Dialogando con Annamaria Spina

«Mai dire “sei mia” a una donna, perché “sei mia” dà senso di possesso, e il possesso non è amore, il più alto senso di amore è lasciare libera una persona, di decidere, di scegliere». Attrice siciliana, testimonial contro il femminicidio e la violenza nello sport, autrice e protagonista della pièce teatrale e cortometraggio autobiografico “Sei mia”, sul tentato omicidio da parte del suo ex fidanzato. Con lei abbiamo lanciato la campagna #maidireseimia: ne parleremo nella prossima diretta, lunedì 8 marzo, h19

Com’è nata la tua vocazione come attrice?
La prima volta che sono salita su un palcoscenico avevo 4 anni. È una cosa che è nata con me, ecco perché l’ho definita come vocazione. Ricordo che anche il mio gioco con le bambole era a modo di teatro, organizzavo spettacoli per tutti, mi facevo la regia, scrivevo sceneggiature, sceglievo gli attori… Non ho mai avuto la vita di un’adolescente normale.

“Sei mia” è una storia autobiografica di battaglia e prevenzione alla violenza sulle donne. Come mai hai deciso di riportare la tua esperienza sul grande schermo?
Persone a me molto vicine mi hanno esortata a fare un gesto del genere, a “esorcizzare” questa mia esperienza negativa sul palcoscenico per gli altri. Ci pensai un po’, però la fede mi ha spinta a pensare che forse potevo aiutare qualcuno, dare voce a quelle donne che per varie circostanze non possono gridare giustizia al mondo. Occorre molto coraggio, c’è molta sofferenza a parlare di una storia del genere che si è vissuta, è come in un certo senso rivivere il trauma subito.

Dove si trovano le forze per recitare ogni volta la propria storia?
È una forza che ti viene da dentro. Quando non c’è la forza fisica perché sei stanco, perché hai paura, quello che subentra è la forza mentale, la forza di volontà, di sopravvivenza, la determinazione. A me personalmente viene dalla fede, che mi ha segnata sin da bambina; se hai una grande fede, un grande amore dentro di te, superi ogni paura. Se sei privo di questo, sei in preda a tutte le paure, a tutte le debolezze umane.

È possibile trovare Dio in questi episodi di dolore?
Sì, quando stai bene vivi di cose materiali, perché dovresti cercare Dio? Lo cerchi quando stai veramente male, e guai se quando stai male non credi in Dio, sei veramente disperato. Io credo proprio nella sostanza, rivedo e sento Dio nella natura, nei colori dell’alba, lo sento dentro di me, e questa è la mia forza. Ho un episodio che mi è successo qualche giorno fa, una cosa meravigliosa. Sin da bambina ho sempre avuto paura dei volatili, una paura tremenda. L’altro giorno ero in cucina e non mi ero accorta che era entrata una colomba bianca, di un candore meraviglioso. Piano piano si è rivolta verso di me e io l’ho presa in braccio. Nello stesso momento in cui lei mi si è avvicinata mi sono accorta che non era una cosa così usale, perché non ho avuto paura, ed è stata come una carezza molto particolare; credo che sia stato qualcosa di divino, di trascendentale, perché mi ha dato una serenità, una gioia che non dimenticherò mai. La sera prima avevo avuto una sofferenza molto profonda, e il giorno dopo ho avuto questo simbolo.

Credi che Dio ti abbia paradossalmente salvata con quell’episodio di violenza, che ti abbia fatto attraversare un’esperienza così dura per un bene maggiore?
Mi hai fatto una domanda bellissima e che nessuno mi ha mai fatto. Sicuramente sì, perché purtroppo è solo attraverso la sofferenza che si cresce, che riusciamo a raggiungere la felicità. È difficile che la consapevolezza della vera vita si comprenda in una vita futile, senza sofferenza, senza pensieri, senza meditazioni, senza capire la sofferenza degli altri. Dio mi ha salvata, io non avrei capito tante cose. Perché da quell’esperienza tutta la mia vita ha avuto un senso diverso, era il percorso pensato per me. Penso veramente che le sofferenze vengono affinché noi possiamo capire il vero senso della vita.

Spieghi nel cortometraggio che senti il bisogno di riscattare tutte quelle donne vittima di violenza. Come si può spezzare questa spirale di violenza?
Questo è il vero dramma della questione. In questo momento con il Covid tutto è amplificato, tutte queste donne che subiscono violenza sono terrorizzate a sentir parlare di restrizioni, di prigionia in casa; pensa a chi vive nel contesto di una casa condivisa con un compagno di cui ha paura, con cui deve stare zitta per non subire violenza verbale o fisica… è un’atrocità. Infatti, nel primo lockdown abbiamo assistito a diversi omicidi verso le donne. Purtroppo, è un problema di cui si parla da tanti anni ma non si è risolto nulla. Gli omicidi sono solo aumentati, si parla di quasi un omicidio al giorno verso le donne. Se non avviene un cambiamento a livello politico, a livello di legge, non cambierà nulla.

