Disarmare e riconvertire l’economia

Di fronte allo scenario straziante delle guerre non possiamo restare inerti e ritenerci immuni da ogni responsabilità. La difesa degli innocenti non può giustificare una politica di riarmo che alimenta il fuoco già acceso. È possibile una discussione seria e serena sul futuro di Finmeccanica Leonardo? Un tentativo in corso  
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Seguendo su cittanuova.it le cronache dalle città distrutte dalla guerra nel Vicino Oriente, si affacciano mille domande sul male nel mondo e la nostra risposta. Il senso di una politica della non violenza e il diritto-dovere d’intervento che non può sfociare nella guerra giusta. Ma in particolare risuona quanto ha detto papa Francesco sull’origine delle guerre dal potere del denaro e dalla sete di dominio sostenuto dalle industrie delle armi.

 

Prima di rivolgerci altrove, merita prestare attenzione a quanto accade nel nostro Paese, per porsi qualche domanda di solito rimossa. Ad esempio Finmeccanica, che cambierà il nome in Leonardo dal 2017, è un grande gruppo industriale con una forte partecipazione pubblica. I vertici sono decisi dal governo in carica grazie al 30 per cento del capitale sociale in mano al ministero dell’Economia e delle Finanze. Un patrimonio di strutture e competenze che strategie consolidate e di lungo termine hanno prevalentemente orientato, in maniera graduale negli ultimi decenni, verso il comparto degli armamenti.

 

In un Paese che lamenta la mancanza di una reale politica industriale, gli esecutivi di diverso colore politico hanno, invece, compiuto precise scelte politiche intese a dismettere asset ritenuti non strategici per immettere investimenti pubblici nel comparto della cosiddetta “difesa” interessando, di conseguenza, il campo della ricerca a livello universitario e scientifico.

 

Come è noto agli economisti che citano la regola dominante della legge di Jean Baptiste Say, la produzione di armi comporta la necessità di metterle in vendita. L’offerta, cioè, è sempre in grado di creare la propria domanda, andando oltre il concetto del principio di sufficienza nella difesa. Lo testimoniano la presenza assidua delle industrie italiane nei mercati ed expo mondiali degli armamenti, assieme alla pratica, diffusa nei diversi Paesi, di promuovere i prodotti dell’industria bellica tramite le missioni all’estero delle unità militari. È noto, in tal senso, il successo del tour della portaerei Cavour effettuato tra novembre 2013 e aprile 2014 tra Golfo Persico e Africa per sostenere e far conoscere ai potenziali clienti il “Sistema Paese in movimento”.

 

Così mentre vengono ceduti e dismessi da Finmeccanica pezzi importanti dell’industria nazionale, ad esempio Ansaldo Breda e Ansaldo STS, l’amministratore delegato Mauro Moretti ha annunciato di aver ottenuto un successo dell’industria italiana (il “più grande traguardo commerciale mai raggiunto da Finmeccanica”) con la vendita di 28 Euro Fighter da combattimento all’aviazione del Kuwait. Un contratto da 8 miliardi di euro già annunciato con soddisfazione nell’ottobre 2015 dal presidente del consiglio Matteo Renzi, e siglato nell’aprile 2016 alla presenza del ministro della Difesa, Roberta Pinotti, e del suo omologo kuwaitiano, Shaikh gen. Khaled Al Jarrah Al Sabah.

 

Eppure, tralasciando gli scandali che hanno coinvolto negli anni passati i vertici del gruppo, la storia di Finmeccanica merita di essere conosciuta nei dettagli per capire quali grandi potenzialità in termini occupazionali e di alta tecnologia sono andate perdute negli ultimi decenni per privilegiare un settore, quello delle armi, che non è affatto garanzia di crescita e posti di lavoro. Una pagina importante del declino industriale italiano può essere compresa compiutamente, anche per ricercare soluzioni alternative, a partire dalla vicenda Finmeccanica.

 

E le prospettive aperte dall’avanzare della quarta rivoluzione industriale, come si può desumere dalla relazione della commissione parlamentare su Industria 4.0, sono tali da fornire ulteriori elementi per mettere in discussione le scelte compiute dai referenti di questo gruppo, che è un patrimonio nazionale, senza una aperta e approfondita discussione politica in Parlamento e nella società civile. Il cosiddetto complesso militar industriale, citato dal famoso discorso di Eisenhower nel 1961, non sembra aver avuto, oltre la puntuale denuncia del mondo disarmista, alcun ostacolo nel portare avanti le sue tesi, grazie anche al sostegno di influenti e prestigiosi centri studi.

 

Rimettere al centro del dibattito pubblico la finalità e le strategie del gruppo Finmeccanica Leonardo permette di riprendere il discorso sull’applicazione corretta della legge 185/90 sulla produzione, sul commercio, sul trasferimento di armi e sulla previsione della riconversione industriale da intendere, oggi necessariamente, in una prospettiva di riconversione integrale dell’economia, dall’ambiente alla finanza.

 

In questo si pone l’iniziativa promossa dal gruppo Economia disarmatadel Movimento dei Focolari il  6 dicembre a Roma, intenzionalmente a due giorni dalla scadenza referendaria che ha monopolizzato per mesi l’attenzione generale e quindi nel pieno delle domande sulle conseguenze dell’esito del voto.

Il titolo dell’incontro, al quale parteciperanno studiosi, sindacalisti e parlamentari (“Scelte di pace e industria delle armi. Un confronto sul caso Finmeccanica- Leonardo tra industria 4.0, nuova difesa europea e legge 185 90”), vuole esplorare la possibilità, non la certezza, di avviare un percorso di nuova consapevolezza in Italia senza fermarsi all’accettazione di uno stato di cose ritenendolo impossibile da cambiare.

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