Bambini che furono e Lettera di un’anima

BAMBINI CHE FURONO Sono diventati vecchi anche loro. I bambini della terza classe di uno dei libri più amati, Cuore di De Amicis, hanno movimenti lenti, capelli bianchi, la biacca sul volto, e abiti scoloriti dal tempo. Tonino Conte con il Teatro della Tosse ne Il libro Cuore, li ha fatti rincontrare sui banchi di scuola e, attraverso il ricordo di uno di loro, Enrico Bottini, resuscitare gli episodi e i momenti della loro formazione alla vita, fra eroismo e buoni sentimenti. Dai tre grandi sipari raffiguranti le pagine delle lettere vergate a mano, e nei bei costumi che si rifanno alle illustrazioni d’epoca di Flavio Costantini, i personaggi avanzano come i fantasmi della Classe morta di Tadeusz Kantor (dichiarato omaggio al regista polacco) e, raggruppati per una foto di classe, tra parodia e distacco, al suono di una fisarmonica si animano per interpretare i personaggi del diario e dei racconti mensili; o le figure evocate dalle lettere. Salendo e scendendo da una impalcatura a tre piani – ballatoio, nave, deposito di balocchi, aula -, manovrando marionette e ombre cinesi, le canute figure sembrano più fluttuare che materializzarsi in corpi capaci di suscitare affettuosa malinconia. La mancanza di una chiara linea drammaturgica penalizza uno spettacolo bello solo visivamente. Al Quirino di Roma. LETTERA DI UN’ANIMA Scritta da Kafka a trentasei anni, Lettera al padre è il disperato atto di accusa verso un genitore la cui educazione coercitiva ne condizionò l’esistenza. L’autoritaria figura paterna traumatizzò infatti lo sviluppo psicologico e sentimentale dello scrittore boemo, ostacolandone le nozze e lo stesso talento letterario. Teatralizzare questo diario interiore in cui si aggrovigliano senso di colpa, amore filiale e anelito di liberazione, rappresenta un’operazione non facile, ma lodevole, nella quale si è cimentato il giovane Gabriele Linari adattando una scelta di pagine. Attraverso una sintesi di immagini – felice quella in cui affiora il Gregor Samsa della Metamorfosi, con l’interprete che, accovacciato, assume le sembianze di un insetto fra due ombrelli dai quali emerge la testa – egli si muove tra un cavallo a dondolo, una scala, alcuni libri, due tavolette sospese. Con dei netti tagli di luce disegna un luogo simbolico sul quale vibrano le parole di una confessione ad alta voce di un travaglio dell’anima. Ma nella sua interpretazione l’attore non riesce a restituire sufficientemente quella tensione drammatica che dovrebbe diventare grido straziato e impaziente del cuore. Inoltre non avvertiamo abbastanza l’incombente presenza dell’interlocutore con le immaginabili obiezioni. Manca, insomma, quel terrore metafisico impalpabile che è l’estrema risorsa di comunicazione di Kafka.

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