Elezioni. In cerca della famiglia nei programmi dei partiti

Oltre al problema del lavoro, i candidati premier dovranno capire come aiutare e sostenere al meglio i nuclei familiari, che sono la base della società italiana
Famiglia adottiva

L’identikit delle famiglie italiane. In base agli ultimi dati raccolti dall’Istat nell’ambito del censimento 2011, nel nostro Paese ci sono quasi 25 milioni di famiglie, ovvero più di 2 milioni rispetto al censimento di 10 anni prima. Mediamente, ogni famiglia è formata da 2,41 persone (ovvero il 4,4 per cento in meno rispetto a 10 anni fa, quando la famiglia era costituita da 2,52 persone). Col passare degli anni, dunque, si è accresciuto il numero dei nuclei familiari ed è diminuito quello dei suoi componenti. Le famiglie numerose, ovvero quelle con più di due figli, sono appena un milione e mezzo. È una particolarità tutta italiana. I motivi? il bassissimo tasso di natalità, il prolungamento della vita media degli individui, la precarietà dei rapporti di coppia, ma soprattutto i servizi carenti per le famiglie.

E poi ci sono i dati relativi alla povertà. Il primo: in Italia ci sono oltre milioni di poveri, con circa il 12% delle famiglie povere in termini relativi e circa il 6% in termini assoluti. Il secondo, riguarda la linea convenzionale di povertà relativa: per una famiglia di due componenti è pari a 1.011,03 euro. Una cifra che pone una riflessione nel caso di famiglie che devono affrontare la vita quotidiana magari nelle grandi città italiane, con spese molto alte da sostenere e grandi difficoltà per arrivare a fine mese (pur non rientrando nel dato statistico delle famiglie considerate povere).

La campagna elettorale non può ignorare questa realtà, ponendo l’attenzione alla famiglia fra le priorità assolute dei programmi, accanto al tema del lavoro.

Il manifesto del Forum delle associazioni familiari. Presentato a Roma lo scorso 19 gennaio, contiene una vera e propria piattaforma elettorale, chiara ed esplicita già a partire dal titolo “Più famiglia oggi, più Italia domani. Ripartire dalla famiglia”.

Nel documento si riaffermano valori universali, che sono alla base della costruzione del bene comune, meta a cui deve aspirare chiunque si impegni per la cosa pubblica. La piattaforma, valoriale ed operativa, non contiene verità di fede ma assunti antropologici e costituzionali ed è indirizzata a tutti coloro che guardano con speranza ad un futuro più giusto e solidale per il nostro Paese.

Il motivo fondamentale del Manifesto è costituito dalla soggettività sociale e politica della famiglia (riconosciuta anche dalla nostra Costituzione), da cui derivano scelte programmatiche fondamentali: dalla cittadinanza della famiglia alla sua centralità; dal sostegno alla vita ed alle famiglie giovani allo sviluppo con più lavoro in armonia con cura e relazioni; da un paese sussidiario alla libertà di educare in una scuola per tutti; ad un’Europa che riconosce e promuove la famiglia.

La sfida è rivolta a tutte le formazioni politiche in competizione. E va raccolta, perché in gioco c’è l’obiettivo di impegnarsi a costruire un’Italia a misura di famiglia, per dare vita ad un Paese più umano, solidale, capace di restituire fiducia e speranza.

I programmi dei partiti sulla famiglia. A tenere la scena è, senza dubbio, la "proposta choc" di Berlusconi. Il cavaliere conferma l’intento – se dovesse vincere le elezioni – di abolire l’Imu per la prima casa (subito, al primo Consiglio dei ministri, e addirittura con effetto retroattivo, restituendo quella pagata nel 2012). Parla, poi, di una manovra di 80 miliardi, derivante da una riduzione della spesa pubblica di almeno il 10 per cento in cinque anni. I tagli di 16 miliardi all’anno verrebbero così finalizzati: otto miliardi per la riduzione del debito, quattro per le imprese (per la progressiva riduzione dell’Irap), quattro miliardi per dare avvio al quoziente familiare (a partire dal 2014). E promette molte altre cose: dimezzamento dell’Iva su un certo numero di beni di prima necessità (benzina inclusa), abolizione del bollo auto, ridimensionamento di Equitalia (da lui creata), riformulazione del paniere Istat. E, da ultimo, il condono tombale per il rientro dei capitali dall’estero attraverso un accordo con le banche svizzere (che, per la cronaca, viene tentato da più di un anno, finora senza risultato).

Naturalmente, a questi temi assegnano priorità anche Monti, Casini ed i centristi, promettendo che già dal 2013 sarà possibile ridurre l’Imu, introducendo correttivi e progressività, e che dal 2014 si potrà intervenire anche con tagli ad Irpef ed Irap.

Anche nel programma del Pd si leggono alcune proposte riguardo alla famiglia. Alleggerimento dell’Imu sulla prima casa per i redditi più bassi, azzerandola fino a 400-500 euro di imposta, compensando lo sgravio con un aggravio progressivo per gli immobili di valore catastale superiore al milione e mezzo di euro, destinando il gettito ai comuni, e promettendo altresì servizi mirati per sostenere le famiglie in difficoltà e misure fiscali che riconoscano il carico familiare.

Tutto fattibile o si tratta di mera fantaeconomia di stampo elettorale? Il dubbio è legittimo, perché più di uno si chiede: come mai nulla di tutto questo è stato realizzato da quanti ci hanno governato, anche in condizioni di contesto più favorevoli, ovvero quando la crisi non era ancora scoppiata o se ne avvertivano solo i primi segnali? Fra i più scettici sulla fattibilità di questi programmi (incluso quello del cavaliere) c’è persino Tremonti, che dell’ultimo esecutivo Berlusconi è stato il ministro dell’economia.

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