Caracalla fa il pieno

Conclusa con successo di pubblico la stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma con Traviata e Rigoletto vincenti. Qualche dubbio.
Caracalla
La Traviata, Francesca Dotto (Violetta). Foto: Fabrizio Sansoni, Teatro dell'Opera di Roma-Opera di Roma 2023_6426

Un dubbio c’è e riguarda Damiano Micheletto e la sua interpretazione del Rigoletto verdiano. Ariacupa, da film noir metropolitano attuale tra giostre, automobili, killer, donnine, e luci  e movimenti da thriller esagitati. Un Ducadi Mantova biancovestito, Gilda innocente fino ad un certo punto, un Monterone colpito da un colpo di pistola che sembra morto ma poi riappare; Rigoletto sì, funziona, lui è il cinico buffone dal cuore ferito, vittima della sua sete di vendetta e Roberto Frontali che l’interpreta supera in intuizione drammatica nel “Cortigiani” la stessa regia che in questo caso non esagera.

Le proiezioni sullo schermo sono efficaci ad accompagnare il racconto, specialmente quelle di Gilda bambina con la madre sconosciuta. Nel complesso, il regista pare tendere a forzare il testo: forse non crede, al contrario di Verdi, alla purezza della ragazza ed anche talora alla forza del libretto scritto da Verdi-Piave tanto che alle parole cantate non corrisponde talvolta l’azione  sul palcoscenico così da diventare irrilevanti. Siamo d’accordo nell’attualizzare l’opera che tuttavia ha la sua forza e la sua comprensibilità nella musica, prima di tutto, e nel testo.

La direzione musicale di Riccardo Frizza è consapevole, equilibrata, adotta tempi giusti, facantare l’orchestra e il coro – in “buca”, quest’ultimo – in modo agile, tanto da far gustare la bellezza della musica. Così, il dolore dei personaggi principali diventa quello di tutti noi e il sacrificio d’amore di Gilda non è incomprensibile ma conseguente al suo candore.

Contemporaneità di gusto hollywoodiano in Traviata, altro capolavoro di cui non si finisce mai di esplorare le preziosità musicali e psicologiche e anche la profonda sottesa religiosità. La regia di Lorenzo Mariani non esagera, sa essere attuale, lascia per fortuna spazio ai cantanti di fare da contorno – l’Alfredo impulsivo, il padre borghese, figure sbiadite – al dramma della cortigiana che scopre che l’amore è sacrificio.

La direzione di Paolo Arrivabeni dopo un temporale ha fatto il suo dovere con cura, sostenendo il cast e l’orchestra così che la rappresentazione ha suscitato il consenso commosso che sempre arriva in un capolavoro senza tempo in cui hanno brillato Francesca Dotto, sempre brava, e il giovane tenore Marco Caria, belle voce che possono certo dare ancora di più.

Risultato? Successo lusinghiero di pubblico e della musica verdiana, che viene prima di tutti a colpire al cuore.

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