Brasile, Bolsonaro ineleggibile fino al 2030

L’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro è stato condannato a otto anni di ineleggibilità alle cariche pubbliche. In un Paese fortemente polarizzato, l’ultradestra si sente perseguitata e attaccata ma fatica a trovare un leader alternativo. Anche in Venezuela si fa ricorso all’uso politico della giustizia, come in Nicaragua e Guatemala. Il caso diverso dell’Uruguay
Jair Bolsonaro (AP Photo/Eraldo Peres, File)

In una riunione (trasmessa dalla Tv di Stato) del 18 luglio 2022 con una cinquantina di ambasciatori, nella quale l’allora presidente aveva espresso le sue “opinioni personali” sulla scarsa affidabilità del sistema di voto elettronico – nel contesto della pre-campagna elettorale presidenziale nella quale è poi stato sconfitto di misura da Lula da Silva – ha dato il via ad uno dei 16 procedimenti giudiziari che vedono Bolsonaro come imputato o indagato. È il primo di questi procedimenti per il quale riceve una condanna. Gli otto anni di ineleggibilità (che decorrono dalle elezioni di ottobre scorso) sanciti venerdì 30 giugno dal giudizio del Tribunale Superiore Elettorale (5 contro 2 giudici) tagliano fuori Bolsonaro dai giochi per le presidenziali 2026. L’ex presidente ha annunciato ricorso alla Corte Suprema, che però difficilmente ribalterà la decisione.

Il giudice istruttore Benedito Gonçalves aveva accusato l’ex presidente di utilizzare la sua posizione di Capo dello Stato per “degradare l’ambiente elettorale… incitare uno stato di paranoia collettiva” e fabbricare teorie cospirative basate su false informazioni. Quel 18 luglio 2022, l’ex capitano dell’esercito aveva denunciato il pericolo di frode facilitato – a suo dire – dalla scarsa affidabilità delle urne elettroniche (che si utilizzano dal 1996 senza alcuna denuncia di irregolarità) e dalle presunte “manovre” del Potere giudiziario per favorire il suo avversario.

«Abbiamo solo discusso di come funziona il sistema elettorale», ha affermato Bolsonaro, «Non ho pronunciato la parola frode riferendomi alle elezioni. Ho parlato delle indagini della Polizia Federale del 2018, che non sono ancora concluse». Durante la riunione, in realtà, aveva prospettato un intervento delle Forze Armate nel conteggio dei voti.

Il giudice istruttore Gonçalves nel suo intervento ha aggiunto alle 158 pagine dell’istruttoria l’accusa di uso indebito dei mezzi di comunicazione dello Stato ed ha difeso l’inclusione agli atti processuali della minuta di un decreto presidenziale rinvenuto in gennaio nella residenza dell’ex ministro della Giustizia, nel quale si invocava un “intervento militare” per annullare la vittoria elettorale di Lula.

Durante i suoi quattro anni di governo, sono state 158 le richieste di impeachment nei suoi confronti, come ha ricordato lo scrittore e giornalista Ruy Castro: richieste «archiviate, trascurate o messe sotto analisi, cosa che non è mai stata fatta, e ora non è necessaria».

Il giornalista argentino Abel Gilbert ha aggiunto: «Persino il report della commissione parlamentare sulla gestione della pandemia, che uccise oltre 700mila persone, che ha accusato Bolsonaro di crimini contro la pubblica amministrazione, la pace pubblica e la salute pubblica… è stato di fatto trascurato dal Procuratore Generale della Repubblica».

I suoi sostenitori tenteranno una richiesta di amnistia in Parlamento, ma le possibilità di successo sono quasi nulle. Il potere catalizzatore dell’ex presidente è molto ridimensionato dopo la sconfitta di misura contro Lula, i disordini di Brasilia e la fuga di tre mesi negli Usa.

Per William Waack, opinionista del quotidiano Estadão, oltre alla carenza di figure alternative forti, all’ultradestra e alla destra tradizionale fa difetto “un progetto-Paese”.

 

Un’altra inabilitazione si è consumata in Venezuela: quella di María Corina Machado, una delle personalità più popolari dell’opposizione al regime di Maduro e tra i favoriti per la corsa alle presidenziali locali. Un altro esempio di uso politico della giustizia che si aggiunge a quelli di Nicaragua e Guatemala e allo stesso caso brasiliano: nonostante le gravità delle accuse e la solidità dell’evidenza, più di un analista considera più sano per la democrazia che sia comunque l’elettorato a decidere.

Nel caso della Machado, il provvedimento è in realtà la proroga della proibizione di partecipare per 12 mesi alle elezioni, imposta dal chavismo nel 2015 per evasione fiscale (l’esponente politica non avrebbe incluso nella dichiarazione dei redditi i suoi bonus parlamentari, cosa che Machado nega). Inoltre, il suo supposto sostegno alle sanzioni Usa e alla presidenza ad interim di Juan Guaidó le avevano procurato anche nove anni di proibizione di lasciare il Paese.

 

Intanto, il 27 giugno in Uruguay si è ricordato il 50° anniversario del colpo di Stato che ha interrotto il regime democratico per 12 anni, con centinaia di desaparecidos. All’insegna di un “Dictadura nunca más” (mai più dittatura), il presidente della Repubblica Luis Lacalle Pou si è presentato agli uruguayani insieme ai suoi predecessori, il liberale Luis Alberto Lacalle Herrera (suo padre), il socialdemocratico Julio María Sanguinetti e il socialista ed ex guerrigliero José “Pepe” Mujica.

I quattro hanno sottolineato la solidità della democrazia nel Paese – sebbene “imperfetta e perfettibile” – nonostante le differenze. Hanno chiesto alla cittadinanza un impegno civile affinché il “nunca más” si estenda al «mai più violenza, mai più messianismi autoritari, mai più utopie rivoluzionarie, intolleranze, squalificazioni dell’avversario, mai più disprezzo verso le istituzioni».

Lacalle Pou ha concluso l’atto affermando la sua convinzione che, insieme ai suoi predecessori deceduti negli ultimi anni, Jorge Batlle e Tabaré Vázquez, anche «il prossimo Presidente della republica, di qualsiasi partito sarà, sarebbe qui, seduto insieme a noi».

Subito dopo, in un evento in Parlamento al quale ha parlato insieme a Sanguinetti, Mujica ha sostenuto: «Per questo siamo qui, dobbiamo dimostrare che si può essere diversi e convivere».

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