Ecuador sotto assedio delle mafie

Il Paese è conteso tra una ventina di bande criminali in guerra tra loro e con le forze dell’ordine. La lotta per il territorio comincia nelle carceri dove i capi vivono come in una dimensione parallela. Con la complicità di settori delle istituzioni  
Ecuador esercito a difesa delle istituzioni Ansa EPA/Carlos Duran Araujo

È surreale il modo in cui “Fito” Macías è sparito dal penitenziario regionale di Guayaquil, così come il suo stile di vita tra le sbarrre, ostentoso e strafottente. Il capo dei Los Choneros semplicemente non era in cella, né in nessun altro posto. E non si sa di preciso da quanto tempo.

La dichiarazione di “conflitto armato interno” e lo “stato di eccezionalità” per 60 giorni con coprifuoco decretato di conseguenza dal presidente Daniel Noboa l’8 gennaio hanno provocato una reazione immediata delle bande. Si sono succedute insurrezioni carcerarie con cattura di ostaggi, fughe di prigionieri, ricatture, sequestri di poliziotti, esplosioni e sparatorie, con l’invasione di un’università e l’irruzione in uno studio televisivo.

Eppure la vita degli ecuadoriani non è cambiata più di tanto. «Oggi la situazione è tranquilla, i servizi pubblici funzionano, la gente lavora e si muove con normalità per le strade», almeno di giorno. Lo scriveva il 10 gennaio Bepi Tonello, italiano, presidente della banca sociale Codesarrollo. «Ciò che è grave è che in Ecuador, specialmente nelle province della costa del Pacifico, la violenza è ormai cronica», aggiungeva.

Nel 2023 la Polizia ha rilevato più di 20 assassinii al giorno. Più dela metà sono conseguenza del narcotraffico. Da Paese relativamete pacifico, oggi l’Ecuador è tra i più violenti della regione più violenta del pianeta.

Tutto cominciò il 28 dicembre 2020, quando in un bar di un centro commerciale di Manta fu assassinato “Rasquiña”, capo della potente banda criminale Los Choneros. Subito si scatenò una guerra tra bande, latente fino a quel momento, con ribellioni e regolamenti di conti nelle carceri e l’aumento della violenza nelle strade. Secondo il portale specializzato InsightCrime, la vittoria dei Los Lobos e dei loro alleati ha prodotto una diversificazione delle attività criminali.

Dai servizi logistici per il trasporto della cocaina per i grandi cartelli messicani, gli affari si sono ampliati all’estrazione mineraria illegale, alle estorsioni e al traffico di persone”, segnala Max Campos, analista di sicurezza e sottosegretario agli Interni.

Il controllo dei porti – quelli di Guayaquil ed Esmeraldas su tutti – e quello delle carceri sono cruciali. E i decreti di Noboa hanno indurito i controlli, trasferendo la responsabilità ai militari, molto meno corruttibili della Polizia.

A dicembre, la mega operazione Metastasi aveva evidenziato inequivocabilmente le connessioni politico-giuriziarie del narcotraffico.

Tra i 29 arrestati, in 7 province, spicca il nome di Wilman Terán, presidente del Consiglio della Giudicatura, organo statale di vigilanza e disciplina dei giudici. Le detenzioni avrebbero dovuto essere 38, ma poliziotti e pm hanno trovato solo cicche e bicchieri di whisky quando hanno raggiunto, a piedi, il 14° piano dall’edificio del Consiglio poiché gli ascensori erano stati disattivati, secondo la deposizione della procuratrice generale dello Stato Diana Salazar in un’udienza sul caso.

Proprio Salazar era stata minacciata di morte da Fabricio Colón Pico, uno dei capi de Los Lobos, incarcerato il 5 gennaio ed evaso tre giorni dopo, in seguito a un’insurrezione, insieme ad altri 37 prigionieri, in parte ricatturati.

Tra gli arresti di Metastasi c’é anche Pablo Ramírez, che l’ex presidente Guillermo Lasso aveva promosso generale e a cui aveva affidato la direzione del sistema carcerario nazionale. Dopo quattro massacri tra reclusi sotto la sua gestione, Lasso l’aveva rimosso e nominato direttore della sezione Antinarcotici della Polizia.

Sono molteplici e spesso torbide le connessioni tra rappresentanti delle istituzioni e narcotrafficanti.

“Vediamo come le strutture delinquenziali hanno permeato le istituzioni per raggiungere i loro obiettivi”, ha affermato Salazar, responsabile a suo tempo dell’incriminazione dell’ex presidente Rafael Correa, che oggi vive in Belgio. Il correismo, primo e influente gruppo parlamentare, la accusa di parzialità, poiché frenerebbe le cause che investigano Lenín Moreno e membri del governo Lasso.

L’ondata di violenza nelle prigioni ha implicato la mobilitazione di 13.000 militari che, attraverso negoziati, hanno ottenuto la liberazione di tutti i 201 ostaggi, tra guardie penitenziarie e personale amministrativo. Oltre 1.300 i nuovi arresti.

Secondo Adalid Contreras, sociologo e comunicologo boliviano, le rivolte “sono la manifestazione di un modus operandi delle mafie narco-terroristiche, che dall’interno promuovono l’occupazione di territori esterni alle carceri”.

Il complesso penitenziario di Guayaquil, ad esempio, è di fatto gestito da Los Choneros, che ne ricavano varie decine di migliaia di dollari ogni settimana. “Le guardie non hanno altra scelta che diventare complici, perché minacciano loro e le loro famiglie”, ha dichiarato un recluso, sotto anonimato, al quotidiano online Primicias. “Los Choneros riscuotono da ciascun prigioniero tra i 10 e i 20 dollari a persona ogni settimana, senza contare ciò che ci obbligano a comprare”.

La stessa fonte spiega che Fito ha fatto costruire piscine, organizzava feste, filmava video e introduceva armi mediante droni.

In agosto, il boss era stato trasferito al prigione di massima sicurezza La Roca, con l’intervento di quasi 4.000 poliziotti e militari, una conseguente violenta rivolta e il suo ritorno al Regionale, per una polemica sentenza giudiziaria.

Il controllo e la gestione delle carceri è la militarizzazione della lotta contro la criminalità organizzata sono i principali problemi che il governo punta ad affrontare, con mano dura. Tuttavia, anche alla luce di altri Paesi della regione, molti esperti segnalano che le soluzioni promosse attualmente non sono sostenibili a lungo termine.

Costruire nuove carceri di massima sicurezza da dove sia impossibile gestire gli “affari” e riempirle non risolve i problemi sociali alimentati dalla povertà e mancanza di opportunità. La sostituzione delle attribuzioni della Polizia con quelle delle forze militari è spesso associata all’aumento della violenza, per la conclamazione della guerra interna, e delle violazioni dei diritti umani e al debilitamento della democrazia.

«Lo Stato risponde con un maggior investimento per la Polizia e le Forze Armate. Sarebbe molto più utile spendere per l’istruzione, la sanità e la generazione di lavoro», riassume Bepi Tonello, residente in Ecuador dal 1970 e promotore del credito popolare, della formazione professionale e dell’accesso al mondo del lavoro attraverso il Fondo Ecuadoriano Populorum Progressio.

Chiaramente non è facile, ma è evidente che occorrono proposte integrali che il governo Noboa, il cui mandato è di soli 18 mesi, potrebbe solamente (e dovebbe almeno) abbozzare.

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