Famiglia e giustizia sociale. Cosa è accaduto

Una società sotto l’effetto di teorie economiche sbagliate. Come intervenire. Intervista a Marco Di Marco, esperto dell’Istat
Famiglie italiane

Prima o poi un economista vincerà il premio Nobel spiegando il modo in cui una famiglia italiana riesce a rimanere in piedi pur avendo compiuto la scelta di mettere al mondo dei figli. Sarà interessante vedere il modello matematico che verrà applicato dal terzo figlio in poi. Roba da diventare matti.

Per il momento il nuovo governo ha elaborato un nuovo modello Isee, quello in base al quale si decide il diritto agli sconti delle tariffe e non solo, che rischia di aggravare la situazione attuale del bilancio pubblico. Nel Paese che ha un fondo politiche sociali quasi azzerato, i disoccupati in crescita e il timore per l’avvenire degli anziani davanti ai tagli per pensioni e sanità, parlare di «famiglia, speranza e futuro per l’Italia», come propone la Settimana sociale dei cattolici italiani del prossimo settembre (12-15) a Torino, sembra una formula teorica che rimanda, eventualmente, alle polemiche crescenti e inevitabili tra i fautori e gli oppositori della «società naturale fondata sul matrimonio». Eppure gli ultimi mesi hanno visto un vivace e interessante dibattito all’interno delle associazioni e dei movimenti cattolici, fuori dagli schemi consueti.

Avviamo perciò un confronto con Marco Di Marco, recentemente chiamato ad offrire il proprio contributo di lettura durante un’assemblea pubblica promossa dall’Azione cattolica. Di Marco è un esperto, responsabile del “Servizio condizioni economiche delle famiglie” dell’Istat. Ovviamente ci tiene a ribadire che le sue riflessioni, pur basate su anni di analisi e studi presso l’Istituto nazionale di statistica, impegnano solo la sua persona senza coinvolgere l’istituzione per cui lavora.      

Per puntare ai contenuti più che alle formule, dal suo punto di osservazione, la famiglia permette di affrontare, usando una sua espressione, alcuni «nodi strutturali irrisolti» della società italiana?
«Nella vita quotidiana, nelle scelte che si devono fare per il futuro, le famiglie fanno i conti con le conseguenze degli errori delle politiche economiche, di cui sono responsabili i governi, ma anche i sindacati, gli economisti, etc. Sono le famiglie che vivono le conseguenze della disoccupazione, dell’inflazione, della crisi economica, così come traggono beneficio dalle scelte politiche corrette. Ora, di fronte alla crisi, ormai ventennale, dell’economia italiana, la sensazione (mia e di altri studiosi) è che la classe dirigente italiana abbia contato e conti ancora sulla famiglia come luogo di compensazione delle conseguenze di politiche economiche inesistenti o insufficienti o addirittura sbagliate. Nell’elenco considero anche le non-politiche, cioè le mancate riforme che hanno lasciato intatti alcuni gravi problemi strutturali, per esempio l’insufficienza del welfare e delle politiche anti-povertà, la disoccupazione giovanile e femminile, la corruzione e l’impiego distorto della spesa pubblica, l’evasione fiscale e la distribuzione irrazionale del carico tributario, per citare i più noti».

In che modo ciò ha inciso sulla vita delle persone?
«Le famiglie hanno reagito a queste politiche insufficienti o sbagliate cercando di minimizzarne le conseguenze, attraverso sacrifici e cambiamenti profondi dei comportamenti, per esempio ritardando nel tempo l’età della nuzialità, della paternità e della maternità o rinunciando addirittura a formare nuove famiglie e ad avere figli. È importante notare, in sede di bilancio degli ultimi venti anni, che questi cambiamenti dei comportamenti familiari, se da un lato sono stati inizialmente efficaci nell’evitare che la crisi si traducesse in un incremento drammatico della povertà, dall’altro non hanno evitato che la crisi permanesse, cronicizzandosi. Arrivati a questo punto, l’esperienza degli ultimi venti anni ci indica due problemi fondamentali: per prima cosa  le famiglie non ce la fanno più ad assorbire le conseguenze della crisi, che è soprattutto crisi politica, dovuta all’incapacità di decidere e di cambiare. In seconda battuta, quello che le famiglie possono comunque fare non è sufficiente e, per molti aspetti, può persino ostacolare il percorso di fuoriuscita dalla crisi».

In che senso?
«Non ho bisogno di spiegare il senso della prima proposizione, largamente condiviso nel dibattito. La seconda è meno avvertita, ma molto più importante, perché confuta una certa retorica politica che esalta il ruolo della famiglia per abusarne, sovraccaricandola di responsabilità che invece spettano ad una organizzazione efficiente ed onesta del mercato e delle istituzioni pubbliche. Dovrei tentare di chiarire in che senso, concretamente, gli sforzi delle famiglie sono, da un lato, necessari per minimizzare gli effetti peggiori della crisi nel breve periodo, ma, dall’altro, non sono sufficienti a superare la crisi. La risposta più semplice è che tali sforzi, protratti nel tempo, esauriscono le risorse delle famiglie. Quelle stesse risorse che sono anche necessarie per uscire dalla crisi. Una risposta più articolata, che qui posso solo abbozzare per grandi linee, guarda ai cambiamenti concreti indotti dalla crisi degli ultimi venti anni».

(Continua, necessariamente…) 

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