Cop 28, quali sfide per l’Italia? Intervista a Grammenos Mastrojeni

La conferenza Onu di Dubai sui cambiamenti climatici ha bisogno di un dialogo libero da pregiudizi. La questione del clima deve unire e l’Italia ha tante risorse per volare alto imparando dalla lezione del Nobel Carlo Parisi sulla sostenibilità. Dialogo con Grammenos Mastrojeni, diplomatico ed esperto di ambiente  
Attivisti contro le fonti fossili alla Cop 28 di Dubai (AP Photo/Rafiq Maqbool)

Secondo molti osservatori la ventottesima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 28) si è presentata fin dall’inizio, nella sontuosa sede degli Emirati Arabi Uniti, come una riunione popolata da troppi lobbisti delle fonti fossili e quindi votata al fallimento. È davvero così? Abbiamo sentito Grammenos Mastrojeni che si trova a Dubai. Diplomatico ed esperto di ambiente, Mastrojeni è segretario generale aggiunto dell’Unione per il Mediterraneo, cioè dell’importante istituzione intergovernativa che unisce i Paesi dell’Unione europea (Unione) e 15 Paesi delle sponde meridionali e orientali del Mediterraneo, con l’obiettivo di promuovere il dialogo e la cooperazione.

Mastrojeni è autore di diversi testi scientifici e divulgativi. Nel 2023 Città Nuova ha pubblicato il suo libro intitolato “Vola Italia. Una transizione per rendere l’Italia il Paese a più alta concentrazione mondiale di risorse”.

Come stanno andando i lavori della Cop 28 che termineranno il 12 dicembre? Esiste qualche segnale positivo?
In questo tipo di incontri c’è sempre stato un gioco di parti con interessi apparentemente opposti. Quest’anno non è diverso dagli altri, se non perché il presidente della Cop è un petroliere. Sul piano spicciolo, questa Cop – con tutta l’influenza della sua presidenza e del settore energetico – anzitutto sta spingendo notevoli progressi su tutto quanto non riguarda l’energia, specialmente il sostegno ai Paesi più poveri (loss and damage) e l’importantissimo capitolo dei “nature based approaches”, ovvero rimediare ai disastri rivitalizzando l’ecosistema invece di dare per morte le sue funzioni e sostituirle con dei surrogati tecnologici. In pratica, grande sostegno a chi, in caso di siccità, propone di far rinascere la foresta che prima raccoglieva l’acqua invece di trivellare fino a 500 metri di profondità. Ma il sospetto è che tutti questi annunci positivi servano a compensare posizioni ovviamente di retroguardia sulle energie fossili.

 Un sospetto fondato?
Può darsi, ma non si può fare un processo alle intenzioni e quando si negozia è primordiale guardare le cose anche con gli occhi dell’altro. Se un emiratino – come ha fatto il presidente della Cop 28 – afferma che senza fossili si torna all’età della pietra… caliamoci nei suoi panni, del popolo che prima di scoprire il petrolio strappava a fatica qualcosa per vivere con agricoltura e pastorizia desertica. E soprattutto, dobbiamo decidere cosa è più utile: dire al settore fossile “siete brutti e cattivi e con voi non parlo” o riconoscere che hanno un grande potere di intervento, che stanno diversificando le loro attività e dirgli “non mi piace quello che fate, ma noto gli sforzi di innovazione; come possiamo accelerarli tutti assieme?”.

Si ripete nelle assise dei governi che la transizione ecologica non può essere ideologica. Cosa vuol dire concretamente questa affermazione nella prassi delle decisioni politiche ?
Sembra la banalità del secolo, ovvero che una questione del genere si deve decidere dati alla mano e sulla base della scienza. In realtà riflette aspetti più complessi: difendere l’ecosistema significa sintonizzarsi sulla sua complessità interna e propria al rapporto natura-umanità; se si comprendono obbiettivamente le cascate di correlazioni si snidano molti ideologismi all’apparenza indiscutibili ma del tutto disfunzionali, anche nel campo dei difensori della natura.

Può fare un esempio?
Certo. Abbiamo già assistito a un entusiastico appoggio ai bio-combustibili: se si bruciano piante fossilizzate che si sono trasformate in petrolio si ha un’immissione netta di CO2 nell’atmosfera; se invece si bruciano piante che sono state coltivate adesso e poi trasformate in combustibile la CO2 immessa è compensata da quella assorbita con la crescita di quelle piante. Giustificato entusiasmo quindi ma… bisogna guardare al sistema con un approccio obbiettivo. Il successo dei biocombustibili ha sottratto molte terre alla produzione di cibo, cosa che poi ha concorso a un forte aumento dei prezzi degli alimenti nel 2010, che poi è stato un fattore scatenante delle Primavere Arabe, che poi hanno portato a emettere – se vogliamo parlare solo di CO2 – molto di più di quello che si è risparmiato al costo di fame e conflitti. È più ristretto, ma è un monito imparentato con la raccomandazione di papa Francesco a superare il “paradigma tecnocratico” al cuore della Laudato Sì… si può essere ideologici nella tecnocrazia.

Il papa, nel suo messaggio, ha detto in sostanza che occorre disarmare l’economia per investire nella conversione ecologica integrale. Quali sono le scelte da compiere in Italia per seguire questo criterio di azione?
Quelle esemplificate nella risposta precedente. Guardare all’“ecosistema Italia” in tutte le sue correlazioni e quindi con una metodologia sostenibile. Sostenibilità è la disciplina che ha valso a Giorgio Parisi il premio Nobel – cioè la system dynamics – applicata allo sviluppo o, in parole povere, smettere di calcolare costi, rischi e risultati di ogni decisione solo all’interno del suo settore e allargare invece il calcolo a tutte le catene di conseguenze che si fanno partire nell’intero sistema. Scopriremmo così ad esempio che un’acciaieria che decide di sbarazzarsi dei costi di tutela della salute degli abitanti sembra furba ma in realtà semina le ragioni del suo fallimento. A esaminare le correlazioni profonde dell’“ecosistema Italia” si individuano pochi nodi basilari da sciogliere che spigionano straordinarie e insospettabili catene di co-benefici, che addirittura potrebbero risolvere la radice di gran parte dei nostri guai.

Anche in questo caso le chiedo un esempio…
Eccone uno: scommettiamo che a puntare sui valori come equità, inclusione e salute ci ritroviamo con la demografia corretta, un mercato immobiliare che ridà ai giovani la speranza di avere una casa, spesa e prelievo fiscali molto alleggeriti, rafforzamento della legalità e persino riequilibrio del debito pubblico? Dobbiamo fare il contrario dei biocombustibili – quelli dell’entusiasmo iniziale indiscriminato, poi certe cose si sono capite – e possiamo scatenare una nuova Italia capace di volare democraticamente. Volare in stormo coeso, come quelli che abbelliscono di straordinarie figure i cieli romani al tramonto, per il bene di tutti a cui non si deve per nulla sacrificare l’interesse individuale; come gli stormi armonici di cui Parisi ha compreso il democratico meccanismo di coordinamento.

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