Cambiamenti climatici e demografia si influenzano

Il Centro comune di ricerca della Commissione europea esamina i nessi fra cambiamenti climatici e processi demografici
Demografia. Record India (AP Photo/ R S Iyer)

L’Organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite lancia l’allarme: «il mondo deve prepararsi in modo sempre più attento» agli eventi metereologici estremi. Lo vediamo in questi giorni: bombe di calore nelle metropoli italiane, tempeste improvvise e violente, grandinate con chicchi grandi come palle da tennis, alberi abbattuti e tetti scoperchiati dal forte vento in Trentino (di nuovo).

Il Mediterraneo è interessato dalla seconda ondata di calore in meno di due settimane, con temperature record registrate, oltre che in Italia, in Marocco, Algeria, Libano, fino all’Iraq, con temperature oltre i 50° in Arabia Saudita e fino a 66° in Iran, una temperatura tecnicamente non sopportabile dall’uomo. Per non pensare ad altri episodi estremi nel resto del mondo, in realtà nell’emisfero nord: inondazioni ed enormi incendi negli Stati Uniti, picchi di calore a Pechino.

Secondo dati di The Economist, diffusi dall’Istituto di Politica Internazionale, secondo i climatologi dell’Hadley Centre, le giornate in cui la temperatura supera i 50°C sono aumentate esponenzialmente dall’era preindustriale ad oggi ed entro il 2100, queste giornate saranno sempre più frequenti nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente, con sempre più frequenti picchi di calore oltre i 45°C. Tutto questo comporterà non solo siccità e incendi, ma anche problemi infrastrutturali, con ferrovie impraticabili e asfalto che si scioglie sulle strade, ma anche economici e sociali, con l’impossibilità di lavorare all’aperto e un aumento dei decessi dovuti all’afa.

Il Centro comune di ricerca della Commissione europea ha pubblicato una nuova relazione dal titolo “Demografia e cambiamento climatico – l’Ue nel contesto globale”, che esamina i nessi tra demografia e cambiamenti climatici. La relazione fa parte dell’impegno della Commissione europea a integrare le informazioni demografiche nell’elaborazione delle politiche dell’Unione europea (Ue), fornendo dati scientifici sulle implicazioni della crescita demografica mondiale per le emissioni di gas serra ed esamina le possibili conseguenze dell’invecchiamento della popolazione in Europa in vista degli obiettivi climatici dell’Ue.

Dalla relazione emerge che la crescita demografica rimane una delle cause principali della produzione di emissioni. Allo stesso tempo vi è un disallineamento tra i tassi di crescita della popolazione e i livelli di emissioni di gas a effetto serra nei diversi paesi. I principali responsabili delle emissioni sono le regioni in cui la crescita della popolazione si è ormai fermata o è rallentata. La maggior parte della crescita demografica mondiale si sta invece verificando nelle regioni del mondo che attualmente registrano le emissioni più basse e sono meno responsabili delle emissioni passate.

Nello specifico, il 10% più ricco della popolazione mondiale genera il 48% delle emissioni globali, mentre il 50% più povero genera il 12% delle emissioni. Ad esempio, l’Africa ha circa 1,3 miliardi di abitanti e contribuisce al 4% delle emissioni di gas serra; però, potrebbe superare 1,7 miliardi di abitanti nel 2030 e 3 miliardi di abitanti tra il 2050 e il 2060, secondo le previsioni delle Nazioni Unite.

Ciò significa che i principali responsabili delle emissioni, cioè l’Ue, gli Stati Uniti e la Cina (che però hanno tassi di crescita demografica in declino o pari a zero), dovranno garantire tagli netti e rapidi, mentre i paesi con le emissioni più basse ma con un’elevata crescita demografica hanno bisogno di sostegno per trovare modi di crescita che evitino forti aumenti delle emissioni.

La relazione sottolinea inoltre l’esigenza di politiche che prendano in considerazione sfide e soluzioni per le diverse fasce di popolazione e di età, come le persone anziane o con un basso reddito. Nello specifico, le persone anziane inquinano di più, poiché, vivendo in famiglie più piccole e trascorrendo molto tempo a casa, avrebbero maggiori spese di riscaldamento domestico, elettricità, ecc. Inoltre, le persone anziane sarebbero meno sensibili alla problematica del cambiamento climatico e poco inclini a modificare le proprie abitudini di consumo e di vita. Al contempo, nei paesi occidentali vi è una sempre maggiore componente di giovani che può incidere sulle varie scelte e abitudini.

Vengono proposti modi per mitigare l’impatto sui gruppi demografici più vulnerabili e per contribuire a trovare misure di adattamento a tali cambiamenti, in linea con la strategia dell’Ue di adattamento ai cambiamenti climatici. Il cambiamento climatico influenza anche le migrazioni che, pertanto, vanno considerate anche in questa prospettiva.

Secondo Dubravka Šuica, Vicepresidente della Commissione europea con delega alla Democrazia e la demografia, «per elaborare politiche climatiche e ambientali efficaci è importante capire il modo in cui i cambiamenti demografici incidono sulle emissioni e il modo in cui cambiamenti climatici e degrado ambientale influenzano i diversi gruppi di popolazione». Ecco che «la relazione del Centro comune di ricerca fornisce informazioni preziose sulla relazione tra popolazione umana e cambiamenti climatici e contribuirà a garantire che le nostre politiche siano ben concepite per affrontare la mitigazione dei cambiamenti climatici e l’adattamento agli stessi».

Secondo recenti sondaggi di Eurobarometro, i cittadini europei mostrano ampio sostegno alla transizione energetica che l’Ue sta portando avanti. Infatti, più di otto cittadini europei su dieci ritengono che l’Ue debba investire in maniera massiccia nelle energie rinnovabili, come l’energia eolica e solare (85%), e che l’aumento dell’efficienza energetica degli edifici, dei trasporti e dei prodotti ci renderà meno dipendenti dai produttori di energia non europei (82%). L’80% ritiene inoltre che gli Stati membri dell’Ue dovrebbero acquistare congiuntamente energia da altri paesi per ottenere un prezzo migliore. Ancora, l’81% degli intervistati concorda sul fatto che ridurre le importazioni di petrolio e gas e investire nelle energie rinnovabili sia importante per la nostra sicurezza generale e l’82% afferma che l’UE dovrebbe ridurre quanto prima la sua dipendenza dalle fonti energetiche russe. Inoltre, secondo un sondaggio di Eurobarometro del 2021, circa l’82% dei cittadini europei pensa che i costi dei danni causati dal cambiamento climatico siano sostanzialmente superiori ai costi associati agli investimenti necessari per una transizione verde. Per gli abitanti dei grandi centri urbani, il tasso si discosta di oltre due punti percentuali dal tasso medio e raggiunge quasi l’85%.

Dunque, è necessario un cambiamento tecnologico sostanziale per diventare neutrali dal punto di vista climatico. Ecco perché l’innovazione verde sarà cruciale per decarbonizzare l’economia globale. Le tecnologie a basse emissioni di carbonio sono una leva fondamentale nel ridurre le emissioni nonostante la diminuzione delle dimensioni delle famiglie, la crescita della popolazione e l’aumento della ricchezza. La Cina, curiosamente, è tra i paesi che sta maggiormente investendo in tecnologie verdi.

Comunque, è importante osservare che gli Stati Uniti e la Cina producono circa il 40% delle emissioni di gas serra; sebbene le emissioni della Cina siano attualmente più del doppio di quelle degli Stati Uniti, in linea storica gli Stati Uniti hanno emesso gas serra più di qualsiasi altro Paese al mondo. Finché entrambi non inizieranno a ridurre le emissioni, sarà difficile contrastare il cambiamento climatico. Inoltre, presto l’India, con una popolazione molto giovane, supererà il numero di abitanti della Cina, che ha iniziato ad invecchiare, diventando un importante attore della questione demografica e ambientale.

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