Ecumenismo ortodosso-cattolico in tempi di guerra

Il racconto del patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, sulla prospettiva di giungere ad un’unica data di Pasqua entro il 2025, 17° centenario del Concilio di Nicea. Difficoltà storiche secolari e l’attuale guerra in Ucraina non favoriscono certo il dialogo ecumenico fra ortodossi e cattolici, ma non fermano il cammino intrapreso e il coraggio delle scelte.
Papa Francesco e il Patriarca ecumenico Bartolomeo partecipano a un incontro ecumenico e preghiera per la pace nella Cattedrale di Nostra Signora d'Arabia, in Bahrain, venerdì 4 novembre 2022. Foto: AP/Alessandra Tarantino

La questione della data per celebrare la Pasqua cristiana ha radici millenarie, tanto che il Concilio di Nicea già nel 325 si sarebbe premurato di fissare il criterio per individuarla: la prima domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. E tutte le Chiese concordano su questo. Ma dal XVI secolo la data differisce per i cattolici e gli ortodossi, o almeno per una parte di essi. La frattura fu provocata dall’adozione del calendario gregoriano (1582) da parte della Chiesa cattolica, mentre quelle ortodosse rimasero in gran parte fedeli al precedente calendario giuliano. E poco importa che il calendario gregoriano abbia introdotto una correzione su base scientifica che rimedia allo slittamento di tempi e stagioni provocato dall’antico calendario varato da Giulio Cesare nel 46 a.C. In realtà, la reazione ortodossa di quel tempo alla decisione del papa romano aveva ben poco a che fare con l’astronomia e i calcoli scientifici: gli anatemi di tre Sinodi pan-ortodossi del XVI secolo condannarono il “calendario papale” (che è quello che usiamo ancora oggi) come eretico. Niente a che fare con il calcolo astronomico.

I tempi cambiano ma la questione delle differenti date di Pasqua (in realtà la questione del calendario giuliano o gregoriano) non si è mossa di un millimetro, nonostante numerosi tentativi messi in atto negli ultimi 50-60 anni per trovare una soluzione condivisa, aperta al dialogo ecumenico.

Così stupisce non poco la recente affermazione del patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo I, che ha detto: «Fissare finalmente una data comune per celebrare la Pasqua, sia da parte ortodossa che da parte cattolica: c’è questa buona intenzione. Ne ho parlato con Sua Santità papa Francesco in Bahrain». Che ci sia questa “buona intenzione” da parte cattolica non è una novità, dopo il Concilio Vaticano II; che questa valga anche per tutti gli ortodossi non è affatto scontato, anche se Bartolomeo I è da sempre un grande fautore di questa scelta ecumenica.

La principale contrarietà viene probabilmente dal patriarcato di Mosca, che significa una buona metà del mondo ortodosso, almeno a livello ecclesiastico. Tanto più adesso che la guerra in Ucraina (o l’operazione speciale che dir si voglia), sembra aver ulteriormente allontanato le “visioni” all’interno dello stesso mondo ortodosso. Il Patriarca di Mosca, Kirill I, in particolare, è noto per aver fondato fin dal 2009 un Centro patriarcale dell’antica tradizione liturgica russa. Tradizione ricca e affascinante, senza dubbio, ma anche liturgicamente e politicamente ancorata al calendario giuliano e tendenzialmente suprematista. Fatto che precede il rapporto con lo Stato russo (zarista, sovietico o putiniano) e il sostegno all’“operazione” in Ucraina, interpretata come uno strumento necessario per riunire tutte le “Russie” (Ucraina, Bielorussia e Russia) nell’unico ovile di Mosca.

Il patriarca Bartolomeo aveva già preso le distanze da questa “visione” nel 2018, decretando in un sinodo il diritto del Patriarcato di Kyiv di essere autonomo da Mosca. In questi giorni, poi, accanto all’annuncio di un progetto per giungere all’unica data di Pasqua, Bartolomeo ha voluto precisare: «Il patriarcato ecumenico, non solo io personalmente, abbiamo condannato chiaramente la guerra in Ucraina fin dall’inizio. Non si può giustificare questa guerra in nessuna maniera. Ho parlato contro la guerra, il presidente della Federazione Russa e il mio fratello patriarca Kirill, che purtroppo ha benedetto questa guerra all’inizio. A nome della nostra fede cristiana ma anche di tutti gli uomini che pensano giustamente, non possiamo non condannare questa guerra». Più chiaro di così…

Il romano Pontefice e il patriarca ecumenico di Costantinopoli si sono incontrati allo Sakhir Royal Palace, in Bahrain, nella residenza del papa, nel pomeriggio del 3 novembre scorso. Prima dell’incontro ecumenico alla Cattedrale di Nostra Signora d’Arabia ad Awali.

«Quanto ci unisce supera di molto quanto ci divide», ha sottolineato in seguito papa Francesco, aggiungendo: «Lo Spirito a Pentecoste non conia un linguaggio identico per tutti», ma ognuno comprende gli altri, pur continuando a parlare la propria lingua e seguendo le proprie tradizioni. Così deve essere per l’ecumenismo ha detto in sostanza papa Francesco. Piuttosto bisogna interrogarsi, ha aggiunto il Papa: «Io, pastore, ministro, fedele, sono docile all’azione dello Spirito? Vivo l’ecumenismo come un peso, come un impegno ulteriore, come un dovere istituzionale, oppure come il desiderio accorato di Gesù che diventiamo una cosa sola?».

Il dialogo ecumenico, insomma, deve continuare, nonostante la guerra. Non sarà facile né indolore, certamente. Ma la ricerca dell’unità (un’unità aperta e non monolitica) è una necessità insita nel messaggio evangelico. Una ricerca che richiede tenacia, chiarezza e scelte coraggiose.

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