Il coraggio di parlare, ascoltare, agire

Mi verrebbe da proporre un test per interrogarci su come ci poniamo di fronte a situazioni difficili... L'articolo è pubblicato sul numero di luglio di Città Nuova
Coraggio
Foto LaPresse/Sara Sonnessa

Ci sono situazioni nella vita sociale, familiare, comunitaria, lavorativa nelle quali può rendersi necessario affrontare delle difficoltà, analizzare situazioni di pericolo, individuare soluzioni. Intervenire, possibilmente, prima che sia troppo tardi, qualità, questa, che purtroppo nel nostro Paese è per lo più rara. E non solo perché, in genere, diamo il meglio nelle emergenze; ma anche perché un certo torpore avvolge le coscienze di chi dovrebbe agire in tempo utile. 

Sconcerta, evidentemente, quanto successo con l’alluvione in Emilia Romagna di recente. Colpa del clima che abbiamo fatto impazzire, senz’altro, ma quanto di umano c’è nel disastro che ne è conseguito? Qualcuno riportava un confronto con quanto successo nel nordest dell’Italia nel 2018 con la tempesta Vaia che abbatté una quantità enorme di boschi. I millimetri di acqua caduti in poche ore, in quell’occasione, furono più del doppio di quelli precipitati in Emilia Romagna, eppure il territorio tenne meglio grazie alle opere anti-alluvionali realizzate precedentemente. Fra queste i bacini di laminazione dove convogliare le acque in eccesso dei fiumi. 

Altro fatto sconcertante: la frase choc, riportata di recente dai giornali, di uno dei dirigenti della società che controllava Autostrade nel tratto del ponte Morandi. Avrebbe dovuto denunciare l’imminente rischio crollo, ma non lo fece. «Forse temevo il posto di lavoro», ha commentato ai giornalisti increduli. 

Increduli e sbigottiti siamo anche noi di fronte a comportamenti di questo genere di cui potremmo riportare una lunga serie di esempi. Ma non crediamoci diversi. Il rischio di comportarci ora come l’uno, ora come l’altro, lo corriamo anche noi nel nostro piccolo. 

Mi verrebbe da proporre un test per interrogarci su come ci poniamo di fronte a situazioni difficili. Ho individuato tre categorie di persone. Quella di chi non si accorge di nulla; quella di chi vede, ma non parla; quella di chi vede e parla. I primi assomigliano a una sorta di marziani che vivono su un altro pianeta; i secondi li definirei, semplicemente, codardi; i terzi, manco a dirlo, sono coraggiosi, pronti a rischiare di essere considerati profeti di sventura e magari ostacolati, insomma a pagare di persona. 

C’è poi, l’altra parte, cioè quella di chi deve ascoltare, dare credito, dare seguito, agire. È fondamentale e fa la differenza. 

Auguri. Arrivederci al prossimo numero, l’ultimo che firmerò da direttrice! 

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