Diritti umani, grandi sconfitti?

A 75 anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, adottata nel dicembre 1948 dai 193 Paesi che costituiscono le Nazioni Unite, i diritti umani sembrano oggi sempre meno considerati. Eppure sarebbe necessario un passo avanti: il riconoscimento dei diritti collettivi, di gruppo e delle generazioni future.
Bambini palestinesi, fuggiti con le loro famiglie dal nord della Striscia di Gaza, giocano fuori dai loro rifugi a Deir Al Balah, nella Striscia di Gaza. (EPA/MOHAMMED SABER)
Bambini palestinesi, fuggiti con le loro famiglie dal nord della Striscia di Gaza, giocano fuori dai loro rifugi a Deir Al Balah, nella Striscia di Gaza. (EPA/MOHAMMED SABER)

Se si potesse scattare ad oggi una fotografia della situazione dei diritti umani nel mondo, apparirebbe una fotografia nera. Le agenzie internazionali competenti in materia lo dicono con numeri e statistiche, ma si tratta di persone. A titolo di esempio. La povertà. Sono cresciute le disuguaglianze economiche. Il programma dell’Onu per lo sviluppo umano, nel rapporto del 2022, quantifica a 1.2 miliardi le persone che in 111 paesi vivono in un’acuta povertà multidimensionale (salute, educazione, standard di vita). La Banca Mondiale e l’Unicef rilevano che 333 milioni di bambini sopravvivono sotto la soglia di povertà estrema, e 829 milioni sotto la soglia di povertà stimata a 3.65 dollari al giorno.

Clima. Il 2023 è stato l’anno più caldo dal 1880. Tempeste sempre più violente, aumento della siccità, innalzamento degli oceani, perdita della biodiversità, carestie, epidemie alimentano povertà e migrazioni forzate. Ma ciò che inquieta terribilmente sulla scena mondiale è la guerra. Sono 110 i conflitti armati in corso, con una perdita di vite umane che nel 2023 è aumentata del 96% e, nel rapporto Global Peace relativo al 2022, è stimata a 238 mila unità. La comunità internazionale è disorientata, appare impotente. La debolezza dei meccanismi di controllo e attuazione del diritto umanitario non ne è certamente la causa principale. I subdoli nemici sono i molteplici conflitti di interesse che fondamentalmente mettono a confronto motivazioni umanitarie e profitti economici (vedi mercato delle armi).

La descrizione dello Statuto della Corte penale internazionale su cosa si intenda per crimine di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità è immagine di quanto sta avvenendo in Medio Oriente e non solo: tortura, stermini, deportazioni, attacchi contro i civili, i loro beni e obiettivi non militari, violazioni atroci della dignità della persona, ecc. Il rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) sul conflitto israelo-palestinese in corso riporta livelli senza precedenti di distruzione e sofferenza. È tutto disumano. E ci sarebbe perfino una richiesta di inserire nella Convenzione di Ginevra un principio che dovrebbe far pensare: il diritto umanitario sarebbe vincolante indipendentemente dal fatto che il nemico lo rispetti.

A meno di 80 anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, adottata dai 193 Paesi che costituiscono le Nazioni Unite e celebrata – pur nella sua discutibile universalità – come “pietra miliare posta sul lungo e difficile cammino del genere umano” (Giovanni Paolo II all’Assemblea delle Nazioni Unite, 1979), i diritti umani risultano i grandi sconfitti degli ultimi decenni.

Non sono pochi i teorici che ne hanno abbandonato il discorso, considerandolo futile esercizio di retorica su un mero contratto sociale o accordo politico che può cambiare a seconda del tempo e della situazione. Essi sostengono che la recente proliferazione dei conflitti ne ha impoverito la tradizione, eroso il consenso, diluito la forza morale. Il rapporto annuale di Human Rights Watch rileva che è il ‘sistema diritti umani’ ad essere in pericolo.

C’è però qualche riflessione ardita che potrebbe aprire uno spiraglio, ma richiederebbe cambiamenti radicali. Alcuni accademici cercano proprio nella nostra contemporaneità malata una possibile segnaletica da seguire. Affermano che nel dinamismo, insito nella natura dei diritti umani, stanno emergendo due nuove famiglie di diritti: i diritti di gruppo e i diritti delle generazioni future. E indicano un passaggio obbligato e obbligatorio: dalla difesa dei soli diritti individuali al riconoscimento e alla protezione di diritti collettivi.

Karel Vasak, giurista, già direttore della sezione Diritti umani dell’Unesco, ha paragonato le tre generazioni di diritti umani agli slogan della rivoluzione francese. I diritti civili e politici come espressione della richiesta di libertà, i diritti economici, sociali e culturali come diritti di uguaglianza e, punto cruciale, i diritti collettivi, che si pongono di fronte agli Stati come imperativi di fraternità. Vasak li definisce diritti di solidarietà, intesa come pre-requisito di azioni concrete concernenti le grandi sfide globali quale la pace, lo sviluppo, l’ambiente. Ma possono essere solo nobili parole. Le implicazioni concrete comporterebbero, infatti, sfide articolate e forse irrealizzabili. E se non ci fosse altra via di uscita?

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