Comuni sciolti per mafia, al voto a settembre

Nelle amministrative d’autunno andranno al voto anche alcuni comuni sciolti per infiltrazioni mafiose in Calabria, Campania, Puglia, Sicilia. Intanto alla Camera si lavora per la proposta di riforma del testo della legge 267 del 2000 che regola gli scioglimenti. In Calabria, le proposte dell’ex sindaco di Marina di Gioiosa Ionica, Domenico Vestito
elezioni LaPresse - Andrea Panegrossi

Sono 345 i comuni sciolti per mafia dal 1991 ad oggi. Da quando è stata approvata la legge che dà allo Stato la possibilità di intervenire per stroncare in maniera drastica le infiltrazioni della criminalità negli enti locali, molti comuni sono stati sottoposti a verifiche da parte di commissioni prefettizie e, al termine, spesso, si è proceduto allo scioglimento.

Il maggior numero di scioglimenti si concentra nelle regioni del Sud: in alcuni casi, addirittura, il dato percentuale è eclatante.

I dati di OpenPolis, risalenti al marzo scorso, raccontano che, in 29 anni, sono stati sciolti 121 comuni in Calabria, 110 in Campania, 83 in Sicilia. Il dato assume un valore forte, specie considerato che la Calabria non è una delle regioni più popolose.

Altre regioni sono state colpite dai provvedimenti con 19 casi in Puglia, 3 in Piemonte e Liguria, due in Lazio e Basilicata, solo uno in Emilia Romagna, Lombardia, Valle d’Aosta.

Le prossime elezioni amministrative sono state fissate per il 20-21 settembre (data unica anche per le regionali e per il referendum per il taglio del numero parlamentari). In Sicilia si voterà invece il 4-5 ottobre. E le elezioni amministrative vedranno la possibilità di rinnovare gli organi elettivi anche in alcuni comuni commissariati, sia per motivi amministrativi (dimissioni, sfiducia, decesso del sindaco, dichiarazione di ineleggibilità), sia a causa di uno scioglimento per infiltrazioni mafiose.

In Calabria andranno al voto 71 comuni: tra questi ci sono alcuni comuni sciolti per vari motivi e sette comuni reduci da un commissariamento per infiltrazioni mafiose. Si tratta di: Cirò Marina, Strongoli, in provincia di Crotone, Platì e Scilla, in provincia di Reggio Calabria, Briatico, San Gregorio d’Ippona e Limbadi in provincia di Vibo Valentia. Cirò Marina ha 15.000 abitanti, gli altri sono centri più piccoli. Due sono i comuni capoluoghi: Crotone e Reggio Calabria.

In Campania andranno al voto 81 comuni. Tre tra questi erano stati sciolti per mafia: si tratta di Caivano, Calvizzano e San Gennaro Vesuviano, tutti in provincia di Napoli. Caivano, con quasi 37.000 abitanti, è il centro più rappresentativo.

In Puglia si andrà al voto in 40 comuni: due sono comuni capoluogo: Andria e Trani. Al voto anche Mattinata, in provincia di Foggia e Manduria, in provincia di Taranto, che erano stati sciolti per infiltrazioni mafiose. Manduria ha 31.000 abitanti.

In Sicilia si andrà al voto in 62 comuni (810.000 abitanti). Tra questi, vi sono 52 comuni che giungono alla scadenza naturale e, tra essi, due capoluoghi di provincia. Enna e Agrigento.

Cinque comuni sono reduci da uno scioglimento per infiltrazioni mafiose: Camastra e San Biagio Platani, in provincia di Agrigento, Bompensiere in provincia di Caltanissetta, Trecastagni, in provincia di Catania, Vittoria in provincia di Ragusa. Vittoria, 63.000 abitanti ed un’economia basata soprattutto sul comparto agricolo, è il comune più rappresentativo.

L’elezione in alcuni comuni sciolti per infiltrazioni mafiose riporta in primo piano la problematica riguardante l’applicazione della legge 267 del 2000 che oggi regola gli scioglimenti per infiltrazione mafiosa.  La prima legge risale al 1991 ed è stata poi modificata nove anni dopo.

Diverse le problematiche aperte: in Sicilia la relazione della commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava ha squarciato il velo facendo luce raccontando la vicenda di alcuni comuni che sono stati sciolti per mafia in maniera anomala, con una decisione fortemente condizionata, al contrario, da chi aveva interessi economici legati alla criminalità e voleva eliminare le amministrazioni che cercavano di contrastarli. La mafia, talvolta, si travestiva da antimafia e per mettere fuori gioco chi perseguiva la legalità, saldando gli interessi di gruppi criminogeni e affaristici ad organismi che, solo apparentemente, sembravano muoversi nel campo della legalità. Questo solleva dubbi anche su altre vicende amministrative, dove potrebbero essersi verificati episodi analoghi, tuttora da verificare.

In Calabria, interessante l’apporto di Domenico Vestito, ex sindaco di Marina di Gioiosa Ionica, che, di recente, è stato sentito in audizione informale in videoconferenza dalla Camera dei Deputati. La Camera, infatti, sta esaminando alcune proposte di legge di riforma del testo unico in materia di scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose. Perché un dato appare ormai chiaro: la necessità di modificare una legge che presenta molte criticità e necessita di correttivi. Insieme a lui, è stato ascoltato anche Piefrancesco Lotito, docente di Diritto pubblico dell’università di Firenze.

Vestito, la cui amministrazione è stata sciolta nel dicembre 2017, ha formulato alcune proposte. L’ex sindaco ha ribadito che la priorità rimane il contrasto alle mafie e nessun allentamento delle briglie può esserci nel contrasto alla criminalità organizzata.

Tra le proposte formulate da Vestito quella di poter prevedere un percorso di affiancamento delle amministrazioni interessate da possibili fenomeni di condizionamento della criminalità organizzata:  prima di giungere allo scioglimento, a livello regionale o provinciale, si potrebbe disporre l’istituzione di gruppi tecnici di alta specializzazione che diano un supporto qualificata che diano un supporto nei settori degli appalti, dei tributi, dell’urbanistica e della complessa macchina amministrativa comunale.

Vestito ha spiegato che le amministrazioni (intese come parte politica) spesso si scontrano con una macchina burocratica fragile. Ha proposto che, prima della nomina della commissione d’indagine, il prefetto possa mandare una diffida all’ente locale interessato da una possibile procedura di scioglimento, invitandolo a rimuovere, entro 60 giorni, i potenziali pericoli di condizionamenti. Solo dopo il prefetto potrebbe decidere se accogliere il riscontro del comune (se dunque questo è riuscito ad eliminare i rischi di infiltrazione) o se far partecipare il procedimento amministrativo, tramite la nomina della commissione d’indagine.

Il problema, secondo Domenico Vestito, ruota attorno all’applicazione «del principio costituzionale della responsabilità soggettiva in una materia che, pur se vestita di diritto amministrativo, nella sostanza è penalistica».

Le responsabilità delle scelte amministrative non sempre sono ascrivibili all’organo politico, ma a volte passano da soggetti politici diversi o dalla macchina burocratica. L’attuale procedura di scioglimento penalizza invece le amministrazioni spesso al di là delle loro reali responsabilità oggettive.

 

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