Bèjart

A 34 anni dalla sua creazione L’uccello di fuoco di Maurice Béjart rimane un caposaldo della coreografia del Novecento, con la sua inestinguibile metafora del poeta immortale che lotta contro la tirannia di ogni tempo; che muore per rinascere, come la Fenice, dalle sue ceneri; simbolo, inoltre, della rinascita di una generazione unita nella speranza. Rivederlo ancora sulla musica innovativa di Stravinskij , coi ballerini sempre giovani del Ballet Lausanne, in tuta grigia, dai quali spicca il costume rosso fuoco del mitico Uccello, suscita nuovo entusiasmo. Qui Béjart mostra la sua migliore vena, guidando con sicurezza le masse e i singoli in un crescendo di forte intensità. Accanto a questo titolo riproposto al Ravenna Festival e a Ravello, erano inclusi altri due balletti storici del vasto repertorio di Béjart celebrato quest’anno per i suoi 50 anni di attività . Su un estratto della Quinta Sinfonia di Mahler, Adagietto è un toccante assolo dove amore e rimpianto, melanconia e ardore, si alternano nell’animo di un intenso Gil Roman. Col solo supporto di una sedia, egli vive un dialogo, tenero e lancinante allo stesso tempo, con un’invisibile persona. Insegue il soffio dell’amore, lo cattura nel suo pugno, ma gli sfugge di nuovo lasciandolo in un cono di luce azzurra. Bhakti, del ’68, segna un ulteriore arricchimento culturale per Béjart. Sedotto dalle filosofie orientali, egli evoca il tempo di Shiva creando su musiche tradizionali indù con criteri di danza moderna occidentale. Affascinante. Eppure non del migliore Béjart.

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