Dov’è finito Gandhi?

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Cos’è l’India per un occidentale del 2003? Solo la musica bhangra che spopola nelle discoteche? Qualche romanzo di Naipaul, Roy o Rushdie? La Calcutta di Madre Teresa e di Dominique Lapierre? Un vago ricordo delle tragedie di Amritsar, Bophal o Ayodhya? Un conflitto incomprensibile come quello delle vette innevate del Kashmir? Oppure un banale giro turistico nel Rajastan? Pochi sanno o ricordano, invece, che il subcontinente ospita un miliardo di persone senza avere un seggio al consiglio di sicurezza dell’Onu; che la quinta potenza economica mondiale viene spesso snobbata dagli investitori a profitto della Cina; che il secondo esercito al mondo, quasi due milioni di soldati con l’atomica nel cassetto, viene erroneamente considerato obsoleto e inefficace; che Bollywood produce più film di Hollywood; che dalle università indiane escono un terzo degli ingegneri informatici più ricercati al mondo… La marcia del sale Qualcuno, però, osa ancora associare l’India alla figura del Mahatma Gandhi, anche se il riuscito film di Richard Attenborough ormai è datato. I suoi libri, o piuttosto le raccolte dei suoi aforismi precisi, che non permettono repliche, vengono ancora letti, e qua e là qualche giovanissima studentessa ricopia tuttora sui suoi diari colorati e plastificati qualche frase che ha colpito la sua sensibilità adolescente. Ma nemmeno nell’India che fu sua si ricorda più di tanto il pensiero e l’opera dell’apostolo della non-violenza. Me ne accorgo nel giorno dell’anniversario della celebre “marcia del sale”, che segnò l’inizio della rivolta popolare contro il colonialismo britannico, così amato e così odiato dagli indiani. Nel mausoleo dedicato a Gandhi, a Delhi, che mi trovo a visitare in questo 30 gennaio 2003, le grandi impronte di piedi che ricordano quell’atto pacifico e rivoluzionario sono sì ricoperte da fiori e offerte varie, ma di folla non ce n’è traccia. Solo qualche gruppo di visitatori, in una città che peraltro pullula di gente e di vita, lo ricorda. “A forgotten march”, una marcia dimenticata, titolerà l’indomani, tristemente, The Times of India. E il primo ministro Vajpayee, del Bjp – il partito al potere, espressione del fondamentalismo indù più moderato -, ricorda il Mahatma consegnando il Gandhi Peace Prize al Bharatiya Vidya Bhavan, un’organizzazione per la rivalutazione della cultura indiana, di cui si è già parlato su queste colonne (Città nuova n° 3/2003, p. 23). A Mumbai, d’altronde, avevo faticato non poco per ritrovare la casa di Gandhi: che tuffo al cuore, sembrava un museo impolverato, senza più nulla di vivo, schiacciata tra massimalismo imperante e corruzione galoppante, consumismo strisciante e Bollywood dilagante. E alla libreria gandhiana avevo sì trovato un’edizione su cd-rom dell’opera omnia del Mahatma, ma in un ambiente povero di mezzi e ricco di nostalgia. Certo, nei discorsi degli intellettuali, come della gente del popolo, qua e là Gandhi viene citato, accanto ai vari Tagore, Vivekananda e Ramakrishna; ma troppo spesso ciò appare un semplice esercizio retorico. Giù, verso l’oceano L’ho ritrovato invece al sud, Gandhi, più vivo che mai. L’ho rintracciato dapprima in un quadro intenso, opera di Shri Krishnaraj Vanavarayar, industriale tessile e nobile di Coimbatore, nel Tamil Nadu. Nel corso di uno squisito ricevimento – gli indiani conoscono l’arte del vivere -, quello sguardo dipinto diceva quanto egli fosse vivo nella villa di un magnate dell’industria, ma ancor più in uno strenuo difensore della vera cultura indù, quella che trova le sue radici nella scrittura vedica e nella tolleranza più radicale. L’ho rivisto poi negli occhi di Minoti Aram e di sua figlia Vinu, nel corso di un pranzo elegantemente speziato. La prima – ormai anziana, e costretta su una sedia a rotelle, ma attraversata da un’indomita forza, un fuoco interiore – è una gandhiana della prima ora, che assieme al marito aveva impiegato le sue migliori energie giovanili per la ricerca di una convivenza pacifica in Nagaland, la terra più a est dell’India, negli anni Quaranta e Cinquanta. La seconda, invece, cresciuta in un ambiente famigliare impregnato di princìpi non-violenti, sta ora spendendo anch’ella le sue migliori energie giovanili nel dialogo interreligioso (è tra i presidenti della Wcrp, la Conferenza mondiale delle religioni per la pace) e nella conduzione dello Shanti ashram, l’ashram della pace, impegnato in una capillare opera di sviluppo rurale attorno alla città di Coimbatore. Il principio etico fondamentale del movimento gandhiano – “sii quel che dici di essere”; “coerenza e impegno siano la tua legge” – in loro appare più che naturale, direi una realtà. Sarvodaya Mi sono di nuovo imbattuto in Gandhi in un incontro organizzato proprio allo Shanti ashram tra il