Dialogando con suor Michela Refatto

Consacrata nella famiglia delle Suore Francescane dei Poveri, è appassionata della Bibbia e docente di Sacra Scrittura. Con suor Raffaella Maresca ha ideato il progetto “Colei che sa”. «Uno dei problemi nella relazione tra maschile e femminile è che le donne si lasciano dire dagli uomini. Nel progetto “Colei che sa” succede il contrario: la donna si esprime».
Suor Michela Refatto

Suor Michela Refatto è una consacrata dal sorriso contagioso, da 30 anni nelle Suore Francescane dei Poveri (Sfp). Ha vissuto nella comunità di Pistoia, un anno in Senegal e poi nella casa di formazione di Frascati, dove vengono accolte tante giovani. Nel frattempo ha studiato teologia, specializzandosi in Sacra Scrittura alla Pontifica Università Gregoriana. Dal 2016 vive a Messina e attualmente insegna all’istituto teologico San Tommaso.

Qual è il vostro carisma?
La nostra fondatrice, madre Francesca Schervier, ha ricevuto in dono il carisma del “prendersi cura”, soprattutto di chi è ferito, di chi ha più bisogno. Aveva anche una speciale predilezione per le donne. Questo filone del femminile è molto presente nella nostra congregazione, ed è anche mio.

Come nasce il progetto “Colei che sa”?
Nasce da una passione, ma anche da una ferita personale. Nel 2012 ho vissuto una settimana in una parrocchia vicino Roma: ascoltando alcune donne, percepivo che il sacerdote a cui si rivolgevano, in confessione o come guida spirituale, non sempre riusciva a capirle, a dare loro la parola di sapienza che serviva. Come consacrata, mi chiedevo come aiutarle e mi sono resa conto che la mia parola, la mia accoglienza, quella piccola sapienza che veniva dal mio essere donna, poteva regalare loro qualcosa. Tornata in comunità, ho condiviso il mio vissuto con suor Raffaella, la quale veniva da un’esperienza simile con le donne senegalesi.

Avevate la stessa passione…
La passione per il femminile ci accomunava. Avevamo talenti complementari: lei counselor ed esperta di psicologia, io di Sacra Scrittura. Lei creativa, tra danza e laboratori. Io attratta dal tradurre la Parola, e il confronto con le donne della Bibbia, in esperienza vitale. Così ho sperimentato modi nuovi di pregare, come la drammatizzazione, che coinvolge anche il corpo, e la narrazione con l’uso di musica e immaginazione… i frutti sono stati potenti.
Nel 2013, insieme alle nostre consorelle, abbiamo organizzato un weekend per le donne della nostra età, offrendo uno spazio di cura, ma anche di crescita nella consapevolezza. Ecco perché il titolo del progetto è “Colei che sa” e il logo è una figura di 3 donne. Insieme possiamo creare un circolo di sapienza, dove crescere nella consapevolezza delle nostre ferite, ma soprattutto delle nostre risorse. Lì si esprime in pienezza il nostro carisma di cura. “Colei che sa” è tutto il corpo di queste donne insieme, e ciascuna personalmente.

Qual è la ferita personale di suor Michela?
Sono le esperienze di non amore subite nella mia storia, a volte anche perché donna. È la fatica di trovare uno spazio dove esprimere la mia persona e la mia femminilità all’interno della Chiesa. La Chiesa sta cercando di fare spazio alle donne, ma non sono gli uomini che mi possono dire come devo essere e cosa posso dare. Siamo noi donne, insieme, che dobbiamo trovare le nostre modalità e i nostri spazi. A volte andando anche un po’ “contro”. La ricerca di Raffaella e mia ha incontrato il bisogno di queste donne, che avevano necessità di cura, ascolto, accoglienza, guarigione. I nostri incontri sono spazi protetti, in cui loro si sentono libere di raccontare.

Che donne sono?
Hanno tra i 30 e i 70 anni. Sono donne mature di tutti i tipi, sposate, separate, single, credenti e non credenti, c’è spazio per tutte. Nel gruppo c’è una custodia reciproca, una delicatezza straordinaria. È uno spazio sacro, un’esperienza di fede, un circolo di suore e laiche. Adesso abbiamo 5 gruppi in Italia (a Frascati, Padova, Messina, Cosenza e Pistoia), ognuno seguito da un team composto da suore e laiche con competenze diverse. Per due anni abbiamo organizzato un weekend all’anno (2013 e 2014) a Frascati. Poi abbiamo iniziato ad incontrarci un sabato pomeriggio, 4 o 5 volte l’anno.

È una specie di psicoterapia di gruppo?
No. Il valore aggiunto è l’equilibrio tra umano e spirituale. In ogni incontro scegliamo una figura femminile della Bibbia e vediamo cosa dice alla nostra vita. Accanto al momento spirituale c’è quello della consapevolezza di sé, che aiuta a crescere, infine i laboratori. La cultura “a misura d’uomo” ci induce a usare soprattutto la testa, mentre noi donne abbiamo anche le mani, l’intuizione, la creatività. Per cui in questi laboratori diamo spazio all’espressione corporea, alla scrittura di poesie, alla creatività con stoffe, argilla e colori. C’è la preghiera e anche l’unzione: ciascuna benedice l’altra col nardo. Quest’anno il tema era “Al ritmo delle stagioni” e siamo state accompagnate dalla donna del Cantico dei Cantici.

È importante che siate solo donne?
Noi suore animiamo altri incontri, aperti a tutti, per le coppie o i giovani, ma sono un’altra cosa. L’energia, il clima, la libertà che si creano quando siamo solo donne sono particolari. Uno dei bisogni è proprio che il femminile racconti il femminile. Il libro del 2012 di don Armando Matteo sulla crisi delle quarantenni nella Chiesa è acuto e profetico, ma per me è evidente che è scritto da un uomo che non ha sperimentato sulla propria pelle la sofferenza, la fatica, e quindi la passione, di una donna nella Chiesa.

Per quanto vi sforziate, mi sembra che voi uomini non possiate capire fino in fondo. Uno dei problemi nella relazione tra maschile e femminile, conseguenza del patriarcato, è che le donne si lasciano dire dagli uomini. Qui succede il contrario: la donna si esprime. Dopo di che entriamo in relazione col marito o il compagno o il prete in maniera diversa, perché siamo più consapevoli di ciò che siamo. Nella Genesi, di fronte al canto innamorato di Adamo, «lei ossa delle mie ossa», Eva rimane in silenzio, si lascia dire. Lui addirittura le dà il nome. Da allora, questo lasciarsi dire si è ripetuto. Ma è tempo di cambiare.

C’è spazio per un’alleanza uomo-donna?
Assolutamente sì. La cerco, la sogno, talvolta la vivo, però è difficile, soprattutto all’interno della Chiesa. Comunque, Raffaella aveva iniziato anche un gruppo di uomini.

Cosa significa prendersi cura?
Fermarsi, ascoltarsi, chiamare per nome i propri bisogni, non sentirsi in colpa. La donna si sente in colpa ogni volta che non è per l’altro, per il marito, per i figli… invece è fondamentale regalarsi un pomeriggio e staccarsi dai ruoli. Ama il prossimo tuo come te stesso. La donna spesso perde quel “come te stessa”. Cura significa anche dire: ho diritto a uno spazio, a un tempo. Significa sapere chi sono, cosa voglio e anche dire dei no. E non per auto-centrarmi o diventare una “narcisa”, ma perché ne ho bisogno, anche per dare in maniera più vera e appassionata! Ci sono tante donne affaticate e imprigionate in scelte non loro, soprattutto qui al Sud.

Cosa migliorare nella Chiesa?
Fare spazio alle donne, anche nelle stanze decisionali. Come in una famiglia, decidere nel confronto fra il polo maschile e quello femminile. Adesso c’è un potere, un pensare e un decidere perlopiù maschile. Attendo con tanta speranza il diaconato femminile.

Suor Raffaella e suor Michela nel 2016
Suor Raffaella e suor Michela nel 2016

Chi era suor Raffaella?
Amica, sorella, alleata. La mia compagna per eccellenza. Ha vissuto 12 anni di malattia. Ha ascoltato una miriade di donne. Mi diceva: non ti rendi conto di quanto la Parola di Dio guarisce. Eravamo due donne in cerca della sapienza. Perché la vita è dura. E viviamo tempi difficili, nel mondo e nella Chiesa. Raffaella ci ha lasciati un anno fa, ma il legame tra noi è vivo. Lei continua a parlarmi, a regalarmi luci.

Quando la vita è troppo dura, lei cosa fa?
Un rifugio è la preghiera. Gesù rimane sempre il mio fedele compagno di vita. Un’altra risorsa è l’amicizia con (poche) donne, alcune sono mie sorelle, e qualche uomo. E poi il consiglio di persone sagge (poche anche quelle). Infine ho i miei modelli: la fondatrice, madre Francesca Schervier, Maria di Magdala (la donna ferita che riceve il dono della resurrezione e viene inviata ad essere apostola degli apostoli), Etty Hillesum, Chiara Lubich, Lidia Maggi, e altre donne meno conosciute che ho incrociato lungo il mio andare.

Cosa ha in cuore?
Gratitudine. A ottobre faremo il primo weekend nazionale riunendo i gruppi di “Colei che sa” (data e luogo saranno segnalati sul sito www.coleichesa.it, ndr). Tutto questo è opera di Dio. Siamo commosse e grate.

Alcune tappe importanti:
1995 – Entra a far parte delle Suore Francescane dei Poveri e conosce suor Raffaella Maresca
2012 – Primo incontro per donne
2013 – Inizio del progetto “Colei che sa”
2016 – Diventa docente di Sacra Scrittura

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