Da Mozart a Donizetti

“Il flauto magico”. Bologna, Teatro Comunale. E lasciatemi divertire! Gioca il “bambino” Mozart, nell’ultimo anno di vita, con lo scintillio dell’ispirazione tra la metafora iniziatica di Pamina e Tamino e la giocondità terrestre di Papageno. Ma dove sta lui, Wolfgang, sublime equilibrista della musica? Lele Luzzati (scene), Santuzza Calì (costumi), Daniele Abbado (regia) pensano forse con Papageno, alimentando il lato naïf del Nostro con un mondo fantastico di animali, uccelli, cocchi volanti e creature astrali, in un crogiolo vitalistico dove bene e male si combattono, ma, come nelle favole (serie), vincerà il bene. Wolfgang, di suo, inventa una musica ilare, mai volgare (anche se Papageno- Mozart è volgare), luminosa nelle saette vocali della Regina come nel salmodiare di Sarastro, nelle dolcezze bianche del flauto come nella gravità dei tromboni. Tutto è gaio, il dolore è solo apparenza, il viaggio verso la luce (massonica, ma anche egizia e cristiana) è assicurato. Spettacolo di straordinario incanto e gioia di vivere. Il giapponese Kazushi Ono rende l’orchestra un tappeto soffice che “canta” italianamente, senza sbavature, umoristico negli strumentini, dolce negli accompagnamenti, naturale nelle dinamiche. Così che il cast, con la regia sapiente che prepara e commenta la musica senza perdere di verve, è a proprio agio: il levigato Tamino (Gunnar Gudbjornsson), la bella voce lirica di Pamina (Svetla Vassileva), la sicurissima e saettante Regina (Erika Miklosa), il pastoso Sarastro (Reinhard Dorn). Straordinario Papageno, in scena e in voce, il giovane Markus Werba, è il dinamismo in persona, frizzante come la sua musica, mai istrione. Con un Flauto così lieve fra sogno e voglia di felicità, che gioia suprema per il pubblico! “Lucia di Lammermoor”, di G.Donizetti. Roma, Teatro dell’Opera. Graham Vick (regia) e Paul Brown (scene, costumi) “antiromantici” in una Scozia plumbea, di “finestre” sceniche e lune desolate, con la loro stringatezza han finito per esaltare la romanticissima storia delle “bell’alme inamorate” Edgardo e Lucia, vittime di faide familiari e ricatti politicomorali. Così che Daniel Oren, frenando (sé stesso e Donizetti) e raggrumando in blocchi di brace ardente il tumulto passionale della vicenda, ha condotto la (magnifica) orchestra su quella dimensione oniricocontemplativa, quasi “orante”, ch’è l’altra faccia del capolavoro. Cioè il lato estatico, eterno, dell’amore, possibile solo in cielo. Si comprendono allora gli insistiti pianissimo e rallentando con cui il direttore stempera il “dramma tragico”, gli accenti “alati” richiesti al flauto (strumento dell’amor sublime) e all’oboe (il dolore terrestre), la cupezza misteriosa degli ottoni, il colore “celeste” dato ai violini primi. Si piange in quest’opera (anche noi corriamo il rischio) perché il pathos donizettiano è vero e l’impazzimento di Lucia è comprensibile da chi sappia cos’è l’amore; così da unirsi al pianissimo del corale religioso preverdiano “Oh, qual funesto” dove la tromba è commozione dell’umanità. Magnifica concertazione, da discorrerne a lungo (nonostante qualche incomprensibile taglio e qualche incertezza nel buca-palco). Cast all’altezza: Eva Mei disegna una Lucia aerea, vocalmente di classe, non esagitata, anche se lo spessore interpretativo è da approfondire; Fabio Sartori è un Edgardo sicuro e sciolto, ancor poco “scenico”; nobile e misurato, senza gigionismi il “cattivo” Enrico di Alberto Gazale e stupendo, in scena e in voce, il Ferrando di Enzo Capuano, dal timbro caldo e dolente, così donizettiano. Grazie alla sobrietà registica, ha trionfato la musica (cioè Oren e il cast). Successo grandioso. Nessuna meraviglia: dura da Napoli, la sera del 26 settembre 1835.

I più letti della settimana

Innamorati di Dio

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons