Ecumenici e felici

All’osservatore italiano distratto potrebbe sfuggire la portata di quello che è successo lo scorso 6 aprile all’Arena di Budapest, un avveniristico palazzetto dello sport inaugurato nella capitale ungherese appena un mese prima. Dico che potrebbe sfuggirgli se si fermasse a considerarlo con le sue categorie di cittadino di un paese di forte tradizione cattolica, dove meeting giovanili con migliaia di partecipanti non sono più eventi straordinari anche se ogni volta “unici”. Ma siamo in un paese, l’Ungheria, che, sebbene abbia appena votato la sua adesione all’Unione europea, fino al 1989 faceva parte dell’Oltrecortina; e dunque la prospettiva cambia. È uno spettacolo entrare in quell’Arena e vederla piano pianoriempirsi. Le dodicimila poltroncine rosse di velluto non riescono a contenere i 16.100 giovani ufficialmente iscritti, e così gli organizzatori negli ultimi giorni devono provvedere a collegare una sala vicina per ospitare quelli in sovrannumero. “Se solo pensiamo che nel 2000 i giovani delle diverse chiese che avevano partecipato ad un appuntamento simile erano tremila””, è una delle frasi ricorrenti che più persone, quasi incredule, mi ripetono. Che l’incontro sia “storico” non lo si deve solo al numero dei partecipanti, ma anche al luogo. È infatti la prima volta che una manifestazione simile non si svolge dentro le pareti di una chiesa ma all’esterno, in un luogo pubblico, pensato per lo sport ma non solo. E si vede, a giudicare dalla grande eleganza che non può non colpire. Cosa son venuti a fare questi giovani? A spiegarcelo ci viene in aiuto il titolo della giornata: Kit kerestek, ovvero “Chi cercate”? “Tu quando hai conosciuto Dio?”, chiedo ad una giovane. “Tre anni fa”, mi risponde Lilla. E ancora “due o cinque anni fa””. Quasi arrossisce Lászlo quando dice che lui l’ha conosciuto sin da bambino, dalla sua famiglia. Qui, infatti, non è per niente strano essersi incontrati con Dio da poco tempo. C’è anche chi lo ha fatto per la prima volta il 6 aprile 2003, quel giorno stesso cioè. Un giovane, ad esempio, all’uscita non vuole lasciare il suo cartellino. L’organizzatore addetto insiste perché almeno consegni la parte in plastica tenendo con sé come ricordo il cartoncino. Colpito da questa reticenza, gli chiede: “Tu sei cristiano?”. “Fino ad ieri non lo ero”, gli risponde l’altro. Sì, questi giovani sono venuti a cercare Dio, o quantomeno a conti- nuare tale rapporto insieme ad altri, uscendo dalla dimensione casalinga o confessionale. La caratteristica, infatti, è che si tratta di un incontro ecumenico, voluto e pensato dalle tre chiese storiche ungheresi, cioè la cattolica, la luterana e la riformata, e aperto a tutti. Una novità nella novità. Il “dietro le quinte” me lo racconta una delle organizzatrici, Erzsò Barna. “Il lavoro svolto insieme per la preparazione – dice – è stata una esperienza costruttiva, fatta di ascolto profondo da parte di tutti. Ognuno portava l’identità della sua chiesa. Essa costituiva un dono reciproco. Bisogna poi riconoscere il grande impegno di tanti giovani che sono andati nei gruppi giovanili e nelle scuole per presentare la proposta, arrivando ad incontrare complessivamente migliaia di loro coetanei. Non sempre, ci dicevano, è stato facile rompere il ghiaccio, la diffidenza, far capire la novità. Chi è venuto ha detto di aver visto che tra chiese si può vivere come fratelli, e di aver sperimentato una chiesa diversa da come la pensavano, capace di entrare in dialogo coi giovani”. Non è sfuggita a nessuno, tra l’altro, la presenza all’Arena di dodici vescovi, quasi a voler sigillare un’intesa che, se approfondita, non potrà non dare i suoi frutti. E se il culmine della giornata risultava la celebrazione ecumenica che ha concluso il programma, bisogna dire che ogni intervento ha avuto il suo valore, così come ciascun momento artistico. Da Gabor, che raccontava come si era ricostruita una famiglia dopo essere uscito dall’alcol, a Tibor, che per non cedere alla corruzione aveva dovuto perdere il lavoro per poi trovarne un altro di alto livello; a Viktor, giovane sacerdote pieno di esperienze: uno spaccato di società ungherese a confronto coi