L'esperto risponde / Scienze sociali

Giampietro Parolin

Economista, responsabile finanziario in azienda di servizi pubblici e docente di Strategie Aziendali all’Istituto Universitario Sophia

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Teoria dei giochi e vita quotidiana

Il dilemma del prigioniero e l’esito imprevedibile delle nostre scelte

Parlando di grandi problemi mondiali come delle scelte della vita quotidiana ho sentito parlare del dilemma del prigioniero e della teoria dei giochi. In cosa consistono e come si applicano nei casi della nostra vita?

Uno studente

Foto Claudio Furlan - LaPresse

Partiamo da un esempio. Dovete partire per le vacanze e vorreste fare il viaggio con un traffico ragionevole. Osservate le previsioni basate sui comportamenti passati e cercate di evitare i giorni e orari col bollino nero. E se altri automobilisti facessero lo stesso ragionamento? Quanti lo faranno?

Molte volte nella vita ci troviamo nella situazione in cui siamo incerti sulla decisione da prendere, perché l’esito finale della nostra scelta non dipende solo da noi, ma anche dalle scelte di altre persone. Ci troviamo in un ambito di interazione strategica nel quale dobbiamo immaginare diverse strategie – ovvero le mosse – e diversi esiti, a seconda delle ipotesi sulla combinazione tra il nostro e l’altrui modo di ragionare e di agire.

La scienza che si occupa di questo tipo di problemi è la Teoria dei giochi,  conosciuta a molti attraverso la visione del film A beatiful mind sulla vita e gli studi di uno dei grandi pionieri di questa disciplina, John Nash, premio Nobel per l’economa del 1994.

Potremmo definire la teoria dei giochi la scienza dell’interdipendenza, e infatti trova applicazione non solo nelle scienze sociali ma anche nello studio dei comportamenti, in particolare delle scelte, di persone, gruppi, ma anche animali e di algoritmi.

Si tratta sostanzialmente di costruire modelli matematici che consentano di prevedere comportamenti ed esiti fra decisori diversi. Per fare ciò è necessario fare delle ipotesi su quali siano le scelte che i decisori faranno nel tentativo di massimizzare l’utilità individuale attesa.

Uno dei “giochi” ovvero dei modelli più noti è il “dilemma del prigioniero”. La situazione considera due persone che vengono arrestate con l’accusa di aver commesso il reato di porto abusivo d’armi. Recluse in celle separate non possono parlarsi. Gli inquirenti offrono a entrambi separatamente due scelte: collaborare confessando oppure non collaborare tacendo. Vengono spiegati agli incarcerati gli esiti dalla combinazione delle rispettive scelte: se uno solo confessa accusando l’altro, evita la pena e l’altro è condannato a sette anni di carcere. Se entrambi accusano l’altro prendono sei anni. Se entrambi tacciono sono condannati ad un anno.

Quale sarà la soluzione più probabile di questo modello? Entra in gioco un fattore antropologico, ovvero: che tipo di razionalità esprimono i giocatori? La teoria dei giochi, seguendo l’impostazione dell’homo economicus,  prende come assunto che i due soggetti faranno la scelta che massimizza la propria utilità individuale disinteressandosi dell’esito per altri soggetti coinvolti. E dato questo assunto, la soluzione più probabile del “dilemma del prigioniero” è che entrambi confessino e prendano sei anni di carcere. E’ abbastanza intuitivo notare come questa soluzione abbia un aspetto paradossale: sommando gli anni di carcere, la soluzione ottimale (tecnicamente “chiamata ottimo paretiano”) sarebbe quella di non confessare, che porterebbe ad un confronto fra dodici e due anni complessivi di carcere.

Ed è proprio questo aspetto paradossale a rendere interessante da più di mezzo secolo  il “dilemma del prigioniero”, la sua capacità di esemplificare le dinamiche di competizione in rapporto a quelle di cooperazione nelle nostre scelte “interdipendenti”.

Pensiamo all’inquinamento, alla fedeltà fiscale, alla corsa agli armamenti ma anche a tante situazioni della nostra vita. Se ciascun soggetto cercasse solo la propria massimizzazione l’esito finale rischierebbe di essere peggiore per tutti.

In tutto questo, un ruolo cruciale è svolto dalla comunicazione. Gli esperimenti mostrano che la cooperazione aumenta (non confessare) del 40% quando si lascia la possibilità ai due giocatori di parlarsi, rispetto alla regola standard del “dilemma del prigioniero”.

La riduzione della corsa agli armamenti è stata realizzata con colloqui fra le superpotenze. Ed è quanto ci auguriamo possa accadere nei diversi tentativi per arrivare ad una pace, od almeno ad un cessate il fuoco fra Russia e Ucraina. Ed è lo scambio informativo che garantiscono alcune app e i siti delle autostrade prima di metterci in viaggio.

