Comuni italiani: i soldi per investire ci sono, ma..

Il patto di stabilità, nelle altre città europee, non blocca le spese per gli investimenti. La proposta di Anci e sindaci delle città metropolitane per pagare imprese e lavoratori. E far ripartire il Paese
delrio

Se non partono gli investimenti possibili nelle grandi città e non si pagano imprese e lavoratori è in gioco «la tenuta sociale del Paese», ha detto senza mezzi termini il sindaco di Bologna, Virginio Merola. I soldi, tre miliardi e mezzo di euro, ci sono nelle casse dei comuni, hanno affermato i sindaci delle 13 città metropolitane durante la conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi nella sede dell’associazione nazionale dei comuni d’Italia (Anci).
 
Il meccanismo del patto di stabilità, così come è interpretato in Italia, secondo gli amministratori di destra come di sinistra, non permette di distinguere le spese per investimenti dalle altre. Il sindaco di Modena Graziano Delrio (nella foto), presidente dell’Anci, ha ricordato ancora una volta che le altre città europee, grazie alle loro leggi statali, non cadono in questo errore interpretativo e sono perciò il motore della crescita economica.
 
A livello mondiale, ha continuato Delrio, il trenta per cento del Pil è realizzato «nelle cento città metropolitane dove si realizza anche il settanta per cento della ricerca e innovazione». In Italia, invece, come ha testimoniato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, siamo costretti a rimandare lavori urgenti e ritardare pagamenti dovuti ai fornitori per motivi che sono estranei all’amministrazione municipale con il risultato, per chi sta in prima linea, di assistere al «dramma che si nasconde dietro le cifre: imprenditori e famiglie sul lastrico».
 
D’altra parte, ha ribadito il presidente Delrio, il criterio dei parametri europei da rispettare riguarda il «rapporto tra deficit e Pil», per cui se già i comuni hanno contribuito negli ultimi sei anni alla riduzione del deficit per 13 miliardi di euro, è venuto ora il «momento di consentirci di fare gli investimenti». Altrimenti, lascia intendere, si tratterebbe di un sacrificio inutile perche si possono, da subito, avviare «opere cantierabili creando lavoro, assicurando pagamenti rapidi alle imprese e senza nessun ulteriore indebitamento per gli enti locali».
 
Ciò che è in gioco è l’autonomia negata, di fatto, ai comuni che, mentre subiscono tagli dei trasferimenti dallo Stato, non possono usare i soldi che hanno in cassa per rispettare i vincoli dettati dal contenimento della spesa pubblica. Regole che diventeranno sempre più difficili da rispettare, ha affermato il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, coordinatore delle città metropolitane, con la conseguenza che «i Comuni avranno presto grosse difficoltà a gestire i bilanci e rischiano, volenti o nolenti, di violare il patto di stabilità».
 
Da parte degli amministratori non c’è tuttavia la volontà di produrre azioni di disobbedienza o di forzare la mano, ma di arrivare ad un accordo ragionevole con il governo anche in forza di manifestazioni pubbliche come quella prevista per il 24 maggio, indetta con il sostegno di sindacati e mondo delle imprese. Come ripete da tempo Delrio, si tratta, per i comuni, di rispettare, prima di tutto, i vincoli della Costituzione e cioè di «obbedire a una serie di leggi che ci impongono di mettere in sicurezza le scuole e il territorio e di pagare le imprese che altrimenti licenzierebbero gli operai». 
 
Il patto di stabilità è, allo stato attuale, «cieco», ha invitato a notare il sindaco di Torino, Piero Fassino, perché non permette di selezionare spese che producono utilità collettiva e ricchezza da quelle inutili. Fassino ha portato, ad esempio, i lavori ultimati nella città sabauda come il nuovo termovalorizzatore e l’interramento delle linee ferroviarie, mentre ha evidenziato il paradosso delle spese sostenute dai comuni per conto nello Stato, come quelle per la giustizia, che non vengono rimborsate alle amministrazioni locali, ma che rientrano nel bilancio comunale che sfora i limiti prefissati. Circostanza confermata dal sindaco di Reggio Calabria, Demetrio Arena, città tra le più esposte a tale emergenza nel mezzo di una crisi di fronte alla quale si resta letteralmente senza risorse.
 
Il periodo di grande difficoltà dei rapporti tra enti locali e governo centrale aggiunge, quindi, nuovi elementi alla vertenza sull’Imu. L’Anci ha, infatti, avviato una campagna collettiva di informazione rivolta ai cittadini tramite lettere dove si afferma che «la nuova imposta è “municipale” solo nel nome, perché – nonostante gli aumenti rispetto alla vecchia ICI – non porterà risorse aggiuntive nel bilancio del tuo comune, anzi i comuni, tenuto conto dei tagli alle risorse, avranno nel loro bilancio solo il 73 per cento del gettito della vecchia ICI, nonostante il prelievo immobiliare ammonti ad oltre il doppio (il 133 cento rispetto all’ICI 2011)».
 
Intanto una prima risposta è arrivata dal presidente Monti che, in visita a Firenze, ha affermato che il patto di stabilità “interno” che vincola gli enti locali «è suscettibile di miglioramenti», ma gli stessi sindaci sanno bene che sarebbe più facile introdurre cambiamenti se migliorerà il “patto esterno” e cioè quello europeo.

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