Bonifiche ambientali: le ragioni dei comitati

Quanti sono i siti inquinati in Italia? Perché non partono le bonifiche? Quali proposte alternative a partire dall’esempio dell’Europa? Intervista ad Alberto Valleriani del Coordinamento nazionale dei siti contaminati.
Manifestazione nella terra dei fuochi

Nel pieno delle consultazioni sul nuovo governo formato da Matteo Renzi, il Senato ha approvato in via definitiva il Decreto Destinazione Italia che contiene una norma  sul sistema di bonifica dei siti inquinati in Italia che ha destato una forte opposizione da parte del Coordinamento Nazionale Siti Contaminati, degli amministratori dei Comuni ricadenti nei Siti Nazionali di Bonifica (Sin), della campagna Stop biocidio di Lazio e Abruzzo, nonché del Forum italiano dei movimenti per l’acqua.  Secondo il Coordinamento Nazionale Siti Contaminati (Cnsc), che riunisce comitati e associazioni impegnati sul fronte dell'inquinamento, l’articolo 4 del decreto Destinazione Italia varato dal Governo rappresenta un favore per gli inquinatori perché gli accordi di programma previsti per la reindustrializzazione si rivelerebbero, di fatto, una sanatoria per i soggetti che hanno prodotto quella  grave contaminazione che interessa la salute di milioni di abitanti.

 Chiediamo ad Alberto Valleriani, portavoce della Rete tutela valle del Sacco e tra i promotori della rete associativa nazionale, di comprendere meglio le ragioni del coordinamento di cui Valleriani si definisce un portavoce temporaneo (accade sempre così in realtà che non vedono di buon occhio ogni tipo di delega).

 

Quanti sono  i siti da bonificare in Italia e quanti quelli di interesse nazionale ?

«I Siti di interesse nazionale (Sin), con le competenze riservate direttamente al Governo, erano 57 fino all’11 gennaio 2013. Oggi sono 39 per opera del decreto di declassamento a Siti di interesse regionale (Sir), con competenze passate ai Dipartimenti delle Regioni. Secondo i dati in nostro possesso risulterebbero 15.122 siti di interesse regionale potenzialmente contaminati, 4.314 Sir contaminati, 4.879 Sir con interventi avviati e 3.011 Sir bonificati. La Relazione del 12 dicembre 2012 sulle bonifiche dei Siti contaminati in Italia affermava che i Sin,allora 57, coprivano il 3 per cento del territorio italiano mentre le bonifiche erano ben lontane dal loro completamento.

Esiste una stima dei costi necessari per una bonifica integrale?

«Al momento è impossibile giungere ad un costo totale. Prendendo l’esempio di Marghera, il sito più inquinato d’Italia (come da Relazione del Governo), il danno ambientale è stato stimato nell’ordine di 70 mila miliardi delle vecchie lire (36, 8 miliardi di euro, ndr) Un onere che resta a carico dello Stato poiché il  processo contro i vertici del petrolchimico si è concluso senza colpevoli. Nel caso della Valle del Sacco, ad esempio, il danno stimato dall’Ispra è di circa 660 milioni di euro. Il processo penale è tuttora in corso. Tutte cifre indicative, ma che inducono a pensare a difficoltà insormontabili per il ripristino del danno.  La sentenza di Marghera è illuminante. Tre giorni prima dell’assoluzione degli imputati, la Montedison temendo la condanna per responsabilità civile, ha versato 550 miliardi delle vecchie lire, aprendo di fatto le porte agli accordi di programma. Pensiamo che riportare queste cifre sia di per se emblematico».

E allora ?

«Mi sembra evidente l’assenza di un piano programmatico nazionale che abbia una visione del futuro. In Paese civile, casi esemplari come quelli menzionati, avrebbero generato  legiferazioni ad hoc, non in funzione dell’emergenza quotidiana, ma strutturale e risolutiva. Il problema non è certo semplice da risolvere ma non si può affrontare con provvedimenti una tantum».

Perché vi opponete al testo del decreto Destinazione Italia?

«Perché lo consideriamo un condono a favore degli inquinatori. Il decreto prevede accordi di programma, benefici fiscali ed elargizione di fondi per le reindustrializzazioni destinati agli stessi soggetti che non hanno seguito le minime regole di accortezza per salvare il territorio. Ci sembra un affronto. Al contrario ci saremmo aspettati una legge quadro sulle bonifiche, che mettesse al centro dell’attività di Governo il ripristino delle aree contaminate».

Eppure il ministro Orlando, ex titolare del dicastero dell’ambiente , ha assicurato di aver approntato le correzioni necessarie al decreto. Come mai continuate a manifestare?

«Perché le misure sono insufficienti e non si può affrontare una situazione così complessa a colpi di decreto. Veniamo da situazioni dimenticate per lunghi anni, da un passato industriale che ha lasciato macerie, da danni sanitari irreversibili. Manifestare è obbligatorio per non permettere un ritorno a pratiche dannose già sperimentate sulla nostra pelle. Ripeto: occorre un piano organico che includa tutto il territorio nazionale».

Quali esempi pensate si possano applicare al caso italiano? E con quali risorse ?

«Esistono esempi virtuosi in Europa: dal bacino della Ruhr in Germania a Bilbao nei Paesi Baschi. E le risorse ci sono, sono quelle dei fondi europei che bisogna saper impiegare. Ma occorrono pratiche di partecipazione diretta e non le solite decisioni calate dall’alto che sono destinate ad un nuovo fallimento che non ci possiamo permettere. Siamo già in forte ritardo».

Cosa vi ha spinto a mettervi insieme come comitati?

«Siamo partiti dal desiderio reciproco di  conoscere di persona, e non solo tramite web, le altre realtà operanti a difesa del territorio in Italia. Questo incontro ha prodotto una crescita per tutti, a partire dallo scambio e dalla condivisione delle pratiche adottate. C’è un lavoro quotidiano da portare avanti dopo le mobilitazioni in piazza. L’attivismo civile sui territori è cresciuto e deve necessariamente occuparsi di diversi aspetti, da quello giuridico a quello sanitario, per arrivare ad una visione di carattere nazionale. Ma la crescita nell’approfondimento dei termini normativi della questione ambientale si accompagna sempre a quella presenza continua sul territorio che conferisce credibilità e diventa punto di riferimento per un’informazione corretta che aiuta ad accrescere la partecipazione».

Non avete il timore di essere etichettati come il fronte del No senza alternative praticabili?

«La fase del dissenso si accompagna inevitabilmente a quella dello studio delle alternative praticabili. Solo in tal modo il nostro si rivela un segnale forte di consistenza e capacità di reazione di fronte alle istituzioni che spesso, pur di fronte a problemi urgenti, rispondono con lentezza burocratica. La nostra è una prospettiva di lungo termine e ci organizziamo per costruire un percorso difficile da deviare o interrompere. Tutto nasce dalla pratica del mutualismo tra i vari territori per far riconoscere alle popolazioni il ruolo che spetta ad una comunità. Senza tentazioni di vittimismo e di passività,ma in modo da saper affrontare vecchie e nuove contraddizioni che ripetono errori sotto una nuova veste».

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