Il bisogno di pace dietro l’invio dei droni iraniani

Nella notte fra sabato e domenica 13-14 aprile circa 300-400 fra droni e missili sono stati lanciati verso Israele dall’Iran e dai territori che costituiscono il cosiddetto Asse della Resistenza, composto dalla Siria del regime di Assad, dalle zone del Libano controllate da Hezbollah, da milizie filo-iraniane in Iraq e dagli Houthi yemeniti
Immagine di missili iraniani a Tehran, 15 Aprile 2024. Ansa EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Secondo l’esercito israeliano (Idf) si è trattato di un attacco dal cielo effettuato con droni, missili da crociera e missili balistici: il 99% di questo arsenale volante sarebbe stato intercettato prima che entrasse in territorio israeliano. Le operazioni di abbattimento sono state compiute tramite sistemi antimissile e con aerei da guerra israeliani, ma anche da caccia statunitensi e britannici.

Al di là dei toni indignati sfoggiati dal governo israeliano, il raid era una ritorsione purtroppo “dovuta”, e annunciata, contro l’attacco anonimo e non rivendicato effettuato dall’aviazione israeliana il primo aprile contro la delegazione diplomatica iraniana di Damasco, in Siria, dove erano stati uccisi alcuni ufficiali delle Guardie rivoluzionarie; e per l’uccisione nella Striscia di Gaza di tre figli di Ismail Haniyeh, il capo politico di Hamas, che vive in Qatar da circa 5 anni. La missione iraniana presso le Nazioni Unite ha poi confermato che l’attacco è stato una risposta ai precedenti raid israeliani, e che con questo «la questione può considerarsi conclusa».

Insomma, uno show obbligatorio che contiene però un messaggio criptico, non detto e assolutamente indicibile, ma in certo modo sotto sotto condiviso da molti di entrambe le parti e dai rispettivi alleati e nemici: per favore qualcuno fermi questo massacro e i guerrafondai che lo sostengono! Fermare sia quelli che “non possono” esimersi dalla guerra, sia quelli che “devono” farla. Perché se qualcuno non fa qualcosa per fermarli, da soli i guerrafondai non si fermeranno: sembrano spinti da una sorta di compulsione ossessiva che domina tutto, anche convinzioni e interessi, perfino aspirazioni e speranze che un tempo probabilmente avevano. Mettendo in scena una tragica farsa che non è ormai più in grado di concepire cose come diritto, dovere, giustizia, legalità e rispetto per la vita e l’identità dell’altro.

La guerra di Gaza, iniziata il 7 ottobre con l’attacco di Hamas e la reazione israeliana, ha segnato l’esordio bellico dell’Asse della Resistenza, vale a dire l’alleanza di gruppi e milizie legati e dipendenti dall’Iran in chiave anti-israeliana e più in generale anti-statunitense e anti-occidentale, in cui convergono intorno al regime degli ayatollah: Hezbollah, Siria, milizie iraqene filo-iraniane e Houthi yemeniti, sponsorizzando poi tra i palestinesi la Jihad islamica e Hamas, che pure non è sostanzialmente filo-sciita. L’Asse diretto da Teheran si contrappone fin dagli anni ’80 non solo all’Occidente ma anche a repubbliche e monarchie sunnite, tentando di instaurare la cosiddetta “mezzaluna sciita”, l’influenza iraniana estesa da Beirut al Golfo Persico.

Ma è con l’operazione “Diluvio di al-Aqsa” del 7 ottobre 2023 che per la prima volta i membri dell’Asse della Resistenza sono stati coinvolti in quella che Nasrallah (il leader di Hezbollah) ha definito “unificazione dei fronti”. Ed è questo ciò che il premier israeliano Netanyahu teme di più.

In realtà, questi ultimi mesi hanno dimostrato che l’Asse della Resistenza, pur essendo molto abile a destabilizzare il Medio Oriente (e a screditare Israele), non ha in realtà le capacità né le risorse culturali, religiose e tanto meno sociali per immaginare un ordine regionale alternativo.

Una risposta adeguata ad un regime di violenza e di odio contro tutti, quello progettato dall’Asse della Resistenza, non può essere un altro regime di violenza e di odio, quello di fatto auspicato da Netanyahu e dall’estrema destra israeliana. In questo modo non si uscirà mai dal circolo orrendo dell’attacco e della vendetta. Mai.

C’è un’altra strada? È proprio questa la sfida che la storia sta imponendo a tutto il mondo mediorientale (e non solo): cercare quella strada. La si troverà e quanto ci vorrà per trovarla?

In ogni caso è per lo meno stupido immaginare che speranze e soluzioni possano emergere taumaturgicamente dall’annientamento del nemico. Beninteso dopo aver capito chi è nemico e chi è amico, distinguo che soprattutto in Medio Oriente non ha mai goduto a lungo di grande successo. Oppure illudersi che i più duri, giusti e forti vinceranno. In passato, i più forti e giusti hanno magari scritto qualche manuale di storia ma non hanno mai vinto la pace.

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come? Scopri le nostre rivistei corsi di formazione agile e i nostri progetti. Insieme possiamo fare la differenza! Per informazioni: rete@cittanuova.it

I più letti della settimana

Tonino Bello, la guerra e noi

Il voto cattolico interessa

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons