Cancro, attenti alle false promesse

Il tasso di mortalità è in discesa, ma i pazienti non sono cavie. La battaglia (quella seria) è ancora lunga

Ogni anno nel mondo il cancro uccide più di 8 milioni di persone. Il 17% dei decessi su questo pianeta è causato da uno dei 200 tipi di tumori conosciuti. In Italia il cancro, con 177 mila decessi su quasi 600 mila del 2014, è la maggior causa di morte (29,6%) dopo le malattie cardiovascolari (36,8%). L’incidenza poi è ancora maggiore: nel 2016 nel nostro Paese  sono stati diagnosticati oltre 365 mila nuovi casi di tumori maligni e i pazienti oncologici in vita erano oltre 3,1 milioni. Bastano queste cifre per ricordare a tutti quanto pesante sia l’impatto sulla società del cancro e quale sia l’impatto sui singoli di una diagnosi di tumore.

Nel 1971 il presidente degli Stati Uniti d’America, Richard Nixon, dichiarò la War on Cancer: la guerra al cancro. Annunciando che il nemico sarebbe stato sconfitto nel giro di pochi anni. Da allora gli investimenti in ricerca sono aumentati in maniera davvero notevole. E non solo negli Stati Uniti. Certo, i quasi 9 milioni di morti per tumore nel mondo ci dicono che la guerra non è stata ancora vinta. E che, anzi, la vittoria è lontana. Occorrere chiedersi perché. Forse si è insistito troppo sull’origine genetica e poco sui fattori epigenetici (ovvero sull’ambiente in cui viviamo). Tuttavia è altrettanto innegabile che molte ricadute positive della War on Cancer ci sono state. La ricerca biomedica – ricordano grandi scienziati come Douglas Lowy e Francis Collins – ha reso possibile la cura di molti tumori, come la leucemia nei bambini o il linfoma di Hodgkin, e comunque il trattamento, con conseguente allungamento della vita, di molti altri.

Anche l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) sottolinea che la mortalità per cancro, per esempio, è in diminuzione. Malgrado siano parzialmente nascosti dall’invecchiamento della popolazione, i dati sono inequivocabili: nel nostro Paese il 63% delle donne e il 57% degli uomini è vivo dopo 5 anni dalla diagnosi. Lo stesso avviene in altri Paesi dell’Occidente. Negli Stati Uniti, sostiene il New England Journal of Medicine, il tasso di mortalità per cancro è diminuito del 23% tra il 1990 e il 2015. Il che significa che hanno avuto salva la vita 1,7 milioni di americani. E tuttavia non mancano, in ambito oncologico, le false promesse.

Non ci riferiamo solo alle grandi illusioni provocate da outsider in buona o cattiva fede: dal veterinario Liborio Bonifacio con il suo siero alla fine degli anni ’60 del secolo scorso; al medico Luigi Di Bella con il suo “metodo” basato sulla somatostatina alla fine degli anni ’90; a Davide Vannoni e al suo “metodo stamina” ancora pochi mesi fa.

Talvolta le illusioni sono create anche da ricercatori molto accreditati. E non ci riferiamo solo al caso più recente: ovvero alla proposta contenuta nel libro Uccidere il cancro che Patrizia Paterlini-Bréchot, docente di biologia cellulare e molecolare all’Università di Paris-Descartes, ha pubblicato con Mondadori nelle scorse settimane. Paterlini- Bréchot  sostiene  che  l’avvento di una nuova tecnica di “biopsia liquida” – il test di citologia sanguigna ISET®, brevettato anche dalla ricercatrice italiana – sarebbe in grado, con una semplice analisi del sangue, di diagnosticare il tumore con diversi anni di anticipo e, dunque, di ucciderlo quando è, per così dire, ancora in fasce. È possibile acquistare il test, che individua cellule tumorali nel fluido sanguigno, via internet, al costo di 486 euro. Non rimborsabili dal nostro Servizio sanitario nazionale. Il test è noto da almeno un anno. Ma, come rilevano sia l’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) sia la Fondazione Gimbe (il Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze nato nel 2010), il test ISET® non è stato ancora scientificamente validato. È ancora in una fase di studio che, per quanto promettente, è troppo preliminare. In altre parole, non abbiamo ancora una prova ragionevole che il test diagnostico sia davvero efficace.

Ma non sono solo gli annunci affrettati di singoli ricercatori o di grandi aziende a creare confusione e, spesso, illusione. Il pericolo maggiore viene dal nuovo clima culturale che si va affermando, partendo proprio dagli Stati Uniti. La realizzazione di nuovi farmaci, si dice, è lunga e costosa. Meglio, per i pazienti (soprattutto quelli oncologici) e per le aziende, immettere sul mercato formule di cui si sia assicurata la non tossicità e verificare sul campo se hanno gli effetti farmacologici sperati. In pratica, ci sarebbe un solo vasto test: quello sui pazienti consumatori. Se si afferma questa logica, dicono molti medici e scienziati, crolla tutto il protocollo stabilito per la sicurezza e si crea una gigantesca fonte di illusione.

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