Come generare un nuovo Welfare/2

Il riscatto sociale per non rassegnarsi alla crisi. Fioriscono in Italia percorsi originali di welfare generativo 
Come generare un nuovo Welfare/1

Nella ricerca avviata verso un nuovo Welfare generativo prendiamo il caso degli uffici giudiziari della Lombardia. Lavoratori in cassa integrazione in deroga e straordinaria, in mobilità ordinaria e in deroga, vengono coinvolti in esperienze lavorative presso uffici giudiziari. L'obiettivo è duplice: favorire lo sviluppo di nuove competenze professionali da parte dei lavoratori coinvolti, e al tempo stesso permettere agli uffici giudiziari lombardi di fronteggiare la carenza di personale in ambito amministrativo.

Un altro esempio è il "Patto per il riscatto sociale" del Comune di Milano. Infatti, il comune meneghino erogherà contributi di integrazione al reddito a persone disoccupate in cambio dell’impegno da parte del beneficiario a seguire un programma di interventi di inclusione sociale attiva per sei mesi attraverso borse lavoro, percorsi formativi, azioni di volontariato, forme alternative di spesa (ticket, social market), partecipazione a laboratori occupazionali per sei mesi.

L’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, descrive l'intervento come "una nuova azione di sostegno al reddito contro la povertà che prevede non solo un contributo economico, ma un programma di inclusione sociale attiva che il beneficiario dovrà seguire". Ultimo esempio, prima di raccontarne uno più articolato è "La buona tavola" – Save the Children

L’obiettivo de La buona tavola è di contrastare i fattori che causano la povertà alimentare minorile in Italia nelle città di Roma, Napoli e Torino attraverso azioni concrete di sostegno ai bambini e alle famiglie in situazione di povertà.

Un'analisi su 70 situazioni di bambini e famiglie in situazioni di povertà ha evidenziato il diverso rendimento conseguibile passando dal lavorare per buone prestazioni ad un operare professionale più strategico, in cui i fattori produttivi si compongono tra loro, mettendo a disposizione “valore aggiunto di esito”. In particolare, emerge il passaggio degli esiti del progetto a livelli crescenti di generatività:

– fase α: l'esito/beneficio ottenuto con prestazioni appropriate per ciascun problema rilevato, ad esempio miglioramento della capacità della mamma nel saper cucinare cibi sani per il figlio attraverso la frequenza ad un laboratorio di cucina insieme ad altre mamme e con la guida di un operatore.

– fase β: l’esito derivato da una presa in carico personalizzata basata sul concorso professionale, ad esempio si accompagna la mamma straniera a fare la spesa in un supermercato che abbia i prodotti del suo paese di origine. fase γ: il concorso all’esito reso possibile dall’apporto professionale e non professionale, ovvero quanto la mamma aiutata si è impegnata non solo a raggiungere l’esito per se stessa e suo figlio ma anche per altre mamme nella stessa condizione. Tra le forme di concorso all’esito è stato possibile individuare: l’attivazione di una rete di aiuto intorno a sé; l’attivazione di forme di scambio con altre mamme; la partecipazione alle attività come mamma peer/volontaria con altre mamme.

Un caso sicuramente più originale e con un forte impatto, diremmo, sociale ed anche mediatico è il progetto «Buon Lavoro – La Fabbrica per la città» dell’azienda Alessi a Omegna in Piemonte. E’ la zona di industrie per casalinghi famosissime, oltre la Alessi abbiamo la Bialetti per nominarne un’altra altrettanto famosa.Nel 2013, la Alessiha lanciato un progetto innovativo e controcorrente, che non rappresenta solo un’iniziativa di Responsabilità Sociale ma anche e soprattutto un modo di non rassegnarsi davanti alla crisi, di dare valore al lavoro delle persone, di creare un circolo virtuoso in grado di far bene alla società, nel far bene all’azienda.

Il progetto “Buon Lavoro – La Fabbrica per la Città” nasce dall’esigenza di gestire un momento di sovraccapacità produttiva dello storico stabilimento vicino al Lago d’Orta, conseguenza della scelta strategica di Alessi di mantenere una parte rilevante della produzione in Italia.

