F35 rimandati a settembre. Parliamone davvero

Riusciremo ad affrontare le domande scomode della nostra politica sugli armamenti? Come si deve orientare la spesa pubblica? Che tipo di sistemi sono richiesti nel progetto di difesa comune che si discuterà al Consiglio europeo? Perché dimezziamo le risorse per gli aerei antincendio?
F35

Non fa notizia come la polemica su Calderoli o sull’espulsione della Shalabayeva, ma la vicenda dei caccia militari tocca punti nevralgici della nostra storia attuale, passata e futura. La maggioranza di Senato e Camera ha deciso di rinviare nell’autunno la decisione di come proseguire nel programma di acquisto dei caccia bombardieri F35 rifiutando le mozioni a favore dello stop immediato. Come avviene a scuola quando si è rimandati a settembre per una materia, ma si sa bene che difficilmente arriverà la bocciatura.

Il ministro della Difesa, Mario Mauro ha più volte sottolineato l’importanza strategica del progetto che vede come capofila la società Lockheed Martin, vale a dire il cuore del complesso militare e industriale statunitense e ha ribadito che «Per amare la pace bisogna armare la pace», rivelando una continuità logica con quello che è il motto dello Strategic Air Comand degli Usa: «la pace è la nostra professione».

Lo stesso Consiglio supremo di difesa della Repubblica, guidato dal presidente Giorgio Napolitano, ha tenuto a precisare che l’eventuale intervento delle Commissioni Difesa parlamentari «sui programmi di ammodernamento delle Forze Armate, non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell'Esecutivo». 

L'industria delle armi D’altra parte come fa notare sul sito ufficiale dell’Istituto affari internazionali, di cui è vice presidente, Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa, «nel caso F35, in passato più volte le commissioni difesa si sono espresse in modo favorevole, più volte il Parlamento ha approvato bilanci ove il programma era esplicitamente citato con i relativi finanziamenti». Esiste cioè una consolidata alleanza trasversale favorevole da decenni al programma di acquisto dei caccia bombardieri che si basa sulla decisione di politica industriale di convertire il gruppo Finmeccanica, sotto controllo pubblico, verso la produzione di tipo militare scommettendo sulla forza di traino costituita dalla spesa in armamenti degli Stati Uniti. E se l’industria si specializza in queste complesse tecnologie non può non cercare di vendere quello che produce sul mercato internazionale, come testimonia la presenza dei ministri e amministratori delegati nelle grandi esposizioni di nuovi armamenti che si tengono presso i Paesi emergenti ( l’arresto dell’ex presidente di Finmeccanica si lega all’accusa di corruzione per una gara in India).  L’Italia, con i suoi governi di diverso colore, ha più volte espresso la volontà di sbloccare il divieto di embargo del commercio di armi verso la Cina.

Di fronte a tale determinazione bisogna riconoscere la difficoltà dei principali movimenti e associazioni che si dichiarano a favore pace di articolare un’analisi che vada oltre le semplici dichiarazioni di principio. Non basta un clic su qualche petizione per cambiare le cose. Esiste un complesso patrimonio di conoscenze e approfondimenti sulla materia da parte di organizzazioni come Rete disarmo che entrano nel dettaglio delle scelte tecniche e perfino contrattuali dei sistemi d’arma (sono stati gli unici a scoprire che non esiste alcuna penale in caso di abbandono del progetto F35) che hanno difficoltà ad essere recepite per ripiegare verso banalizzazioni che non reggono alla prima obiezione sui decantati posti di lavoro assicurati dalle commesse militari. 

Bombardamento su Roma Quello che è in gioco è il senso dell’articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra. In questi giorni, il 19 luglio, si ricorda i 70 anni del bombardamento alleato su Roma. Le quattromila bombe gettate sulla popolazione civile, come i tanti tragici casi avvenuti sulla Penisola, rispondevano paradossalmente ad una strategia della guerra aerea teorizzata, nel 1921, dall’italiano Giulio Douhet: «i bersagli delle offese saranno di determinate estensioni sulle quali esistano fabbricati normali, abitazioni, stabilimenti, ecc. e una determinata popolazione». Come sappiano nelle guerre odierne le vittime civili rappresentano il 90 per cento delle morti totali.

Le domande scomode Nel Parlamento si è costituito un gruppo interparlamentare per la pace. Vedremo se sarà capace di sollecitare un dibattito serio in grado di rianimare anche una società civile distratta. Che significato ha oggi l’articolo 11 della Costituzione? Che futuro deve avere Finmeccanica? Come si deve orientare la spesa pubblica? Che tipo di sistemi d’armamenti sono richiesti nel progetto di difesa comune che sarà al centro del Consiglio europeo di difesa del 2013? Perché, nel frattempo, dimezziamo le risorse per gli aerei antincendio? Per quanto tempo, e con quale giustificazione dei trattati internazionali, dobbiamo custodire 90 bombe nucleari tra le basi statunitensi di Aviano (Pordenone) e Ghedi di Torre (Brescia) che potranno essere caricate sui caccia bombardieri F35? Ecco alcune domande per l’esame di settembre.

 

     

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