Costruire l’anima di una comunità

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Èin una gelida domenica di fine febbraio che Montecchio accoglie i suoi ospiti con un fondale curioso: in un telo di iuta povero si innesta una lingua nera, che si apre poi su uno sfondo rosso fuoco, il colore dell’unità. È il luogo di un convegno su cui si diffondono festose le musiche del Gen Arcobaleno, una formazione artistica che raccoglie alcuni giovani del Veneto. A colpo d’occhio si registra un’insolita presenza di più etnie, con gli evidenti simboli dell’appartenenza alle diverse religioni. Il titolo dell’evento, Dialogo, radice di pace per la nostra comunità, anticipa un programma, il progetto futuro e le speranze di molti uomini: ad organizzarlo sono l’amministrazione comunale di Montecchio Maggiore e il Movimento dei focolari, a cui hanno aderito altre 18 realtà territoriali, religiose e sociali. Duemila i partecipanti. Nel suo benvenuto, il sindaco di Montecchio, Maurizio Scalabrin, sottolinea quanto sia più facile lavorare per una qualità della vita della propria comunità, costruendo ad esempio un parco o una struttura, e quanto sia invece più difficile collaborare a costruire l’anima di una popolazione, promovendo rapporti corretti, pacifici e solidali, di valore. L’impatto è coinvolgente soprattutto quando le prime note del dibattito scandiscono attraverso la voce dell’imam, a nome di tutti, la preghiera per la guarigione di Giovanni Paolo II e per la liberazione di Giuliana Sgrena. Moderatore del dibattito è Giuseppe Milan, ordinario di pedagogia interculturale dell’Università di Padova, che coinvolge tre relatori: il rabbino capo di Padova, Rav Ahron Locci, il presidente del Consiglio islamico di Vicenza, imam Kamel Layachi, e mons. Giuseppe Dal Ferro, presidente della Commissione per il dialogo interreligioso della diocesi. Altri inattesi protagonisti, in iterazione continua con la zona-relatori, sono i bambini: testoline bionde che, ciuccio a penzoloni, giocano con gli abiti colorati di signori seriosi e comunque divertiti, dai capelli scurissimi e gli occhi d’ebano. Bambini dai folti riccioli neri che si rivedono proiettati sul maxi-schermo mentre succhiano il loro ennesimo biberon decisamente multiculturale. Appassionati gli interventi che sottolineano la responsabilità di tutti gli uomini. Per il rabbino è necessario passare dalla cultura del diritto alla cultura del dovere per realizzare la pace. Alla fine verrà chiesto a ogni uomo non se è stato un buon ebreo, o musulmano o cristiano, ma se è stato un buon essere umano. L’imam Kamel Layachi ricorda che dobbiamo considerare che il pianeta ci è dato in prestito dai figli futuri e perciò dobbiamo essere tesi al bene e alla verità, costruendo fiducia e dialogo, partendo dalla scuola, educandoci al rispetto e alla cittadinanza. Gli stranieri chiedono di essere considerati meno lavoratori e più cittadini. Mons. Giuseppe Dal Ferro propone efficacemente un percorso che superi il concetto di tolleranza, per vivere di stima reciproca un rapporto di comunione sulle verità che il diverso porta per un arricchimento reciproco. Solo allora, vincendo la paura, sarà possibile la conversione del cuore, l’esperienza dell’empatia e del perdono. Mentre parallelamente si svolgono attività per i bambini e i ragazzi, che testimonieranno al termine del convegno, con una loro performance coreografica, le attese e il cammino dei ragazzi per l’unità dei popoli, gli adulti presenti al polisportivo sono coinvolti in una stimolante attesa. Le esperienze raccontate da Maria Segato di Montebello Vicentino, entusiasta insegnante di lingua italiana per adulti stranieri nel suo comune, e da Khan Md Arif, immigrato nove anni fa in Italia dal Bangladesh, permettono ai presenti di costatare che il futuro prospettato nel convegno è già una realtà attuata nell’accoglienza, nella reciproca valorizzazione e generosità. Quando a Maria fu chiesto anni fa di supplire l’insegnante di italiano presso un corso per stranieri adulti di cui faceva parte anche Arif, la sua risposta fu positiva, nonostante le difficoltà pratiche di spostamento, dovute ad impedimenti fisici. Opportunamente perciò l’insegnante chiese di spostare il corso a casa propria, favorendo ancor di più un clima amichevole e aperto. Al racconto della difficoltà incontrata da Arif e altri allievi nel trovare una nuova sistemazione, perché sfrattati, fu comprensibile la reazione immediata di condivisione del disagio, vista la stima reciproca che si era instaurata. La diversità già si era trasformata in arricchimento delle verità umane portate da ciascuno di loro e in solidarietà attiva. Dopo molti insuccessi e delusioni, l’alloggio fu trovato a casa di alcuni amici di Maria, Riccardo Nenz e sua moglie, inferma e non autonoma. Molti amici del Movimento dei focolari, a cui fanno riferimento i tre italiani, si attivarono per la sistemazione dell’alloggio per i nuovi amici stranieri, con le loro esigenze e secondo le loro tradizioni culturali, compresa una cucina autonoma e funzionante che ha permesso loro di preparare i pasti nel rispetto delle pratiche della religione musulmana. I rapporti si fecero sempre più improntati al dialogo e alla condivisione delle reciproche necessità, fino ad aprire la comunicazione sulle scelte umane e religiose di entrambe le realtà. Arif, in particolare, ha condiviso con i nuovi amici italiani la sua esperienza di studente lavoratore, di sindacalista, nel ricordo di quanto visto fare dal padre, che si era sempre prodigato, in Bangladesh, per i più sfortunati e abbandonati. Tutta questa realtà di comunione e di attenzione all’altro, ha portato Arif a frequentare alcuni incontri dei Focolari, riportandone una sensazione di stupore e di felice scoperta per quella realtà interetnica che permette a persone così diverse di condividere l’umanità e l’esperienza religiosa. Sono le premesse di questo convegno. Infatti Arif fra l’altro coinvolge con le sue proposte per la costruzione di un mondo più unito la realtà politico- amministrativa di Montecchio Maggiore, chiedendo al focolare l’appoggio per realizzare l’unità, anche organizzativamente. Il popolo del convegno, dopo questo momento particolarmente significativo, assiste in video alla trasmissione di un contributo di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, tenuto a Londra nel 2004. Ricorda come anche sant’Agostino ebbe a tranquillizzare i suoi contemporanei, spaventati per la grande mobilitazione di popoli, sostenendo che era l’inizio di un mondo nuovo… E se è vero che la regola d’oro di ben 40 religioni è fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te, ha anche sottolineato che l’amore evangelico chiede di amare tutti, per primi e attraverso il dialogo. Palpabile il clima di serenità che caratterizza il convegno, attraversato anche da alcuni contributi artistici multiculturali e dalla presenza di numerosi bambini, di diverse razze: forse che gattonare allegramente insieme per il polisportivo possa essere interpretato come una prima empatica esperienza di condivisione? Loro sono il futuro, l’oggetto della nostra cura, i depositari della pace che vorremo garantire attraverso la coerenza, la fatica e la gioia di vivere l’unità. Loro, i bambini, così diversi e così uguali.

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