 Come identificare le situazioni di maltrattamento quando i comportamenti violenti sembrano “sottili”, subdoli?
I sintomi ci sono, in effetti, anche se subdoli, e dovremmo essere noi donne ad accorgercene. Quando dalle prime frasi ci sentiamo quasi offese, umiliate, dovremmo capire che la situazione non può andare avanti. Molte volte subentra la “sindrome da crocerossina”, che consiste nel dire: «Si è comportato così una volta, magari non lo farà più…». Questa è la cosa più sbagliata, perché quando un uomo ti offende una volta, alza le mani, lo farà sempre. Colui che ci ama veramente ci rispetta, il rispetto sta proprio nell’amare l’altra persona, e quindi essere attento a non ferirla, essere attento alla sensibilità della donna, della compagna. Questo è amore. E soprattutto l’amore non è possesso, ecco perché ho voluto fortemente intitolare il cortometraggio “Sei mia”. Mai dire “sei mia” a una donna, perché “sei mia” dà senso di possesso, e il possesso non è amore, il più alto senso di amore è lasciare libera una persona, di decidere, di scegliere. L’amore è sinonimo di rispetto, nel possesso non c’è rispetto; si può possedere un oggetto, non una donna, non un essere umano.

Infatti, sentirsi dire “sei mia” genera una specie di disagio…
Esatto, se ci fai caso c’è quasi un comune denominatore nel racconto di questi omicidi che è questo senso di possesso, frasi che si ripetono nelle storie, tipo “sei mia”, oppure gli insulti, quando le donne decidono di lasciare uomini estremamente possessivi e violenti. È quasi sempre lo stesso comportamento che il carnefice assume nei confronti della compagna. E una donna questo non lo deve permettere, perché si serra in una morsa dalla quale non si esce più.

Risulta difficile da gestire…
Infatti, non è facile perché quando si è innamorati c’è il sentimento; ecco perché penso che una propaganda di prevenzione sarebbe molto importante, perché questi segnali devono farci riflettere e farci capire che l’uomo che è vicino a noi non ci ama, tutt’altro. Sono dei pregiudizi culturali molto remoti radicati in noi, ci sono stati dei progressi, ma ci vorranno ancora tanti anni. Non dobbiamo mai desistere nella determinazione e nella perseveranza nel parlare di prevenzione, e così qualcosa nel tempo cambierà.

Come si possono educare oggi gli adolescenti nell’affettività, al rispetto e alla non violenza?
Andando nei loro luoghi: le scuole, le università, le associazioni sportive. Facendo propaganda nei social e parlando di prevenzione culturale, dell’atteggiamento di rispetto e di amore che bisogna avere verso le donne, e insegnando loro sin da piccole che per essere amate bisogna essere rispettate dal primo momento. Si devono educare i ragazzi alla non violenza, ma soprattutto interloquire con le loro famiglie, perché le prime educatrici siamo noi madri. Ho proposto un progetto di antiviolenza nel calcio, perché è lo sport più frequentato in Italia, frequentato molto dai ragazzi. Attraverso lo sport si potrebbe raggiungere veramente la pace, perché è una lingua universale. Prima di giocare in campo occorre insegnare ai ragazzi il rispetto verso i compagni di squadra, gli avversari, l’arbitro, il pubblico… si parla sempre di etica e di prevenzione della violenza, il calciatore deve essere educato nell’etica del comportamento.

Qual è il tuo prossimo progetto?
Un progetto a cui tengo tantissimo, tanto quanto tengo a “Sei mia”, come tematica sociale. Questa volta parlerò di un altro grande e grave problema, molto meno evidente all’apparenza: la depressione, che in questo periodo di Covid è sempre più presente. È un’ansia scaturita da problematiche vere, concrete. È una sceneggiatura scritta da me dove si parla di una donna depressa che supera piano piano questo stato di buio, di depressione e di ansia attraverso la natura e la fede in Dio. Come vedi la fede è una cosa sempre presente nella mia vita.

Con Annamaria abbiamo lanciato la campagna “Mai dire ‘sei mia’“, per sensibilizzare contro la violenza sulle donne. Puoi guardare il video per saperne di più e capire come aderire. Inoltre, lunedì 8 marzo, Giornata internazionale della donna, saremo in diretta con Annamaria Spina, alle h19, in un dialogo sull’alleanza uomo-donna. In questo lunedì di Città Nuova parleremo dell’educazione per una parità di genere affettiva ed effettiva, che porti ad un rimodellamento costruttivo della società. Interverranno Lucia Fronza Crepaz, formatrice della Scuola di preparazione sociale di Trento; Luigino Bruni, economista e docente presso l’Università Lumsa e l’Istituto Universitario Sophia; Ivo Lizzola, docente di Pedagogia sociale presso l’Università degli Studi di Bergamo; e Susy Zanardo, docente di Filosofia morale presso l’Università Europea di Roma.

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