Da pacifisti a pacificatori

Con una prima pagina quale di rado s’era vista, è uscito l’Osservatore Romano del 25 febbraio. Al centro campeggia una scritta cubitale che grida “mai al terrorismo” e “mai alla logica della guerra “. A sottolineare l’appello del papa rivolto a tutti i cattolici per una giornata di preghiera e digiuno per la pace in coincidenza col mercoledì delle ceneri. Quel “mai”, commenta l’organo vaticano, “appartiene a pieno titolo al magistero di pace di Giovanni Paolo II. Come vi appartiene il binomio “preghiera e digiuno”: risorse disarmate e potenti alle quali il cristiano attinge soprattutto quando sembrano definitivamente esaurirsi gli spazi della politica e della diplomazia”. In verità, mai erano state attivate tante iniziative diplomatiche dalla Santa Sede. Ultima la puntualizzazione di mons. Tauran, segretario vaticano per i rapporti con gli stati (in sostanza il ministro degli Esteri), che ha ribadito come tutto debba essere affrontato e deciso nel contesto delle Nazioni Unite, perché è vero che ogni stato ha il dovere di proteggere la libertà e la sicurezza dei propri cittadini, disarmando chi vuole uccidere, “ma una guerra unilaterale sarebbe un crimine contro la pace”, perché ingiustificata, sproporzionata e configurabile, secondo le norme che regolano l’Onu, in una guerra di oppressione. E il card. Sodano sottolinea che “una guerra preventiva non si trova finora nel vocabolario delle Nazioni Unite”. A questi chiarimenti, a questa “alzata di tono” nel precisare il perché di affermazioni così forti, corrisponde infatti una radicalizzazione degli opposti schieramenti internazionali. Questo vale in sede Onu, dove si fronteggiano la risoluzione proposta da Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna, pronti ad agire comunque, ed il memorandum francese, appoggiato da Germania, Russia e Cina, che propone nuove scadenze e programmi per facilitare il lavoro degli ispettori. E si ripropone sul teatro iracheno, dove da ambo le parti continuano i preparativi per lo scontro: afflusso di nuovi rinforzi e preparazione delle basi d’attacco anche in Turchia; rifiuto di Saddam di distruggere i missili dichiarati vietati dagli ispettori Onu. Realisticamente si deve riconoscere che la situazione si va facendo ogni giorno più grave. Eppure, anche se negli Stati Uniti Bush può ancora contare su un discreto consenso alla sua politica, in tutto il mondo la popolarità degli Usa di rado ha toccato livelli così bassi. I diplomatici stessi parlano del riaccendersi di un odio antiamericano che va montando in molti paesi, e che avrà comunque un alto peso in futuro. Non si è ancora spenta l’eco della grande manifestazione per la pace del 15 febbraio. Il suo successo ha stupito molti, penso gli stessi organizzatori. Anche facendo la tara ai numeri dichiarati, resta vero che non si erano mai viste da noi tante persone, soprattutto giovani di così diverse provenienze, con un unico sentire positivo che manteneva di fatto relegata ai margini la protesta violenta e scomposta. Penso che la componente cattolica presente, che ha raccolto attraverso numerose organizzazioni e movimenti l’invito del papa ad essere costruttori di pace, abbia contribuito non poco al successo, non solo numerico della manifestazione, ma al suo significato unitario e propositivo. Certo, non la si può collocare nel solco delle marce della pace degli anni della guerra fredda, quando un pacifismo ideologizzato sapeva guardare solo al di qua del muro, ignorando totalmente ciò accadeva dall’altra parte. Un vizio d’origine che è durato: non si sono viste molte manifestazioni contro Milosevic quando sterminava i kosovari, o per denunciare il massacro dei cristiani di Timor Est. C’è del nuovo, dunque in questa manifestazione, come da più parti viene riconosciuto. Ne parliamo più ampiamente nello “speciale” di questo stesso numero, con un intento non tanto celebrativo, ma con quello di trasformare una presa di posizione nell’impegno concreto e continuo a rivedere i nostri stessi comportamenti, ancora troppo spesso non improntati al dialogo, ma a un confronto così vivace da sconfinare nello scontro. E lasciare invece che sedimenti una coscienza sempre più evoluta, capace di plasmare non solo dei pacifisti, ma dei pacificatori.

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