movimento gandhiano Sarvodaya (“benessere per tutti”), che raggruppa le maggiori istituzioni educative e assistenziali che si rifanno al pensiero del Mahatma e una delegazione dei Focolari, per suggellare l’intesa e la collaborazione nate nel 2001 (cf. Città nuova n° 12/2001). Il dottor Markandan, coordinatore del Sarvodaya Movement, ha detto che, visitando recentemente in Italia la cittadella dei Focolari di Loppiano, aveva notato come essa fosse “un esempio dell’applicazione perfetta di quanto Gandhi predicava”. E ha continuato: “Esistono ormai fortissimi legami che uniscono Chiara Lubich al movimento gandhiano: bisogna continuare a sviluppare questa joint venture, secondo il volere di Dio”. Il dottor Alagirisamy, altro esponente di rilievo della corrente gandhiana del Tamil Nadu, ha cercato di tirare le fila: “Dobbiamo collaborare con grande frutto nello sviluppo della gioventù e dell’amicizia tra fedeli di religioni diverse”. Gandhi aleggiava nell’aria anche nell’aula magna dell’università Avinashilinghan di Coimbatore, dove ben sessanta organizzazioni della città, in prevalenza gandhiane ma non solo, avevano preparato per gli ospiti dei Focolari una civic reception con 1200 partecipanti, in maggioranza giovani. Diceva il rettore magnifico, il dott. Kulandaivel, un gandhiano della prima ora: “Siamo tutti in Dio, perché lui è il nostro padre e la nostra madre, e noi siamo fratelli e sorelle. Le religioni predicano amore, affetto, devozione, attenzione ai sofferenti, ma purtroppo tanto spesso non praticano tali insegnamenti “. E un noto esperto accademico di letteratura tamil, il prof. Guruswamy: “La luce viene dall’alto, diceva Gandhi. Così è per noi oggi”. Un’ora di danze e rappresentazioni sceniche hanno mostrato l’innata capacità artistica di questa gente. Colori, armonie, movimenti, coreografie: pur con pochi mezzi, i ragazzi e i giovani hanno saputo conquistare la platea, trasmettendo la serenità e la profondità della tradizione indiana. Gandhigram University Gandhi sopravvive anche a 170 chilometri più a sud, tra Dindigul e Madurai, alla Gandhigram University. Ho scorto file interminabili di studenti lungo strade affiancate da piccoli edifici, ognuno dei quali viene annunciato da un’iscrizione: istituto per la coltivazione di piante medicinali, per la puericultura, per la gestione delle risorse degli studenti… Il rettore, la signora G. Pamkajam, appariva rigorosa nei suoi metodi e nelle sue idee. Il suo ufficio era modesto, come tutto qui, ma decoroso, poltroncine candide, qualche mobile di legno e l’immancabile foto del Mahatma. In una parola, ecco lo stile gandhiano, che si ritrova in ogni angolo del campus. La Gandhigram University si estende su 700 acri di terra, dal 1956. Accanto all’università, e per sorreggerla economicamente, la Gandhigram Trust riunisce altre istituzioni educative pre-universitarie e attività economiche diverse, dalla nursery alla produzione di tessuti e manufatti, dall’orfanotrofio all’ospedale. Il tutto viene condotto secondo princìpi assolutamente gandhiani, in uno spirito di fratellanza universale. Ogni studente svolge parte dello studio nei villaggi della campagna, per cooperare allo sviluppo della popolazione. L’istituto vuole essere un motore di crescita per il mondo rurale, che raccoglie la stragrande maggioranza della popolazione indiana. Il campus accoglie oltre duemila studenti universitari. Dov’è presente Gandhi?, ho chiesto alla vice-chancelor: “Dappertutto. Ancora in vita, egli avrebbe voluto sviluppare le istituzioni che qui abbiamo fatto nascere poco alla volta. È presente nello spirito di famiglia con cui viene condotto e sviluppato il campus, e che si trasmette poi ai giovani che lasciano quest’università al termine dei loro studi. Ma Gandhi è presente soprattutto nell’approccio rurale all’insegnamento”. Una frase appariva centrale nella conversazione: “Il principio educativo principale quaggiù è: living and learning – cioè insegnare quel che si vive, o vivere quel che si insegna, a scelta -. Non esiste solo un programma didattico, ma un progetto di vita, che comprende amore, pace e gioia”. Ogni mattina alle 9.15, ad esempio, le attività del campus iniziano con una preghiera nel piazzale centrale, occupato da un grande albero e da una grande campana. “Potrebbe sembrare che Gandhi sia morto – mi ha detto il dott. Narayanasamy, docente alla Gandhigram -, perché tutto sembrano essere le tendenze attuali della politica e della sociologia indiana tranne che gandhiane. Ma non è vero. Gandhi resta nel cuore della gente, e resta soprattutto in una gran quantità di istituzioni che diffondono il pensiero e l’azione del Mahatma. Certo, l’imperativo di mettere in pratica quel che si predica non è mai facile. Questa è la sfida attuale del movimento gandhiano”.

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