Cacciatore e scrittore per caso

Èil più bel libro di cacciatori e cacciati che io abbia mai letto. È scritto con tale fedeltà che ti sembra di averlo vissuto. Possiede bellezza, terrore, verità. Questo giudizio di Ernest Hemingway, che di scrittori e di cacce s’intendeva, si riferisce al racconto Il leopardo che mangiava gli uomini di Jim Corbett, considerato il più grande cacciatore di tigri e leopardi dell’India coloniale inglese. Tuttavia, a lettura ultimata, questo apprezzamento dell’autore de Il vecchio e il mare suona incompleto. Corbett, infatti, si era trovato ad impersonare quel ruolo non per svago o per odio ai carnivori, né per le loro pelli, o per tenersi in allenamento, ma unicamente per eliminare belve divenute antropofaghe in seguito ad un incidente o ad una malattia, che terrorizzavano intere regioni. Fu dunque solo a causa di una sgradevole necessità, come lui stesso diceva. Non pare invece che Hemingway sia stato guidato da tali altruistici sentimenti nelle sue battute di caccia africane… E c’è un ulteriore pregio che caratterizza le storie di caccia di Corbett. Nel narrare senza alcuna prosopopea le sue imprese da brivido, questo piccolo uomo tranquillo, timido con le donne, che faceva lo spedizioniere in una stazione ferroviaria e non aveva nulla del cacciatore-eroe di certi film, non era parco di apprezzamenti verso la cultura di quegli indigeni la cui vita, diceva, aveva il privilegio di condividere: ciò che non era consueto in un inglese coloniale. Ma procediamo con qualche cenno biografico su di lui. Edward James Corbett, detto Jim, nacque nel 1875 da famiglia povera nelle province settentrionali dell’India, a Naini Tal. In questo villaggio a duemila metri d’altezza sui primi contrafforti dell’Himalaya trascorse l’intera sua giovinezza a stretto contatto con la natura, imparando ad amarla e a rispettare le sue leggi severe. Profondo conoscitore degli abitanti della giungla (sapeva imitare alla perfezione i richiami di moltissimi animali), più volte si trovò ad affrontare disarmato tigri e leopardi. Finché nel 1907 stanò ed uccise una tigre antropofaga che per due anni aveva terrorizzato il Kumaon: da allora, e fino al 1939, liberò la regione da altre undici belve che avevano fatto un migliaio di vittime. Tale fu la riconoscenza di quelle popolazioni da essere da loro venerato alla stregua di un sadhu, un uomo santo. Quando dopo la Seconda guerra mondiale, nel 1947, l’India indipendente fu dilaniata dalla guerra civile, Corbett decise di trasferirsi a Nairobi, in Kenya. L’ultimo periodo della sua vita lo trascorse a Nyeri, scrivendo le sue memorie e preferendo fotografare gli animali piuttosto che ucciderli. Morì ottantenne nel 1955. Corbett cominciò a scrivere piuttosto tardi: aveva infatti settantatré anni quando nel 1948 un editore inglese gli pubblicò Il leopardo che mangiava gli uomini. Ricavato dalle sue esperienze in India, in pochi anni il libro fu tradotto in diciassette lingue. A questa sua prima opera, che rimane anche la migliore, segui- indiana. L’enorme successo che le accompagnò premia la modestia di uno scrittore non professionista i cui libri, non sempre inappuntabili sotto l’aspetto stilistico, hanno però il pregio dell’autenticità e l’approccio cordiale e non dall’alto col mondo di cui si scrive. Quanto mai semplice è la trama de Il leopardo che mangiava gli uomini. Siamo nel 1925-26. Da anni a Rudraprayag, nella regione del Garwhal, imperversa una belva sanguinaria che ha già ucciso oltre un centinaio di contadini. Dotata di incredibile audacia, arriva a sfondare le porte o a forare le pareti delle capanne. Dagli indigeni è ritenuta uno spirito maligno. Invitato dalle autorità locali a liberare le popolazioni da quest’incubo, il pacifico Corbett deve far ricorso a tutta la sua esperienza e tenacia; e solo dopo ripetuti appostamenti notturni (durati perfino due settimane di seguito) riesce a freddare con la sua carabina di non eccelsa fattura il fantomatico leopardo. Con un crescendo pieno di suspense, il racconto si configura come un duello leggendario tra il bene e il male, rappresentati da due avversari che conoscono alla perfezione le insidie della giungla e mettono in atto ogni possibile astuzia l’uno per uccidere, l’altro per sfuggire ad ogni agguato. Alla fine, il più odiato e il più temuto animale di tutta l’India si rivela per quello che è ad un Corbett dal cui animo è scomparso ogni rancore: non un demonio, ma un vecchio esemplare malato, costretto a cercare prede umane per potersi nutrire. In Italia l’unica occasione per far conoscenza con lo scrittore è rappresentata da questo libro, ora riproposto da Neri Pozza. Chi però ha la possibilità di recarsi in India non manchi di visitare la famosa riserva naturalistica a lui dedicata nei luoghi resi celebri dalle sue opere: si stupirà di costatare quanto tuttora sia viva e venerata, tra la gente del posto, la memoria di questo sahib antesignano dell’ecologia in un’epoca in cui tale parola era sconosciuta. Non per niente, ancora oggi a Rudraprayag viene celebrata annualmente una festa in onore di Jim Corbett e delle sue gesta.

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