Conoscenza e comunione

Quando noi diciamo: Si conosce di più quanto più si è spiritualmente uniti agli altri , esplicitiamo una verità insita nella costituzione stessa del nostro essere e della nostra conoscenza. È appunto nel rapporto fra l’essere- in-esistenza con gli altri e l’auto-conoscersi d’essere-in-esistenza con gli altri, che si trova la verità dell’essere. Se la conoscenza nella comunità può diventare e diventa una vera conoscenza del reale e non una conoscenza astratta, è precisamente perché noi siamo inscindibilmente uniti, anche senza esserne coscienti: questo è il nostro essere, l’esistenza nostra. Il fatto che io possa – e debba – lasciar completare dagli altri la mia verità, non è altro che un’esperienza fenomenologica di ciò che essenzialmente avviene in qualsiasi atto, in qualunque momento, anche se gli altri non parlano, proprio perché sono sempre presenti con la loro esistenza. È per questo che io conosco di più quanto più la mia esistenza è esistenza-con-gli-altri, dono-aglialtri. Conosco di più quanto più sono esistenzialmente unito agli altri: conosco di più quanto più sono umanità. Ma se la conoscenza intersoggettiva è un atto innato, è anche vero che essa è allo stesso tempo una conquista: quanto più la nostra conoscenza si baserà esplicitamente sulla comunione, tanto più diventerà vera conoscenza, perché ci poniamo nelle condizioni ottimali per attingere la realtà e conoscerla così come è. Noi non potremmo conoscere da soli nemmeno se ce lo proponessimo. E quando pretendiamo di farlo, ci limitiamo ad una pseudo- conoscenza, perché ci stiamo tagliando fuori dalla realtà, dalla verità, dall’essere. Conosciamo meglio ed esprimiamo meglio la nostra conoscenza quanto più c’è colloquio vero, comunione, rapporto d’amore con altre persone. E in questo caso raggiungiamo una conoscenza che ci colma, che ci dà gioia, proprio perché abbiamo posto dinamicamente il nostro essere in un atteggiamento che corrisponde all’essere reale, se è vero che noi siamo uniti e distinti in virtù del nostro stesso essere. L’angoscia proviene, invece, dallo strazio fra l’essere naturalmente uniti con gli altri ed il trovarci tagliati, o tagliarci, con la nostra vita e con la nostra conoscenza, dagli altri. In altre parole, l’angoscia è la percezione profonda di non essere quello che in effetti siamo, mentre la serena gioiosità è la corrispondenza di noi a quello che realmente siamo. La storia dell’umanità, dal punto di vista della conoscenza, si potrebbe dividere, a mio parere, in tre grandi periodi. Il primo stadio è quello della conoscenza mitica. Non che non ci sia sotto i miti il reale, perché quelle forme erano già espressione di una percezione dell’essere, esprimevano tante verità: ma il pensare era ancora tutto sciolto nell’immagine. Con il nascere della filosofia in Grecia si passa allo stadio della conoscenza affacciata nel razionale. Ma questa razionalità ha avuto nei suoi inizi e ha mantenuto nel suo sviluppo una connotazione fondamentalmente individualistica, anche se mai si è perduta la consapevolezza della comunione come dilatazione del pensare: e questo è stato evidenziato soprattutto dal pensiero cristiano, dal pensarenella- fede. L’atto del pensare, di fatto, restava, sempre, fondamentalmente, un atto mio, dove l’alterità entrava dall’esterno, non era costitutiva dell’atto stesso. E questi due elementi – l’individuale e il comunionale -, non risolti, segnano il cammino del pensare nell’Occidente europeo nelle sue varie forme. Oggi, a mio parere, stiamo andando incontro ad una terza fase dell’umanità, cominciando dall’Occidente: quella cioè dell’approfondimento a tutti i livelli della conoscenza collettiva. Si entra in un nuovo tipo di storia del pensiero, che è quello della conoscenza pienamente e consapevolmente inter-soggettiva. Questa scoperta del collettivo non deve però trarre in inganno, perché significa allo stesso tempo una scoperta approfondita del personale nella sua individualità. Questo, mi sembra, è l’oggi. Assieme ad una nuova coscienza della conoscenza intersoggettiva si va approfondendo in noi la conoscenza stessa dell’individuo, dell’introspezione soggettiva, proprio perché è una legge dell’umanità che quanto più si prende coscienza del nostro essere-collettivo tanto più ci si personalizza. Di fatto, l’aspetto intersoggettivo, che ha attraversato la storia del pensiero sotto varie forme, adesso viene scoperto nella sua profondità metafisica, come coincidente cioè con l’essere stesso.

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