La decisione dell’azienda è stata quella di provare a valorizzare “diversamente” il lavoro dei dipendenti, impiegando il loro tempo in attività socialmente utili a favore della comunità in cui vivono e lavorano. Tra giugno e novembre scorsi, circa 300 dipendenti della sede di Omegna (l’86 per cento) hannovolontariamente accettato di destinare una parte del loro tempo (da 1 a 8 giornate di lavoro ciascuno) ad attività sociali quali la ritinteggiatura della scuola elementare, la pulizia delle aree verdi, l’accompagnamento di anziani e disabili. Un totale di circa 9 mila ore di lavoro che la Alessi ha messo a disposizione del Comune di Omegna e del Consorzio dei Servizi Sociali del Cusio, evitando così il ricorso alla Cassa Integrazione.

Da queste parti, sembra che il new deal sia già iniziato. Ma la straordinarietà è che a farsi venire l'idea, a metterci la faccia e i soldi non è stato il governo, ma un imprenditore.

Il marchio Alessi gode, nonostante la crisi, di una discreta salute, l'anno scorso ha fatturato 85 milioni, ma ad un dato punto, le commesse scarseggiano. E' la faccia più nota della crisi che qui, in quello che fino a metà degli anni Novanta era il fiorente distretto dei casalinghi e delle caffettiere, fa sentire i suoi effetti più drammatici. "L'azienda tutto sommato sta bene – spiega la figlia di Alessi, Nicoletta – e non volevamo fare ricorso alla cassa integrazione anche se adesso abbiamo un esubero di ore". E così la Alessi ha pagato i suoi dipendenti a compiere lavori utili alla collettività, ciascuno secondo le proprie competenze. E per costruire, in uno spazio all'interno della fabbrica, un laboratorio artigianale per i ragazzi disabili per il quale non c'era più spazio negli uffici comunali. Insomma gli operai sono usciti dalla fabbrica e hanno contribuito al bene comune. Tutti lavori che l'amministrazione comunale, da sola, non avrebbe potuto fare, perché le risorse economiche sono sempre più scarse e la coperta sempre più corta. In questo modo, però, lo stato risparmia due volte: non paga la cassa integrazione e non paga i servizi dei cittadini. "Per noi è una manna dal cielo – ammette senza mezze parole Adelaide Mellano, sindaco del paese – riusciamo a garantire lavori e servizi che avremmo dovuto tagliare". E anche il presidente della provincia Massimo Nobili plaude all'iniziativa invitando anche altre aziende del territorio a seguire l'esempio della famiglia Alessi.

"Questa iniziativa – spiega Michele Alessi – fa bene alla città, ma, voglio sottolineare, fa bene soprattutto alla fabbrica perché aiuta il clima aziendale e fa riscoprire a tutti noi l'idea di lavorare per la società e per gli altri".

Comunque il Welfare generativo è contagioso: e infatti secondo il sindaco "si sta già alimentando un circolo virtuoso che spinge i cittadini ad occuparsi della comunità. Iniziano a telefonare e chiedere di poter fare qualcosa – racconta – c'è il giardiniere disoccupato che vuole sistemare il giardinetto, il muratore che rattoppare il marciapiede. Credo sia una buona cosa, perché per molti di loro l'alternativa sarebbe stare a casa a deprimersi, magari bere o giocare alle macchinette slot.

Allora edificati e forse meravigliati da tutte queste storie chiediamo a Tiziano Vecchiato, per concludere cosa ci si aspetta da questo nuovo modello di Welfare.

"Lo scenario del WG prevede un incontro tra diritti e doveri. Le attuali forme di protezione sono “a riscossione individuale”: la persona, a fronte di una situazione di bisogno, usufruisce di prestazioni sociali che lo attenuano, ma senza che ciò comporti ricadute positive oltre il beneficio individuale.

È possibile che a fronte di tali diritti individuali corrispondano, in capo agli stessi beneficiari, dei doveri di solidarietà? Se così fosse i diritti individuali si trasformerebbero in diritti a corrispettivo sociale: quello che la persona riceve è per aiutarla e per metterla in condizione di aiutare altri. Così facendo si ottengono ricadute positive per il beneficiario e per la comunità. Si tratta di chiedere agli aiutati di responsabilizzarsi, valorizzando le proprie capacità ed evitando la dipendenza assistenziale. In questo modo vengono incentivate la solidarietà e la responsabilizzazione sociale".

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