti negativi sono a lungo termine. Non esiste crescita senza equità. Seconda parte dell'intervista a Marco Di Marco, esperto Istat di studi sulla condizione delle famiglie
Famiglie numerose

Nella prima parte dell’intervista con Marco Di Marco, esperto responsabile del Servizio condizioni economiche delle famiglie dell’Istat, abbiamo messo in evidenza il processo di impoverimento che ha colpito le famiglie italiane nell’ultimo ventennio. Proseguiamo il dialogo per valutare gli effetti a lungo termine sul tessuto sociale delle scelte economiche degli ultimi anni.

Cosa è accaduto, quindi, in questo periodo? 
«Un welfare impreciso e insufficiente ha costretto le famiglie a compensare i rischi di povertà con rinunce e sacrifici. Per esempio, le statistiche mostrano che il rischio di povertà aumenta alla nascita del secondo figlio ed è evidente che questa è la migliore spiegazione disponibile del perché moltissime famiglie “si fermano” al primo figlio. Il rischio di povertà aumenta significativamente per le coppie giovani, soprattutto se hanno figli. La reazione “assicurativa” delle famiglie è rimandare nel tempo o rinunciare alla formazione di nuove famiglie e al primo figlio. La disoccupazione e la precarietà del lavoro giovanili sono compensate dalla prolungata permanenza nella casa dei genitori, con la rinuncia a una vita autonoma».

Con quali conseguenze?
«In sostanza, sono state soprattutto le famiglie e non le politiche sociali a contrastare i rischi di povertà e di disuguaglianza, anche se non sempre con successo, attraverso rinunce e radicali cambiamenti che hanno avuto pesanti conseguenze demografiche e sociali. Un effetto importante di sostegno è stato svolto dalle pensioni pubbliche, che almeno sollevano le famiglie dall’onere di sostenere per intero il tenore di vita dei più anziani, e dalla spesa sanitaria e scolastica pubblica, che abbatte i costi delle famiglie in modo significativo. Sono state, invece, del tutto insufficienti le politiche relative alla cura dei figli, le politiche per la casa e gli ammortizzatori sociali per la disoccupazione (compreso il fallimento dei piccoli imprenditori autonomi). È mancato, in generale, l’elemento più importante di una rete di protezione sociale, cioè uno strumento universale di contrasto della povertà, come il reddito minimo. Si sono sostanzialmente trascurati gli obiettivi di equità e di tutela delle fasce più deboli della popolazione e, per questa ragione, si sono minate le basi per la crescita dell’economia nel suo complesso».

Invece la tesi prevalente giustifica la diseguaglianza come una necessità della crescita.
«I dati disponibili mostrano con chiarezza, al contrario, l’esistenza di un'associazione statistica positiva fra crescita ed equità. Il timore che l’uguaglianza possa in qualche modo ostacolare la crescita del prodotto non ha dunque alcun riscontro empirico. I paesi dell’Unione europea più egalitari mostrano non solo maggiori livelli del prodotto per abitante, ma anche più alti tassi di crescita nel periodo 2005-2012. Questa seconda evidenza statistica dimostra che nei Paesi più egalitari gli effetti della crisi dei mercati finanziari del 2008-2009 sono stati molto meno gravi. Per questo possiamo oggi ritenere che l’Italia sia troppo disuguale per tornare a crescere e uscire dalla crisi. I sacrifici e le rinunce delle famiglie, se comportano maggiori disuguaglianze, possono essere non solo inutili, ma perfino controproducenti. Senza equità non c’è crescita».

E invece cosa abbiamo avuto? 
«I politici dell’ultima generazione hanno adottato acriticamente il pensiero unico e ora non sono in grado di formulare una risposta globale alla crisi in corso. La premessa per una tale risposta è, innanzitutto, la presa d’atto che le dottrine neoliberiste sono incapaci di risolvere la crisi. Un profondo danno culturale è stato provocato da chi, per decenni, ha predicato che disuguaglianza e povertà devono essere tollerate e perfino auspicate, presentandole come premesse necessarie della crescita economica e del funzionamento efficiente dei mercati. Come ho detto prima, i dati mostrano semmai che esiste un effetto positivo dell’equità sulla crescita. Per questo, al danno culturale si somma oggi un enorme danno economico, la cui entità è ancora tutta da valutare e da sopportare».

(continua) 

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