Card. Czerny, in Ucraina ho incontrato Cristo sofferente

Il cardinale Michael Czerny è andato in missione per accompagnare la popolazione ucraina colpita dalla guerra e le comunità di accoglienza. «Ho nel cuore la dignità di tutte le storie raccolte nei centri di accoglienza visitati: le porterò sempre con me», ha affermato nell’intervista rilasciata a Città Nuova
Il Cardinale Czerny nel suo primo viaggio per accompagnare la popolazione ucraina, insieme ai membri di Caritas. Foto: Salvatore Cernuzio-Vatican News.

«Preghiamo insieme per l’Ucraina. (…) La Santa Sede è disposta a fare di tutto, a mettersi al servizio per questa pace». Con queste parole papa Francesco ha manifestato la sua vicinanza alle vittime della guerra russo-ucraina e, come segno tangibile dell’impegno della Santa Sede, all’inizio del conflitto, ha inviato il Card. Michael Czerny, SJ, Prefetto ad interim del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, come suo rappresentante accanto alla popolazione ucraina. A distanza di pochi giorni dal primo viaggio, il cardinale è poi tornato in missione al confine tra Slovacchia e Ucraina. Lo abbiamo intervistato al ritorno dal suo secondo viaggio.

Eminenza, partendo per il suo primo viaggio verso l’Ucraina, ha detto che sarebbe stato un viaggio di preghiera, profezia, denuncia. Alla luce di quanto ha vissuto e ha potuto vedere, può commentare queste tre parole?

Direi che il mio è stato un atto di presenza e di comunione. Sono andato per vedere, per ascoltare, anche per imparare, e per comunicare la nostra solidarietà a loro. In più ho portato la preghiera del Papa, ho testimoniato la sua vicinanza e la sua presenza, così come quella di tutta la Chiesa che in queste ore e in questi giorni si sta mobilitando, assieme a tantissimi che invece della Chiesa non fanno parte o che non sono credenti, per assistere i bisognosi in fuga dalle bombe e dalla violenza. Perciò, se vuole, preghiera, profezia e denuncia potrei riassumerle in un’unica parola: incontro. Ho incontrato – abbiamo incontrato – Cristo sofferente. Prepariamoci ad accogliere le nostre sorelle e i nostri fratelli martoriati dalla guerra, dalla fame, dalla disperazione. Sapendo che loro stessi ci porteranno moltissimo in dono: la possibilità di amare, la possibilità di aprire il nostro cuore indurito. Se noi lo faremo a loro, loro un domani lo faranno ad altri.

Nel corso della sua missione ha incontrato molte persone. Quale incontro l’ha colpita di più?

Da tutti gli incontri sono uscito arricchito, al di là del dramma che quelle persone stavano e stanno vivendo. Mi hanno colpito in particolare i racconti di sei donne fuggite dall’Ucraina, ora curate e ospitate dall’équipe dell’Ordine di Malta a Budapest: mi hanno mostrato sui cellulari le foto dei rifugi anti-bomba in cui erano rinchiuse, delle persone care che hanno lasciato indietro, dei loro mariti, dei loro genitori anziani. Tutti coloro che, rimasti in patria, potranno essere destinati a morire per l’assenza di cibo o di medicine, oltre che per le bombe. Un momento veramente straziante. Poi ricordo con dolore tutte quelle donne che hanno dovuto pagare somme ingenti per poter scappare e non finire prede dello sfruttamento sessuale e della schiavitù: la tratta e il traffico di esseri umani sono tragedie nelle tragedie che si alimentano proprio di queste situazioni di emergenza e confusione. Ho nel cuore la dignità di tutte le storie raccolte nei centri di accoglienza visitati: le porterò sempre con me.

Il Cardinale Czerny nel suo primo viaggio per accompagnare la popolazione ucraina. Foto: Salvatore Cernuzio-Vatican News.

In un’intervista lei ha raccontato la sua esperienza di vita nel corso della Seconda guerra mondiale e la persecuzione subìta dai suoi genitori. Alla luce del suo vissuto, che risonanza ha avuto in lei il viaggio in Ucraina?

Il viaggio mi ha colpito moltissimo. Siamo tutti poveri e smarriti di fronte a questa guerra e di fronte al male! Purtroppo, ho rivissuto le sensazioni che i miei genitori e io stesso abbiamo vissuto da migranti. Abbandonare la propria casa, abbandonare la propria vita per fuggire dal conflitto e dalla persecuzione è abbandonare una parte di sé. Nessuno può capire la sensazione di lacerazione che si prova. Anche solo parlare di Terza guerra mondiale, oggi, mette i brividi: dobbiamo scongiurarlo in tutti i modi. Dal viaggio sono tornato ancora più convinto della nostra missione, in questo momento: accogliere, accogliere, accogliere.

In questo tempo stiamo ascoltando il grido dei poveri e di molti in tutto il mondo che chiedono la pace. Molte volte papa Francesco ha invitato a fermare il commercio di armi. In che modo si potrebbe intervenire e come si possono formare le coscienze per promuovere una civiltà della pace?

Con il Dicastero lo abbiamo ripetuto in diverse occasioni pubbliche (conferenze, webinar, incontri): bisogna smettere di investire in armamenti, che producono solo morte, e spostare tutto quel denaro in investimenti utili a sfamare il mondo, a promuovere i diritti, a creare lavoro, a dare cultura e istruzione. La civiltà della pace si costruisce con il dialogo, la fraternità, la comunione, la condivisione, l’educazione alla bellezza. E tutte queste cose si imparano prima in famiglia e poi a scuola: è a partire dalla scuola che si forma la coscienza delle persone e dei cittadini nella società, per questo l’istruzione è così importante. Infine, abbiamo oggi la fortuna di avere una guida speciale, una voce ascoltata anche dai non credenti. È il Santo Padre, che è anche il vicario di Cristo sulla Terra: non passa giorno in cui papa Francesco non parli di amore, di pace, di dialogo, di incontro: ogni giorno siamo esortati a incontrare Cristo nel prossimo che soffre, a toccare la sua carne. Solo questo porta giustizia.

Qual è stata l’esperienza del suo secondo viaggio al confine slovacco?

È stata un’esperienza forte come la prima. Con la mia presenza ho voluto rendere presente il Papa. E sono rientrato con un pensiero, che è anche un proposito: credo che sarebbe triste rispondere all’emergenza e poi tornare alla vita povera, disarticolata, che tanti vivono e soffrono in questo mondo. Dopo questo incubo non vogliamo e non dobbiamo tornare come prima, ma uscire migliori! Porterò ancora, incessantemente, il sostegno, la preghiera e la benedizione del Santo Padre, qualora mi verrà richiesto. Oggi dobbiamo cercare di costruire la pace con i mezzi che abbiamo, puntando sul dialogo tra le genti e la fraternità; poi – una volta che il conflitto sarà finito – penseremo alle analisi politiche e alle riflessioni. La Santa Sede e il Santo Padre sono pronti a fare tutto ciò che sarà necessario. Ora abbiamo bisogno che le armi tacciano e ci sia la pace.

Il Cardinale Czerny nel suo secondo viaggio per accompagnare la popolazione ucraina nel confine con la Slovacchia. Foto: P. Petr Vacìk-Vatican News.

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