Europa, Nord Africa e la nostra paura

La lezione libica invita a capire che il nostro continente deve “rischiare” nell’accompagnare la rivoluzione araba.
Gheddafi

I fatti libici rappresentano il risvolto drammatico, tragico del risveglio politico dell’Africa del Nord e del mondo arabo. E hanno dato la sveglia anche alla comunità internazionale, con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che ha finalmente preso una posizione netta e ferma: sanzioni e soprattutto Corte penale internazionale per Gheddafi.

Certamente in Libia ancor meno che in altri Paesi si può semplicisticamente parlare di “rivolta del pane”, soprattutto perché in Libia, a motivo della politica paternalistica e clientelare di Gheddafi, la popolazione, grazie alla ricchezza proveniente dai proventi di gas e petrolio, ha goduto mediamente di condizioni economiche migliori rispetto ad altri Paesi dell’area. Hanno pesato altri fattori. Il primo è che il Paese non si è mai definitivamente amalgamato nelle sue componenti regionali, tribali ed etniche. Rilevante è che la regione della Cirenaica, con il capoluogo Bengasi (dove ora è stato formato l’embrione di governo libico alternativo), è stata il punto di riferimento di questa sollevazione, animata dalla confraternita musulmana autonomista dei Senussiti. Il secondo fattore è l’aspirazione ad aperture democratiche dopo oltre 40 anni di dittatura.

Da questo punto di vista, Bush aveva ragione, quando sottolineava la necessità della diffusione della democrazia anche nel mondo arabo, ma ha avuto torto sulle modalità, perché la democrazia non si impone e non si esporta, ma è legata a fattori endogeni. Questo significa che ha i suoi tempi, i suoi cicli, le sue motivazioni, legate alla maturazione della cultura politica di un Paese. 

 

Si parla a sproposito del rischio del “fondamentalismo islamico” al potere. A parte il peso relativo di tali forze, i movimenti d’ispirazione islamica non vanno confusi con l’islamismo violento. La grande scommessa è che essi siano incanalati dentro processi democratici. Non dobbiamo dimenticare che anche in Italia e in Germania, ad esempio, abbiamo avuto i cristiano-democratici, cioè forze politiche di ispirazione religiosa che sono state i pilastri della rinascita dei nostri Paesi dalle rovine della Seconda guerra mondiale. Per quale ragione non si può pensare a una “democrazia islamica” (non “islamista”), ma senza fondamentalismi di sorta? Un esperimento in tal senso nella regione rimane la Turchia, con l’Akp di Erdoğan. Manteniamo dunque aperta la prospettiva europea della Turchia: “normalizzando” il rapporto tra democrazia e Islam all’interno dei parametri dell’Unione europea si può generare un positivo “effetto domino” in tutto il mondo islamico.

Nel suo discorso tenuto al Cairo, Obama disse che l’Islam è sempre stato parte della storia americana. Ancor più di quella europea, ma nessun leader europeo ha mai fatto un discorso saggio, coraggioso e onesto come quello di Obama al Cairo. L’Europa (e l’Italia in particolare) parla solo il linguaggio della paura: ondate di immigrazione, terrorismo di matrice islamica. La democrazia, a casa e fuori, non si costruisce se manca una seria e realistica visione politica del futuro. Non facciamo di una rivoluzione un’altra occasione persa.

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