Costruttore di rapporti

Carlos Clarià: da Buenos Aires al mondo. Una vita per l'unità.
L’Argentina è un Paese di immigrazione, popolato da gente proveniente da nazioni di culture, lingue e tradizioni religiose diverse. «Da bambino – sono parole di Carlos Clarià, argentino di Buenos Aires – i miei più cari compagni di gioco erano ebrei. Più tardi, all’università, diversi studenti di maggiore sensibilità sociale hanno pensato di essere coerenti scegliendo una strada che non escludeva la violenza. Alcuni sono morti; altri, tra cui vari parenti molto vicini, sono scomparsi, desaparecidos».
Carlos soffre profondamente dello spacco che si è creato tra amici, compagni di lavoro e di università, persino tra parenti. «Eppure di fronte alle ingiustizie avevamo un comune sentire. Le ideologie contrapposte ci rendevano estranei, se non avversari, anche se nelle nostre vene scorreva lo stesso sangue. Sarebbe venuto il giorno in cui avremmo potuto iniziare ad avvicinarci?».
Sono gli inizi degli anni Sessanta quando Carlos all’età di 23 anni si imbatte in alcuni “emigrati speciali” che vengono dall’Italia, portando uno spirito nuovo di comunione tra gli uomini. Sono focolarini e focolarine che per primi hanno attraversato l’oceano per stabilirsi in quelle terre.
«Conoscendoli – continua nel suo racconto –, ho intuito che si apriva una strada per costruire qualcosa di nuovo, assieme a tutti, senza esclusioni. Negli anni successivi, quest’intuizione mi si è confermata: si è aperta una strada non priva di difficoltà». Ciò che maggiormente lo sorprende è vedere come attorno a loro si vada formando una collettività, pur piccola, di persone le più varie, che riescono a stabilire tra loro rapporti nuovi, fraterni. Un fatto insolito per lui che, come tutti i giovani argentini della sua generazione, vive sulla sua pelle le ferite e le contraddizioni di una società profondamente ingiusta, che tollera il privilegio di pochi a scapito del sottosviluppo di molti.
La realtà, l’esperienza a cui Carlos allude, è il dialogo aperto nel Movimento dei focolari con persone che hanno concezioni diverse in materia di religione. Lo si definiva tempo addietro – semplificandolo forse un po’ troppo – il dialogo tra credenti e non credenti. Una definizione tutto sommato sommaria in società sempre più multiculturali e multireligiose.
Un dialogo impegnativo, certamente; ma tanto più urgente oggi. «Se, infatti, da una parte – sono ancora sue parole – il crollo delle ideologie può far temere che rimanga spazio solo per il nichilismo, o perlomeno per un relativismo totale, nello stesso tempo questo vuoto mette in evidenza il bisogno di ritrovare la centralità dell’uomo, della sua dignità, rimessa come punto di riferimento essenziale per ogni possibile vita sociale».
Su questo comune terreno sin dagli inizi del movimento furono allacciati contatti con persone non credenti o indifferenti alla religione. Dal 1983, poi, questi contatti divennero regolari. Si organizzarono via via scuole per formare a questo dialogo, si fecero convegni sulle più varie tematiche col contributo di tanti amici di convinzioni non religiose. E, dappertutto nel mondo, sorsero “Gruppi del dialogo” con queste persone.
Carlos contribuì in maniera determinante alla formazione e agli sviluppi di tale vitale scambio, che pone alla base la reciprocità.Ma cosa significa per un non credente dialogare con chi crede?
Piero Taiti è medico, e si è recato di recente con un gruppo di colleghi a Fontem, la prima cittadella dei Focolari in terra africana. Così sintetizza la sua esperienza, ormai pluriennale, del cammino intrapreso: «Ho scritto al movimento dopo la morte di Chiara: con lei ci siamo sentiti non ospiti sopportati, ma presenze accettate con rispetto e sollecitate nell’amore, diciamo così, non coartate. Abbiamo potuto parlare con libertà e schiettezza a tutto campo, veramente fra fratelli. Noi non abbiamo parlato con qualcuno che aveva in mente tutti le risposte di verità a tutti i problemi del mondo; e se anche aveva certamente le sue risposte, ha accettato di parlarne con noi, con fondamentale, vicendevole rispetto e ascolto. Ci rendiamo conto sempre di più che la stessa possibilità del dialogo è stata resa perseguibile da Chiara, non al di là, ma proprio dentro la sua osservanza radicale alla Parola, in cui molti si sono ritrovati anche senza la stessa fede. Abbiamo partecipato in qualche maniera, senza sciocchi sincretismi, ad una ecclesìa più vasta, potenzialmente contenente l’intera umanità, senza confini di geografie, di religioni e di culture diverse».
Alla notizia della morte di Carlos, avvenuta il 9 maggio scorso, innumerevoli sono i messaggi pervenuti da tutto da tutto il mondo, specie da parte degli “Amici del dialogo”. Indirizzandosi direttamente a Carlos, scrive Tino Labate di Cuneo, tra i primi e più convinti impegnati in questa esperienza: «Caro amico, il tratto di strada che abbiamo fatto insieme, quando eri responsabile del nostro dialogo, è stato un momento importante per tutti. Rammento quando ci dicesti, con le parole di un poeta, che noi andavamo avanti in un sentiero che non c’era, il sentiero lo facevamo noi camminando. Superate le iniziali inevitabili diffidenze, ben presto ci fidammo gli uni degli altri e il cammino in quel sentiero divenne sempre più agevole».
Una vita operosissima
Secondogenito di 17 figli di una famiglia della società-bene, Carlos Clarià si laurea in giurisprudenza nel 1963, a 23 anni. Un anno importante per lui, che segna l’avvio verso una professione che gli piace e per la quale si è preparato con grande senso di responsabilità e, non ultimo nella scala dei suoi progetti, arrivano i preparativi del matrimonio con Marta. Si sono conosciuti giovanissimi, e il loro rapporto nel tempo è cresciuto e si è fortificato. Tanto che Marta – nella tribù dei fratelli e sorelle Clarià – era considerata la diciottesima.
Nel 1963 conosce nella sua città i Focolari, e con lui i fratelli Arturo, Gustavo, Marcelo. Marta stessa conosce in questo periodo Lia Brunet e altre focolarine, ed ha la possibilità di passare un periodo con loro. Carlos, invece, accoglie l’invito di trascorrere alcuni mesi in Italia, a Loppiano, tra i colli del Valdarno, dove sta sorgendo la prima cittadella del movimento. Arriva anche Marta, qualche mese dopo il fidanzato. Vogliono prepararsi lì al matrimonio.
Man mano che nei due giovani si approfondisce la conoscenza e l’esperienza della vita nella cittadella, avvertono che Dio vuole qualcosa d’altro da loro. Finché ciascuno dice il suo “sì” personale a lui nella via del focolare.
È veramente impossibile raccontare, se non per accenni, le vicende dell’operosissima vita di Carlos. Dopo Loppiano, va per circa dieci anni in Spagna, dove il movimento è agli inizi. Poi Chiara gli affida la parte giovanile, i gen, in pieno rigoglio. Li seguirà per diciotto anni con grande amore, aiutandoli ad incarnare nella loro vita e nell’impegno sociale e civile le linee ideali. E ancora: il lavoro al dialogo con gli amici di convinzioni non religiose. Carlos senza riserve fa da apripista in un cammino pieno di incognite, ma indubbiamente ricco di sorprese. Infine, il delicato lavoro con Maria Voce, attuale presidente dei Focolari, alla revisione ultima degli Statuti aggiornati secondo le indicazioni della fondatrice.

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