problemi quotidiani che alla luce della fede trova soluzioni di speranza. Due i messaggi arrivati da più lontano. Uno di Konrad Raiser, segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese. L’altro di Chiara Lubich, portato da Valeria Ronchetti, una delle sue prime compagne. Entrambi sostengono lo sforzo ecumenico indicandolo come necessario. “Vi incoraggio – afferma Raiser – ad ascoltare oggi la testimonianza di quelli che hanno sperimentato che la potenza dell’amore è più forte che l’amore della potenza; di quelli che sanno dalla propria esperienza che lo spirito dell’unità e dell’amore è capace di fare da ponte tra quelli che da tanto tempo sono separati per via del pregiudizio reciproco”. La certezza che Dio ci ama, il porlo al primo posto nel nostro cuore, l’amore vicendevole sono indicati da Chiara Lubich come base di una autentica vita cristiana. E da qui il racconto del dialogo fecondo che il Movimento dei focolari, da decenni, ha intessuto con fedeli di 350 chiese o comunità ecclesiali. Ed anche come risposta ai venti della guerra e del terrorismo che soffiano sul nostro pianeta, la Lubich mostra una via: “Gesù ci aveva detto che il mondo ci avrebbe riconosciuti come suoi e, attraverso di noi, avrebbe riconosciuto lui, vero Dio, dall’amore reciproco (“). Ma l’unità, lo sapete, non l’abbiamo mantenuta e non c’è ancora. E allora che fare? Penso che forse non ci resti che formulare in cuore un sincero proposito: cominciare con l’amare (“). Ed egli saprà certamente ripetere il miracolo dei primi cristiani “. Sì, a guardare quella sala, una sorta di “miracolo” c’è già stata. Quei giovani una risorsa A colloquio con l’arcivescovo cattolico, mons. Péter Erdo, primate d’Ungheria, e con il vescovo Imre Szebik, presidente della chiesa evangelica. Sedicimila giovani radunati all’Arena di Budapest. Cosa significa la loro presenza per le Chiese ungheresi? Peter Erdo: “Prima di tutto bisogna dire che siamo rimasti molto impressionati, perché non è frequente in Ungheria che per una intera giornata si radunino sedicimila giovani per un incontro ecumenico. Praticamente è stata la prima volta che è successo. Penso che ciò sia stato frutto di un cammino che dura da piú di dieci anni. Per questo appuntamento si sono mobilitati in tanti: varie scuole cattoliche che hanno mandato i loro ragazzi, i movimenti, le nuove comunità, in particolare i focolarini. Essi infatti hanno una tradizione ormai lunga nel paese, perché non sono arrivati dopo il cambiamento politico, ma erano presenti già prima. Il fatto, poi, che cristiani di diverse chiese – cattolici, ortodossi e protestanti – abbiano potuto stare pregare insieme in una liturgia ecumenica è stata una conferma dei nostri sforzi per arrivare all’unità dei cristiani. Ci sono questioni di tipo teologico e sacramentale che ancora ci separano. Ma, piú il mondo diventa secolarizzato, piú sentiamo il bisogno di una testimonianza comune. Noi qui non ci siamo radunati attorno a un’idea, ma attorno a Qualcuno, attorno alla persona di Gesù Cristo, e in lui abbiamo trovato la nostra unità. Oggi lo abbiamo sentito presente tra di noi”. Imre Szebik: “È stata una gioia vedere questi giovani, come cantavano, con quale entusiasmo e libertà pregavano. Penso che per tutte le chiese storiche, portare avanti quello che è stato sperimentato qui sia la sfida che ci attende. “È un messaggio anche per la società, che ha potuto vedere l’esistenza di una gioventù che ragiona in modo cristiano e vive la sua fede e la sua morale secondo gli insegnamenti di Cristo. L’incontro di oggi sicuramente ha aiutato questi giovani a sceglierlo, a vivere non solo una vita religiosa formale ma a vivere il quotidiano da cristiani impegnati, capaci di irradiare attorno a sé amore, calore, disponibilità a perdonare ed aiutare tutti coloro che ne hanno bisogno”. Pensate dunque che questi giovani possano essere una risorsa anche per la società oltre che per la chiesa? I.S.: “Il ricordo di questa giornata sicuramente accompagnerà tutti quelli che vi hanno partecipato, e costituirà uno spunto per riflettere sia sulla loro vita quotidiana sia sul loro inserimento nella società. Sono stati spinti a mobilitarsi per varie attività in favore delle persone emarginate, per aiutare quanti sono in difficoltà, ed in questo modo chiarire che la religiosità non è un ambito privato della vita, ma piuttosto un servizio a favore della società, nato dalla convinzione cristiana”. P.E.: “Penso proprio di sì, perché si parlava anche di vita onesta, della famiglia, del lavoro, della pace, tutti aspetti che fanno parte delle problematiche che viviamo oggi. Credo quindi che si tratti di un segnale importante anche per la società”. Cosa lascia nel cuore di un vescovo una giornata come questa? P.E.: “Prima di tutto una grande gioia per aver potuto sperimentare una chiesa viva. Ma anche gratitudine verso la provvidenza. Se solo penso a quei sacerdoti che trent’anni or sono hanno subìto diversi anni di carcere per aver radunato un gruppo di quindici, venti giovani, possiamo dire che rispetto a quel passato si tratta veramente di un altro mondo”. I.S.: “È una gioia vedere che il vangelo continua a vivere nella generazione seguente, e che ci saranno persone che porteranno avanti la causa di Cristo. Ed essa non tramonterà neanche quando noi andremo in pensione o quando Dio ci chiamerà. Siamo molto lieti di questo, anche perché per 40 anni abbiamo sentito dire continuamente che la chiesa sarebbe stata sepolta in breve tempo. Oggi vediamo che quelli che annunciavano tutto ciò sono scesi dal palcoscenico della storia, mentre la causa di Cristo continua a vivere”. “ÚJ ÚTON” UNA VIA NUOVA C’è grande attesa al Circolo italiano di cultura di Budapest dove viene presentato uno degli ultimi libri di Chiara Lubich: Új úton, ovvero la traduzione in ungherese del noto (al pubblico nostrano) Una via nuova. Alla presenza di numerose personalità del mondo religioso, civile e culturale – tra gli altri la moglie del presidente ungherese, signora Dalma Mádl – la novità della via tracciata dalla spiritualità della fondatrice dei Focolari si è dispiegata ai presenti nella sua completezza, che comprende tutti gli ambiti della vita umana, dalla dimensione spirituale a quella sociale. Testimoni di questa via, ecco Giuseppe Di Giacomo e Valeria Ronchetti, che ne hanno illustrato gli effetti sulla loro vita e su quella di altri che l’hanno seguita. Interventi di teologi ed altri esperti l’hanno valutata dal punto di vista della loro disciplina. “Se è vero che “dove due o tre sono uniti nel nome di Gesù” lui è presente tra loro, questa non è solo una realtà psicologica e spirituale ma anche sociologica”, afferma Pal Toth, caporedattore di Új város, che evidenzia in particolare le concretizzazioni sociali, politiche, culturali ed economiche nate dalla spiritualità dell’unità. Mentre il teologo evangelico Károly Hafenscher in un messaggio ne evidenzia l’apporto ecumenico legato alla vita della parola vissuta. “Subiamo il gelo di tanti secoli tra le nostre chiese – dice -. Ma dall’annuncio del Concilio Vaticano II sperimentiamo i segni della primavera. Considero anche il Movimento dei focolari uno di questi segni. Lo apprezzo per la centralità di Cristo, anzi per la centralità della croce che non è però senza Pasqua; per la parola vissuta che non fa del cristiano un libro religioso, ma mostra la presenza reale di Cristo; per la radicalità, l’amore messo in pratica senza confini, che coraggiosamente oltrepassa il limite della diversità. Il focolare è come un fuoco presso il quale non solo ci si può riscaldare nei tempi freddi ma si può tirar fuori la brace per infiammare la fede di altri “. “Nel deserto del socialismo i focolarini significavano per me l’oasi – confida l’abate Asztrik Várszegi, riferendosi ad alcuni del movimento conosciuti nell’ex Ddr -, e questo mi dava la speranza che un giorno i muri sarebbero crollati. Ormai la spiritualità dei Focolari è presente nella nostra vita quotidiana. Perché è importante questo per noi, per la chiesa?”. E qui fa riferimento alla capacità di entrare in dialogo con il mondo di oggi e far conoscere Gesù vivo. E conclude: “Nella storia della spiritualità ci sono libri piccoli che hanno effetti molto grandi. La perla di questi libri è quello di Chiara Lubich, Una via nuova”.

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