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Società

Di tutti, cioè di nessuno? La “tragedia dei beni comuni” spiegata nella vita di ogni giorno

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Si dice di solito che se una cosa è comune a tutti vuol dire che nessuno se ne prende cura e viene abbandonata alla volontà di chi se ne approfitta. Lo vediamo spesso nelle condizioni precarie delle spiagge libere messe al confronto con gli arenili concessi ai privati che ne fanno profitto ma ne limitano la fruizione a chi non può pagare l’accesso. È proprio così? Non esiste un esempio e una proposta che dice il contrario? Un gruppo di cittadini attivi


È capitato anche a me. Qualche anno fa scalando una nota parete dolomitica rimasi sconcertato dalla vista di un imballaggio incastrato in una fessura vicino ad un chiodo di sosta. Forse perché davo per scontato che il rispetto per la natura fosse un valore condiviso tra chi bazzica i contesti di montagna. Facciamo esperienza di micro-inquinamenti ma anche degli effetti dei comportamenti sconsiderati di alcuni operatori economici sulla salute di tutti, come nel caso dei PFAS nell’acqua. I beni comuni hanno due caratteristiche peculiari: non se ne può impedire ad altri il godimento (non escludibilità) e il loro godimento da parte di un soggetto limita o impedisce la fruizione ad altri (rivalità). La natura è il più classico dei beni comuni, beni disponibili per tutti ma la cui fruizione può diventare problematica, se non addirittura tragica come ci ricorda il lavoro pioneristico del biologo Garret Hardin apparso sulla rivista Science nel 1968. Riprendendo il noto problema del rapporto fra popolazione e risorse alimentari –  ricordiamo la famosa tesi di Malthus per cui la popolazione ha una crescita tendenzialmente superiore rispetto a quella delle risorse – Hardin si chiede se vi sia una soluzione tecnica, ovvero un cambiamento  delle tecniche che derivano dalle scienze naturali, arrivando alla conclusione negativa. Per dimostrarlo Hardin usa l’esempio di un pascolo. Tutti i pastori vi possono accedere e ciascuno, secondo la logica economica, è incentivato a portarvi più capi di bestiame possibile. Nel tempo, se tutti i pastori si comportano così, si arriverà all’esaurimento dell’erba per ovvio sovrasfruttamento.  Ciò accade perché mentre il beneficio per ciascun pastore è individuale, il costo del ripristino del pascolo è ripartito tra tutti. E qui scatta la dimensione tragica del bene comune: il massimo interesse di ciascuno conduce alla rovina di tutti! In questo caso, meccanismo dell’economia di mercato, la cosiddetta “mano invisibile” di Smith, non funziona. D’altro canto già Aristotele affermava che «ciò che è comune alla massima quantità di individui riceve la minima cura. Ognuno pensa principalmente a sé stesso, e quasi per nulla all’interesse comune (Politica)». Ecco il cuore del contributo di Hardin: siamo di fronte ad un “problema senza soluzione tecnica” che richiede invece un cambiamento dei valori umani o delle idee morali. Per evitare la “tragedia” serve un bilanciamento fra la libertà individuale e l’interesse generale. Stante l’inefficacia di un generico imperativo morale da imporre a tutti, quale soggetto deve occuparsi di questo “arbitraggio”, ovvero di limitare l’uso del bene comune per preservarlo?  Secondo Hardin le soluzioni sono due: rendere il bene comune un bene pubblico, sottoposto al governo della politica, con il prezzo di un’inefficienza economica oppure affidarlo a privati che però produrranno una indisponibilità diffusa. A distanza di vent’anni dal saggio del 1968 altri lavori scientifici hanno mostrato che ci sono soluzioni alternative a questa dicotomia fra pubblico e privato. Nel 1990 è apparso negli Stati Uniti Governing the commons (Governare i beni collettivi) della premio Nobel per l’Economia Elinor Ostrom. La studiosa californiana ha fatto un’indagine sul campo nella quale mostra che vi sono diverse istituzioni comunitarie che possono prendersi cura dei beni comuni, quali possono essere i bacini di pesca o di irrigazione. Ma ad alcune condizioni, che  Ostrom individua nella garanzia di flussi di informazione condivise fra i gestori dei beni, nell’elevato livello di fiducia reciproca, nel rispetto di regole e controlli e nella presenza di incentivi alla cooperazione: sono questi aspetti che assicurano il successo  nell’autogoverno comunitario. In Italia abbiamo una grande tradizione di usi civici, ovvero diritti di coltivazione, di caccia, di pascolo o di legnatico che spettano alle comunità, le quali decidono insieme cosa farne.  Basti pensare alle “Magnifiche comunità e le Regole” delle nostre valli alpine, così come al recente proliferare di associazioni di cittadini che si stanno prendendo cura di parchi e altri luoghi comunitari (un esempio per tutti, l’associazione Retake) . Sono ancora tanti i beni comuni e di importanza rilevante come la pace, il clima e la giustizia sociale in cui si consumano giornalmente tragedie. Lo stesso tema delle risorse non rinnovabili pone una questione urgente di “tragedia dei beni comuni” intergenerazionale. Sono tanti i cantieri aperti per lavorare nel miglioramento della nostra vita in comune dove “tutto è connesso”. Le sfide si pongono a diversi livelli, da quello culturale alla progettazione di istituzioni più capaci di incentivare la risoluzione di conflitti e le logiche di cooperazione. Con creatività e desiderio di fare la propria parte.

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