Comunità, tra Stato e mercati

Il dibattito socio-economico segnala  le comunità locali come antidoto  alla disperazione e al malcontento

Gli economisti hanno in genere dimenticato la comunità, concentrandosi sul rapporto tra Stato e mercati, lasciando ad altri le drammatiche questioni sociali. In realtà tutta l’economia è socioeconomica. I mercati vivono di rapporti umani, norme e valori. Bisogna pertanto ripensare alla relazione tra mercati e società civile.

Oggi la perdita di senso di appartenenza alle comunità locali di chi vive nei “non luoghi” delle periferie tutte uguali, e la conseguente ascesa del populismo nazionalista, rappresentano una questione globale fondamentale. Mentre il mondo diventa sempre più cosmopolita, sembra strano che la soluzione al problema sia «aprirsi a ciò che è vicino, ovvero la comunità, invece che a ciò che è lontano» (Robert Shiller, premio Nobel per l’economia).

Amartya Sen, altro premio Nobel, ci segnala il testo di RaghuramRajan, Il terzo pilastro. La comunità dimenticata tra Stato e mercati (Bocconi Editore, 2019): «Un’analisi incredibilmente acuta degli svantaggi che derivano dal trascurare il ruolo cruciale della comunità per concentrarsi troppo sull’efficacia percepita dei mercati e dello Stato…. Occorre rimediare urgentemente a tale disequilibrio».

Dobbiamo capire bene le cause dell’attuale reazione populista contro la globalizzazione. Le tre colonne portanti della società sono la comunità in cui viviamo, i mercati e lo Stato. Esse interagiscono tra loro. Le reciproche relazioni stanno iniziando a guastarsi per impulso del cosiddetto “turbocapitalismo finanziario” (Luciano Gallino). Come possiamo costruire una situazione più stabile, generativa e sicura per il XXI secolo? Questo è il punto centrale dell’economia e della politica.

Nel corso della storia, il passaggio a una nuova fase tecnologica ha sempre strappato il mercato dalle vecchie reti di legami sociali, generando reazioni violente che oggi definiamo “populismo”. Il nuovo equilibrio si costruisce in modo violento e confuso, anche a causa di errori, come osserviamo oggi. Crescono i mercati e gli Stati, il potere economico si concentra in “hub centrali” come Londra, Milano, Silicon Valley, Shanghai, gettando le periferie nella crisi e nell’abbandono. È possibile una alternativa? È possibile ripensare il rapporto tra società civile e mercato? Sì.

Occorre rafforzare il potere e la vitalità delle comunità locali. Questa è la medicina per chi vive nella disperazione, nel risentimento, nell’ordine, nell’odio. Se la base della comunità assumerà il controllo del processo decisionale, la democrazia si salverà pur vacillando. Il “terzo pilastro” ci salverà attraverso un cambiamento radicale nei nostri stili di vita.

Le comunità locali possono colmare il vuoto lasciato dallo Stato sia per la formazione di valori e competenze per affrontare il mercato, sia per prenderci cura di persone abbandonate dallo Stato. I sindacati devono tutelare nuovi tipi di lavoro, i lavoretti della gig economy. Società e comunità devono adattarsi al cambiamento tecnologico. La mancanza di questo mutamento genera ansia, paura del futuro e risentimento verso l’élite. Il settore no profit, il volontariato, il Terzo Settore sono parte del terzo pilastro insieme a famiglie, parrocchie, amministratori comunali. Le piccole aziende devono fondersi nei distretti industriali. “Piccolo è bello” non è sempre vero. Si chiama nanismo. Le piccole aziende, superando l’individualismo e la frammentazione corporativa, devono entrare in reti più grandi per sopravvivere nella competizione internazionale. Così possono trovare la dimensione giusta nel proprio settore, restando vicine alle comunità, ma adattandosi alla tecnologia e alla competizione.

La comunità è una realtà. Economisti considerati freddi e cinici sono chiamati a collaborare con sociologi, urbanisti e antropologi per rafforzare il terzo pilastro. In conclusione, si tratta di realizzare un difficile equilibrio tra democrazia e mercato. L’ordine internazionale e il sistema di regole e istituzioni sono in affanno. Le democrazie sembrano essere quelle che se la passano peggio. Cresce la disaffezione dell’opinione pubblica nei confronti delle liberaldemocrazie. Manifestazioni di protesta e insoddisfazione rischiano di sfociare in una defezione nei confronti della democrazia.

Il terzo pilastro può consentire di uscire dal “trilemma di Rodrik”, che esprime l’incompatibilità tra iper-globalizzazione, sovranità nazionale e democrazia. È possibile un nuovo equilibrio tra democrazia e mercato se la comunità locale torna al centro della politica. Il presidente della Repubblica Mattarella, nel messaggio di fine anno ha affermato: «Sentirsi comunità significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese».

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